<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257</id><updated>2011-08-31T08:38:32.881-07:00</updated><category term='storia della stampa'/><category term='poesia'/><category term='umanesimo'/><category term='Facio'/><category term='storia medievale'/><category term='traduzioni'/><category term='storia dell&apos;editoria'/><category term='fonti'/><category term='storia romana'/><category term='filologia'/><category term='latino'/><category term='storia romana; fonti'/><category term='carducci'/><category term='Valla'/><category term='barbare'/><title type='text'>lavorettarella</title><subtitle type='html'>materiale per letterati disperati</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>29</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-4873377917487493715</id><published>2008-09-19T00:43:00.000-07:00</published><updated>2008-09-25T05:16:34.959-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia romana'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fonti'/><title type='text'>Storia Romana 1: Le istituzioni repubblicane (Letta)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center; font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Istituzioni repubblicane (dalla fine del IV sec a.C.)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Magistrature gerarchiche, specializzate, elettive, collegiali e annuali.&lt;br /&gt;Dittatura&lt;br /&gt;Magistratura regolare ma eccezionale per la limitazione temporale (non più di 6 mesi e contratto a progetto) e per la soppressione della collegialità: eletto dai consoli governa da solo, assistito da un cavaliere per le faccende militari e circondato da 24 littori. Cumula l'imperium dei due consoli e non è sottomesso all'intercessione del tribuno.&lt;br /&gt;Interré&lt;br /&gt;Scelto dal Senato per convocare nuove elezioni dei consoli se ne muore uno e prendere gli auspici.&lt;br /&gt;Cursus Honorum dei Senatori&lt;br /&gt;Nel 342 a.C. vengono date le prime regole con dei plebisciti: era vietato accumulare 2 (o più) magistrature nello stesso anno; obbligo di far passare 10 anni per iterare una carica&lt;br /&gt;III sec. Vietato candidarsi per una magistratura mentre se ne rivestiva un'altra quindi bisognava far passare un anno fra una carica e l'altra&lt;br /&gt;196 a.C. clausola: i soli plebei devono raddoppiare l'intervallo fra una magistratura e l'altra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I magistrati CURULI (cum imperium1: consoli e pretori) sono eletti dai comizi centuriati, mentre i magistrati minori sono eletti dai comizi tributi.&lt;br /&gt;1° fase: 180 a.C.: lex Villia Annalis&lt;br /&gt;È la prima legge organica: stabilisce gli anni dell'età minima per rivestire le magistrature e gli anni di intervallo (2) eliminando le differenze fra patrizi e plebei (Livio). Stabilisce un ordine obbligato per le cariche con età minima per ciascuna (Polibio).&lt;br /&gt;Queste norme furono largamente disattese dall'età dei Gracchi (133-I sec a.C.)2 per l'instabilità politica e la litigiosità esplosiva.&lt;br /&gt;1. Contubernium&lt;br /&gt;Un giovane di famiglia già ricca e senatoria comincia la carriera a 16 anni con il servizio militare senza responsabilità, da osservatore e accompagnatore di un alto ufficiale (divisione della tenda).&lt;br /&gt;2. Tribunus militum&lt;br /&gt;21 anni: per 5 anni diventa uno dei 6 alti ufficiali in ciascuna legione (5-6000 uomini). Per tradizione greca è il χιλιαρχον, comandante di 1000 uomini.&lt;br /&gt;3. Vigintisex virato&lt;br /&gt;26 anni entravano in un collegio di 26 magistrati divisi in sotto-collegi di specifica competenza:&lt;br /&gt;Decemviri stilitibus iudicandis&lt;br /&gt;Tribunale dei centumviri per controversie giudiziarie d'eredità&lt;br /&gt;Tresviri capitales&lt;br /&gt;Addetti alle sentenze capitali e alle carceri&lt;br /&gt;Tresviri o triumviri monetales&lt;br /&gt;Curatori della zecca, scelgono i tipi di moneta&lt;br /&gt;Quattuorviri viarum curandarum&lt;br /&gt;Curano le strade urbane&lt;br /&gt;Duoviri viis extra urbem purgandis&lt;br /&gt;Addetti alla manutenzione delle strade extraurbane e dei ponti&lt;br /&gt;Quattuorviri iure dicundo Capuam Cumamque&lt;br /&gt;Addetti ad amministrare la giustizia a Capua e Cuma&lt;br /&gt;4. Questore&lt;br /&gt;27 anni prima magistratura importante che può dare l'accesso al senato. Manca l'atto formale ma la prassi era di inserirli al primo censimento utile dei senatori.&lt;br /&gt;Erano 8, nascono come addetti all'aerarium (2) ma poi si aggiungono anche i portavoce dei consoli presso il senato(2), gli addetti (4) ad amministrare le finanze delle province (Sicilia e Sardegna).&lt;br /&gt;5. Pretore&lt;br /&gt;30 anni Addetti ad amministrare la giustizia: Pretore è lo stesso nome che anticamente aveano i consoli (prae itor), poi la funzione giudiziaria dei consoli va ai pretori.&lt;br /&gt;Nel 242 a.C. si distinguono in 1 urbanus (cittadini romani) e 1 peregrinus (per cause che coinvolgessero cittadini stranieri dal), 4 addetti alle province: in presenza di un console gli è subordinato, altrimenti governa l'esercito autonomamente. In età imperiale aumentano di numero per l'aumentare delle province e si specializzano per reati particolari ecc.&lt;br /&gt;Oppure: Edilità plebea Oppure: Tribunato della plebe&lt;br /&gt;Cariche riservate ai plebei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'edilità inizialmente era una carica solo plebea, poi vengono eletti edili curuli (prima patrizi poi anche plebei). Non hanno imperium, si occupano dell'approvvigionamento della città, della polizia nei mercati, del mantenimento dell'ordine pubblico e dell'organizzazione dei giochi pubblici.&lt;br /&gt;Inizialmente avevano come competenza la custodia dei templi di Cerere, Libero e Libera (aedilis da aedes = tempio);&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Assemblee popolari &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Radunano tutto il populus, ovvero tutti gli uomini liberi adulti, sia ingenui che liberti.&lt;br /&gt;Assemblea curiata (Comitia curiata)&lt;br /&gt;Si riunisce solo per atti formali come votare la lex de imperio dei magistrati; successivamente le curie sono sostituite da 30 littori.&lt;br /&gt;Assemblea centuriata (Comitia centuriata)&lt;br /&gt;Popolo diviso in 5 classi e 193 centurie, ciascuna un'unità di voto.&lt;br /&gt;1° 98 centurie dei cittadini più ricchi e giù a scendere. Dopo una prima fase in cui la prerogativa (votare per primi) era dei cavalieri, poi diventa della prima classe; siccome ottenuta la maggioranza si smette di votare la terza classe votava solo in casi eccezionali.&lt;br /&gt;Eleggono i magistrati curuli, i capi militari, i censori; votano le leggi costituzionali e dichiarano guerra ecc.&lt;br /&gt;Assemblea tributa (Comitia tributa)&lt;br /&gt;Convocata da un magistrato con imperium. Formata nel 312 da Appio Claudio Cieco, rappresenta il popolo diviso in tribù personali: elegge magistrati inferiori e vota i plebisciti.&lt;br /&gt;Concilium plebis&lt;br /&gt;Convocata da un tribuno si esprime in plebisciti.&lt;br /&gt;Senato&lt;br /&gt;Composto di 300 membri, tutti ex magistrati, prima solo censori, consoli e pretori poi anche edili curuli e tribuni della plebe. Convocato da un magistrato superiore, dà il suo parere su qualsiasi questione. Il primo a parlare è il princeps senatus, patrizio e censore, poi gli altri in ordine di carica. Espresso il parere, si vota un senatusconsultum che vincola i magistrati perché esprime autorità suprema (auctoritas).&lt;br /&gt;Trasforma i plebisciti in leggi, controlla l'attività dei magistrati, controlla le finanze, gli affari internazionali, l'amministrazione generale e la giustizia.&lt;br /&gt;La sua composizione cambia col passare del tempo. Prima solo romana, poi acquista elementi dalla Campania, dalle colonie, dall'Italia e infine dalle province.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-4873377917487493715?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/4873377917487493715/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=4873377917487493715' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4873377917487493715'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4873377917487493715'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/09/storia-romana-1-le-istituzioni.html' title='Storia Romana 1: Le istituzioni repubblicane (Letta)'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-2745321306536006070</id><published>2008-09-19T00:38:00.000-07:00</published><updated>2008-09-19T00:42:48.605-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia romana'/><title type='text'>Storia Romana 1: Sistema onomastico e Vita municipale</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Sistema onomastico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La forma si generalizza dall’inizio dell’età imperiale.&lt;br /&gt;Caius Iulius Luci filius Caesar; Lucius Cornelius Publi Geni Filius Scipio Africanus&lt;br /&gt;Praenomen&lt;br /&gt;Nome personale. Sono pochi e ripetitivi (Lucio, Marco, Gaio…) per questo abbreviati.&lt;br /&gt;A    Aulus&lt;br /&gt;Ap    Appius&lt;br /&gt;C    Gaius&lt;br /&gt;Cn    Gneus&lt;br /&gt;D    Decimus&lt;br /&gt;L    Lucius&lt;br /&gt;M    Marcus&lt;br /&gt;M'    Manius&lt;br /&gt;N    Numerius&lt;br /&gt;P    Publius&lt;br /&gt;Q    Quintus&lt;br /&gt;Ser    Servius&lt;br /&gt;Sex    Sextius&lt;br /&gt;S(p)    Spurius&lt;br /&gt;Ti    Tiberius&lt;br /&gt;T    Titus&lt;br /&gt;Nomen Gentilicum&lt;br /&gt;Ovvero il nome della gens; si costruisce aggiungendo -anus:&lt;br /&gt;1.gentilizio dalla madre: il figlio di Catone e una Licinia sarà M. Porcio Cato Licinianus&lt;br /&gt;2.per adozione: P. Cornelius Scipio Aemilianus&lt;br /&gt;3.in seguito si usano due cognomina, sia quello del padre che quello della mdre (sia quello della famiglia originaria che quello dell'adozione)&lt;br /&gt;A partire dal I-II d.C. troviamo i poliomini, forme onomastiche complesse.&lt;br /&gt;Dall'editto di Caracalla (212 d.C.) si disgrega il sistema onomastico: un gran numero di nuovi cittadini assume il gentilizio dell'imperatore (Aurelio), che quindi col tempo si perde, poi man mano gli altri elementi fino ad arrivare al solo nome + eventualmente un soprannome.&lt;br /&gt;Filiazione&lt;br /&gt;F(ilius), N(epos), PRON(epos), ABN(epos).&lt;br /&gt;Tribù&lt;br /&gt;La circoscrizione elettorale anagrafica per i diritti civili e politici&lt;br /&gt;Cognomen&lt;br /&gt;Tipicamente è il nome specifico di un ramo o clan familiare es. Gens Cornelia: Cornelii Scipiones, Cornelii Lentuli, Cornelii Sullae. Nella prima metà del V secolo quasi nessuna famiglia aveva il cognomen quindi gli elenchi consolari originari nella parte meno affidabile non ne avevano.&lt;br /&gt;Successivamente l'uso del cognomen si diffonde anche nelle classi non nobiliari per imitazione (dalla dinastia giulio-claudia tutti i cittadini maschi adulti usano anche il cognomen), per esempio i liberti assumevano il nome del padrone e usavano il loro praenomen da schiavo come cognomen; dal II a.C. anche i liberti usano i tria nomina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Può anche essere il cognomen personale es. Scipione Africano, Scipione asiatico...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Formula onomastica femminile&lt;br /&gt;All'inizio il solo gentilizio al femminile  (Calpurnia Cnei filia) poi si aggiungono i cognomina per distinguere le sorelle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Formula onomastica per i liberti&lt;br /&gt;Praenomen + gentilizio + patronato  (sostituisce la filiazione) + cognomen (manca la tribù): Aulus Domitius Auli liberti Pamphilus Servilianus; a volte il doppio nome diventa un doppio cognomen.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Formula onomastica per gli schiavi&lt;br /&gt;Nome unico + nome del padrone al genitivo: Pamphilus Servili M(arci) S(ervus) [formula più arcaica] o Pamphilus Servili. A volte hanno un doppio nome, dopo un passaggio di proprietà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Formula onomastica imperiale&lt;br /&gt;Gaio Ottavio → Gaius Iulius Caesar Ottavianus (dal 44 a.C.; già prima di essere imperatore si faceva chiamare Iulius e i nemici lo chiamavano Ottavianus).&lt;br /&gt;Nel 27 a.C. il Senato gli attribuisce il cognomen onorifico di Augustus, diventa allora&lt;br /&gt;Imperator (Assunto già dal 29 per concessione del Senato. Da epiteto diventa praenomen)&lt;br /&gt;Caesar (Da cognomen a gentilizio)&lt;br /&gt;Divi Filius (ma manca la tribù)&lt;br /&gt;Augustus (nome personale)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo Augusto Caesar diventa uno pseudo-gentilizio per l'imperatore, usato dopo il praenomen Imperator, Augustus sta ad indicare la tribunicia potestas e l'imperium maius et infinitum. Elemento distintivo diventa il praenomen: Tiberius Claudius Nero :  Tiberius Iulius Caesar :  Tiberius Caesar Augustus.&lt;br /&gt;Nella denominazione dell'erede designato non c'è Imperator ma prima Caesar: se si trova invece Augustus l'erede ha già la tribunicia potestas e l'imperium proconsulare, quindi è associato al potere con l'imperatore.&lt;br /&gt;Gaio Caesar Augustus Germanicus: cognomen ereditato dal padre Druso Maggiore&lt;br /&gt;Tiberius Claudius Caesar Augustus Germanicus: infatti Claudio non viene adottato dagli Iulii e mantiene la sua familia.&lt;br /&gt;Imperator (dal 66) Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus (adottato da Claudio)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con Vespasiano si attribuiscono in blocco tutti i poteri dell'imperatore e la formula standard è:&lt;br /&gt;Imperator (Praenomen)&lt;br /&gt;Caesar (Gentilizio)&lt;br /&gt;Vespasianus (nome personale)&lt;br /&gt;Augustus (Aura religiosa dell'imperatore)&lt;br /&gt;Antonino Pio inserisce l'intero nome da privato e aggiunge per decreto degli epiteti elogiativi: Pius (poi Felix e Invictus).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da Marco Aurelio a Lucio Vero si aggiunge un Maximus prima del cognomen ex virtute.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-style: italic; font-weight: bold; text-align: center;"&gt;Vita municipale&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Divide veramente, all'altezza del I sec d.C. l'oriente di più antica e profonda urbanizzazione dall'occidente, ancora poco e superficialmente urbanizzato. L'impero è un reticolo di città più che un'unità territoriale stretta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vita municipale ha come momenti culmine le elezioni (in cui diversamente da adesso erano gli stessi elettori a spingere per il candidato preferito), la scelta del patrono e l'evergetismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le città occidentali sebbene peregrine assumono spesso le istituzioni romane: populus costituito in una Res Publica ripartito in due curie chiamate comizi. I magistrati sono cittadini liberi di un certo censo di più di 25 anni.&lt;br /&gt;Il cursus municipale&lt;br /&gt;prevede 3 tappe di 2 incarichi ciascuna: 2 questori (finanze), 2 edili, 2 duumviri, che sono la carica più alta e si occupano della giustizia e del censimento; vanno a formare il Senato locale che ha poteri decisionali su molte faccende. In epoca tardo antica queste fasce soffrono molto perché sono responsabili personalmente di un fisco sempre più rapace, quindi strette fra il potere centrale e i concittadini ci rimettono loro oppure scappano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le città si dividono in:&lt;br /&gt;Peregrine&lt;br /&gt;Cioè conquistate con tutto il loro territorio, ma mantengono i loro magistrati e le loro leggi.&lt;br /&gt;Stipendiarie&lt;br /&gt;Sottomesse con dovere di versare uno stipendium, ma hanno il loro governo autonomo&lt;br /&gt;Libere&lt;br /&gt;Teoricamente autonome e giuridicamente esterne alle province – in realtà vivono una libertà concessa da Roma spesso senza tributo.&lt;br /&gt;Libere federate&lt;br /&gt;città che hanno stretto un patto paritario con Roma, spesso senza tributo.&lt;br /&gt;Municipi&lt;br /&gt;Città peregrine con diritto romano (praticamente solo quelle italiane) o con diritto latino, in cui le cariche più alte hanno diritto alla cittadinanza romana. Da Claudio in poi non ci sono più municipi con diritto romano, ma solo con diritto latino. &lt;br /&gt;Colonie&lt;br /&gt;Fondazione di città nuove con coloni (deductio) da città o popoli vinti, oppure separazione giuridico-religiosa da una vecchia fondazione. Godono del diritto romano oppure dello Ius Italicum, quindi sono esenti dalla tassa sul suolo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-2745321306536006070?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/2745321306536006070/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=2745321306536006070' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/2745321306536006070'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/2745321306536006070'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/09/storia-romana-1-sistema-onomastico-e.html' title='Storia Romana 1: Sistema onomastico e Vita municipale'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-3204172603594789649</id><published>2008-09-19T00:32:00.000-07:00</published><updated>2008-09-19T00:35:49.515-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia romana'/><title type='text'>Storia Romana 1: Dal conflitto patrizi/plebei a Ottaviano Augusto (Letta)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: center; font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il conflitto fra patrizi e plebei&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Andò avanti fino alla nascita di una nobilitas mista che fonda il dominio mondiale di Roma.&lt;br /&gt;Il dualismo e il conflitto nella tradizione romana si avverte fin dall'inizio della repubblica, e viene trascinato fino al 367 a.C. Livio ne parla già in riferimento al 495.&lt;br /&gt;I patrizi esistevano già da Romolo, ma inizialmente non erano opposti ai plebei, il contrasto viene distorto e reinterpretato in base a esperienze storiche posteriori al periodo dei Gracchi, le cui rivendicazioni e problemi vengono trasposte con evidenti anacronismi, p.e. le questioni territoriali: nel 494 non c'era un gran territorio che i possidenti fondiari potessero occupare a spese dei nullatenenti e dei piccoli proprietari. D'altra parte è difficile ricostruire le vicende in modo più vicino al reale.&lt;br /&gt;Non tutti i plebei erano poveri: alcuni leader, ricchi come i patrizi, aspiravano a partecipare alle cariche pubbliche e volevano renderle accessibili a tutti – comunque sicuramente molti plebei erano poveri!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fino al 367 (leggi licinie sestie) tutte le cariche politiche importanti e i sacerdozi pubblici sono monopolio dei patrizi. Dopo rimangono prerogative dei soli patrizi:&lt;br /&gt;        Flamines sacerdoti addetti al culto di una singola divinità; i più importanti sono i Diales (culto di Giove) poi Martialis, Quirinales e altri minori&lt;br /&gt;        Rex sacrificulus o Rex sacrorum (carica derivata da quella del Rex)&lt;br /&gt;        Salii che presiedevano al rituale sacro della processione solenne in cui i sacerdoti danzando portavano in giro gli scudi sacri (ancilia) discesi dal cielo come dono di Marte.&lt;br /&gt;Erano i sacerdozi meno importanti dal punto di vista politico, anzi essere flaminio era difficoltoso per la vita politica: devono portare sempre in testa un berretto di lana, non poteva varcare il pomoerium.&lt;br /&gt;        Aruspicia: Un'altra esclusiva patrizia era legata all'osservazione del volo degli uccelli: modo rituale di interrogare gli dei sul gradimento/non gradimento per un atto o iniziativa della città o di un magistrato, quindi qualsiasi atto pubblico per poter essere valido o compiuto andava sottoposto e ritenuto favorevole; ovviamente dà un enorme potere politico, su cui i patrizi fondavano la loro esclusiva sull'attività dello stato.&lt;br /&gt;        Interregnum: secondo la tradizione in epoca regia quando moriva un re bisognava eleggerne un altro; l'autorità suprema di convocare l'assemblea popolare elettiva era dell'interrex entro 5 giorni in base agli aruspici e degli altri segnali divini convocava i comizi con cui il Senato eleggeva un altro re. La situazione non muta in epoca repubblicana: se morivano entrambi i consoli prima del termine si procedeva con un interre – la formula tecnica nelle fonti è Auspicia ad Patres: gli auspici tornano ai senatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Quando nasce il patriziato come casta chiusa?&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Secondo la tradizione al tempo dei re. Un primo gruppo sarebbe stato creato da Romolo (Livio, I, 8), che nomina 100 senatori chiamati patres perché sono i capi famiglia dei clan, maiores in questa prima mandata, patres minores invece sono quelli creati da Tarquinio Prisco; i loro discendenti sono detti patricii. Secondo Momigliano la formula Patres Conscripti indicava le gentes maiores (P) + le gentes minores (C), mentre una teoria più recente vuole che i patres siano i primi senatori, mentre i conscripti sono quelli aventi diritto dopo le leggi Liciniae Sestiae1.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni studiosi (Ogilvie) accettano la tradizione: il monopolio degli auspici era del re, l'unico a poter decidere e chi delegare il potere (prerogativa/privilegio); questo spiegherebbe perché durante la repubblica il patriziato si chiude: viene meno la fonte autorizzata a delegare gli auspici .&lt;br /&gt;    In questa teoria ci sono gravi punti deboli: la tradizione racconta che la gens dei Giulio Claudii emigrò a Roma e fu accolta nel 504 a.C., ma furono riconosciuti da subito come patrizi, tanto che di lì a poco rivestirono il consolato e rimasero ai vertici del potere fino all'imperatore Claudio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Andras ALFOLDI suppose che i primi patrizi fossero la guardia del corpo a cavallo del re di cui parla la tradizione: 300 celeres in 3 squadroni, creati da Romolo per sé e con Tarquinio Prisco diventano 600 nelle 6 centurie che nei comizi centuriati raccolgono i patrizi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    La spiegazione non regge secondo Momigliano perché applica alla Roma arcaica una visione medievale (cavalleria su fanteria) che invece era al contrario alle origini del mondo antico, per esempio anche nella formula del dittatore: Magister Populi (= dell'esercito dei fanti), al cui subordine stava il Magister Equitum.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora alcuni storici sostengono che il rapporto fra il re e i patrizi andrebbe invertito: gli auspici sono prerogativa dei Patres dalla fase preurbana; quando nacque la città per aggregazione spontanea l'assemblea dei patres detentori di una parte degli auspici l'avrebbe delegata al re. Da questo nascerebbe la formula “Gli auspici tornano ai Patres”, e per questo all'arrivo della repubblica gli auspici vanno solo ai senatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri studiosi (Gaetano DE SANCTIS) pensano a una formazione graduale: né regia né preurbana ma derivante dai primi tempi della repubblica con una chiusura graduale, la serrata del patriziato che elabora una giustificazione teorica del diritto esclusivo del Senato di magistrature e sacerdozi. Chiusura completata intorno al 470 a.C. e sancita definitivamente con le XII tavole: divieto scritto di matrimoni misti. Questa usurpazione viene giustificata con un dato di fatto: finora le cose sono andate così e gli dei erano felici, quindi non bisogna cambiare. La plebe nascerebbe come insieme consapevole di questa inferiorità in opposizione al gruppo che si è chiuso.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;I clan&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;L'unico punto certo è il nesso patres/gentes, l'importanza della gens come nucleo/clan familiare compatto.&lt;br /&gt;Nel VII secolo emerge un nuovo sistema onomastico in tutta l'Italia centrale (Etruschi, Latini, Osco-umbri): non solo più nome e filiazione ma anche il nome familiare che rimane di padre in figlio. È la nascita della presenza del clan: sacra gentilicia (culti del clan officiati dal pater familia) e ager gentilicum (proprietà terriera del clan). Probabilmente in una fase arcaica l'esercito era organizzato per clan (cfr la strage dei Fabii). &lt;br /&gt;I Claudii e gli Aurelii arrivano dalla sabina nel IV sec, nello stesso periodo vengono i Decii dalla Campania; i Porcii da Frascati nel III sec. &lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Come nasce la classe plebea?&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Molte discussioni anche su questo: tutti quelli esclusi dal gruppo dirigente patrizio? La teoria più vecchia ci legge delle divisioni etniche, ma è stata rifiutata, mentre secondo la teoria economica si tratta di Artigiani e Commercianti Vs grandi Proprietari terrieri, per altri Poveri Vs Ricchi; ma probabilmente si tratta di una schematizzazione eccessiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Momigliano la contrapposizione fra populus e plebs nasce come contrapposizione fra chi è in grado di fornire uomini per l'esercito e chi no, in base a una struttura originaria per centurie censitarie (Classis).&lt;br /&gt;    Questa teoria non può essere accolta perché azzererebbe tutta la lotta fra patrizie e plebei secondo la tradizione, che dice che l'arma del ricatto era proprio la leva: senza i plebei non si va in guerra per difendere o attaccare. Inoltre il tribunus è una carica militare all'inizio, con cui si indicavano i rappresentanti della plebe; anche il giuramento di fedeltà al tribuno era di tipo militare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci furono una serie di secessioni, ribellioni, minacce di separazione.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;La prima secessione 494 a.C.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Secondo la tradizione unanime la plebe in quella data esce dal pomerio, si riunisce sul monte Sacro in un concilium plebis eleggendo i propri rappresentanti (tribuni plebis): 2 che diventano 4, poi 5 poi 10 dal 457 fino all'epoca storica.&lt;br /&gt;I tribuni plebis con una lex sacrata (giuramento solenne) diventano inviolabili (sacrosancti) dal punto di vista religioso: chi li danneggia è sacer, quindi sospeso dalle leggi civili e può essere ucciso da chiunque, viene privato delle sue proprietà che vengono accumulate e attribuite al tempio di Cerere, protettrice dei plebei; era l'unico modo per i plebei di far riconoscere di fatto il potere dei tribuni.&lt;br /&gt;        I tribuni hanno lo ius auxilii; tentativo di arginare e controllare il potere di coercitio da parte dei magistrati: potevano costringere con la forza ad eseguire gli ordini o le sentenze con incarcerazione, pene corporali fino alla pena di morte. In questo modo i tribuni possono opporsi con una pari possibilità di coercitio: possono a loro volta punire i magistrati che abusano del loro potere.&lt;br /&gt;Sono leggi riconosciute de facto e non de iure, sostenute dalla compattezza della plebe: anche i patrizi che ancora non riconoscono questa legittimità devono comportarsi come se fossero legali, altrimenti sarebbe la guerra civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente lo scopo della prima secessione era solo questo, di dare garanzie personali ai plebei: costituzione di assemblee, elezione di tribuni dotati di sacrosanctitas.&lt;br /&gt;Secondo la tradizione, invece, già qui ci sarebbero stati altri scopi e obiettivi: partecipazione dei plebei allo sfruttamento delle terre pubbliche conquistate e opposizione alla schiavitù per debiti – ma probabilmente sono proiezioni successive, è improbabile che ci fosse già il problema dei debiti o così tanto ager publicus, erano problemi cogenti all'epoca dei Gracchi.&lt;br /&gt;Secondo la tradizione, inoltre, sarebbero già note le altre magistrature tipiche della plebe, come gli edili. Infatti non tutti gli studiosi concordano su questo punto;&lt;br /&gt;Comunque si tratta di un notevole successo: nonostante non venga riconosciuta la legittimità vengono riconosciute di fatto le assemblee e i tribuni.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;La seconda: 471 a.C.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Secondo la tradizione voluta da Publio Numirone?&lt;br /&gt;I concilia plebis diventano assemblee per tribù: prima si vota nelle tribù per maggioranza poi per maggioranza di voti fra tribù; i risultati sono i plebisciti.&lt;br /&gt;Quale valore riconoscere a queste decisioni? Probabilmente già dal 449 viene riconosciuta ufficialmente l'assemblea e la sua autorità, diventa la terza assemblea dello stato dopo i comizi curiati e centuriati: sono i comizi tributi, chiamati dal tribuno della plebe o dal console. Nel primo caso diventano plebisciti, nel secondo diventano leges.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;I decemviri: 451-450 a.C.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Fra la prima e la seconda secessione vengono scritte le XII tavole.&lt;br /&gt;Parecchi problemi di tradizione, profondo rimaneggiamento da un nucleo storico effettivo.&lt;br /&gt;Secondo la tradizione il 451 mette fine ai contrasti fra i consoli e i tribuni, che di comune accordo sospendono, entrambi, per un anno le elezioni ed eleggono i decemviri con il compito di scrivere le leggi che regolano la vita dello stato in modo da essere un punto di riferimento stabile. Sarebbe un compromesso per venire incontro alle richieste dei plebei. Allo scadere dell'anno X tavole non sono sufficienti e viene eletto un secondo collegio con lo stesso incarico; la maggioranza era composta da plebei e il personaggio dominante sarebbe stato Appio Claudio, che aspirava a rendere perpetuo il potere dei decemviri strumentalizzando i plebei: i decemviri non erano soggetti a provocatio, quindi erano inappellabili, sarebbe diventata una tirannide. Ovviamente c'è una seconda secessione (provocata dal comportamento odioso di Appio Claudio) che abolisce il decemvirato e pubblica le ultime tavole, nonostante siano contrarie alla plebe, mentre i consoli Valerio e Orazio fanno approvare le leggi Valerie Orazie:&lt;br /&gt;vietano di eleggere cariche senza diritto di provocatio (l'ultima parola spetta alla plebe)&lt;br /&gt;fanno riconoscere de iure la sacrosanctitas dei tribuni&lt;br /&gt;fanno riconoscere il valore dei plebisciti (di fatto dal 287 a.C.: lex Hortensia)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'episodio di Appio Claudio e Virginia è palesemente inventato, serve a calcare le tinte e dimostrare l'atteggiamento tirannico e ingiusto del personaggio che figura come un capro espiatorio. È improbabile che il secondo collegio decemvirale a maggioranza plebea approvi il divieto di matrimonio misto. In particolare è eccessiva l'opposizione tradizionale fra la saggezza del primo collegio e la follia del secondo sia in Livio che in Dionigi di Alicarnasso.&lt;br /&gt;L'impressione è che ci sia stato un solo collegio, sdoppiato dalla tradizione perché le XII tavole sono considerate un patrimonio della tradizione insostituibile e giusto, ma alcune leggi sono palesemente ingiuste.&lt;br /&gt;Le leggi antiplebee del secondo decemvirato sono in realtà, probabilmente, opera dei consoli patrizi promulgate successivamente come reazione del corpo sociale patrizio, contrario ad Appio Claudio perché si attribuisce un potere personale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resta il problema del contenuto delle leggi filoplebee che molti studiosi rifiutano ma che forse invece si possono accettare.&lt;br /&gt;    La legge sul riconoscimento dei plebisciti ricorre anche in altri due momenti della tradizione (339 legge di Publilio Sirone e 287 Lex Hortensia, l'unica riconosciuta come storica), quindi risulta fortemente sospetta.&lt;br /&gt;    Secondo Stadeley si possono accettare tutte e tre precisandole: nel 449 forse vengono riconosciuti i comizi tributi e le decisioni che prendevano, ratificate solo dopo con la decisione del Senato (anche la tradizione dice questo); nel 339 viene fatta una distinzione fra le delibere: se presa su proposta del console la validità è automatica, se la delibera è proposta dal tribuno deve essere ratificata dal Senato. Il riconoscimento totale arriverebbe solo nel 287.&lt;br /&gt;Quello che è certo è che nel 449 la crisi viene disinnescata da un compromesso.&lt;br /&gt;Inoltre l'istituzione nel 449 dei comizi tributi sembra confermata dal fatto che nel 447 secondo la tradizione fu istituita la magistratura dei questori per custodire l'aerarium e le finanze statali; sempre secondo la tradizione venivano eletti dalle tribù non dai consoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il divieto di matrimonio misto viene revocato già nel 445 a.C. con la lex Canuleia: dal 444 però non vengono più eletti consoli ma tribuni militum consulari potestate, che col tempo diventano 3 poi 4 poi 6 ogni anno: dal 406 vengono eletti 6 tribuni militum e nessun console; naturalmente lo stesso potere diviso per 6 è minore che diviso per due.&lt;br /&gt;Secondo le fonti i patrizi cercavano di arrivare a un compromesso con i plebei rifiutandosi di ammettere i plebei al consolato, quindi creano una magistratura diversa a cui possano accedere anche i plebei, ma che non fosse il consolato. Contemporaneamente viene istituita la censura, rigidamente patrizia, che aveva il controllo del censimento.&lt;br /&gt;    Questa versione però non torna, perché solo 20 anni dopo l'istituzione della magistratura si trova il primo tribunum militum plebeo, e in 51 collegi ce ne sono 6 plebei in totale.&lt;br /&gt;    Alcuni pensano che questi tribuni fossero eletti per esigenze militari di diversi fronti di guerra aperti – però questo periodo non presenta particolari pericoli militari! Inoltre quando c'era un pericolo veniva nominato il dittatore.&lt;br /&gt;    Probabilmente ci sono due motivi concorrenti:    &lt;br /&gt;1.necessità di diversificare i compiti civili e militari dei magistrati supremi mantenendone alcuni in città e altri al fronte; una conferma indiretta verrebbe dal fatto che quando il consolato è reintrodotto vengono aggiunti altri magistrati per fare fronte alle diverse esigenze.&lt;br /&gt;2.esigenza politica dei patrizi di controllare i tentativi di superare il sistema oligarchico con un potere tirannico: aumentare il numero dei magistrati supremi permette di dare accesso alla gloria a più membri delle famiglie patrizie e nessuno fra loro vuole emergere con una tirannide. L'ammissione limitata e tardiva sarebbe la misura di successiva controllo per tenere sotto controllo la pressione plebea.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Pacificazione&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Tutti gli episodi della storia arcaica sono estremamente problematici, sia definire il fatto in sé che capire il perché sia accaduto.&lt;br /&gt;367 Licinio e Sestio, tribuni della plebe, presentano la famosa rogazione, che però doveva passare per il Senato. Secondo la tradizione c'era una legge che stabiliva il limite massimo per il possesso delle terre pubbliche a 500 iugeri (125 ettari: una discreta quantità)2. Per 10 anni è un continuo tira e molla per l'approvazione e finalmente nel 367 le rogationes, ratificate, diventano leggi: lex de modo agrorum, legge sulla riduzione dei debiti, abolizione del tribunato militare e restauro dei consoli, di cui uno obbligatoriamente patrizio.&lt;br /&gt;Nel 366 ci sarebbe stato il primo console plebeo (Lucio Sestio) e vengono introdotte due magistrature: la pretura (vedi) e l'edilità curule;&lt;br /&gt;    gli edili curuli avevano funzioni simili agli edili della plebe (mercato, annona, ludi) ma sono aperti sia a patrizi che a plebei. Al momento dell'istituzione erano posti riservati ai patrizi perché si cerca di garantire una differenziazione delle funzioni e di consolare i patrizi della scomparsa del tribunato militare. Anche le nuove magistrature in pochi anni furono aperte anche ai plebei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Plebiscito Genucio del 344 consente che entrambi i consoli siano plebei.&lt;br /&gt;326 a.C. abolizione della schiavitù per debiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 300 a.C. (Lex Ogulnia) sono aperti anche ai plebei tutti i più importanti collegi sacerdotali: pontefici e auguri soprattutto sono politicamente importanti e prestigiosi; ai patrizi restano i flamini, il rex sacrorum e i Salii.&lt;br /&gt;Poi 287: Lex Hortensia dà lo stesso valore a plebisciti e delibere dei comizi centuriati, cioè chiunque convocasse i comizi se la proposta era stata approvata era valida e vincolante&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo punto siedono in Senato anche i plebei, in quanto ex magistrati e nasce una nuova nobilitas che in un secolo o poco più assicura la conquista dell'intera penisola e la proiezione mediterranea del potere di Roma operando in modo armonico, senza contrasti. La classe senatoria resta però chiusa fra il 191 e il 107. Dopo questa data siamo già nel momento di crisi delle istituzioni ed entrano in Senato personalità come Mario e Cicerone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;L'imperialismo romano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Roma nasce con velleità regionali e poi diventa la massima potenza d'Italia e quindi la massima e unica del Mediterraneo.&lt;br /&gt;Come abbia fatto a resistere nel tempo? Difficilmente imperi così articolati e ampi resistono così a lungo, similmente solo l'impero cinese. Il problema si era posto già agli antichi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dibattito dall'ottocento si pone in contrapposizioni vivaci.&lt;br /&gt;Primo problema: trovare una definizione univoca di “imperialismo”:&lt;br /&gt;        azione espansiva di una struttura statale in modo sistematico, programmatico e consapevole ai danni di altre popolazioni. Cerca di affermare la supremazia e gli interessi su altre comunità con vincoli di subordinazione forte militare, politica ed economica o con il dominio diretto tendenzialmente infinito nello spazio-tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Mommsen (Storia romana, 1854) l'impero romano è il risultato non voluto di una serie di azioni non legate fra loro, con obiettivi limitati di volta in volta;&lt;br /&gt;anche Gaetano de Sanctis pensa che nasca da un atteggiamento difensivo, di sospetto, di ossessione per la sicurezza.&lt;br /&gt;Al contrario Peter (1850) pensa che le esigenze difensive siano semplici pretesti, ma la classe dirigente romana era ben consapevole di quello a cui puntava.&lt;br /&gt;Mentre inizialmente prevale il giustificazionismo (Mommsen), durante la decolonizzazione dopo la ww2 prevale la teoria di Peter.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brizzi si oppone alle teorie imperialiste di Zirloskij:&lt;br /&gt;l'ideologia militarista non è esclusivamente romana, in molte civiltà antiche il cittadino è soprattutto il soldato;&lt;br /&gt;inoltre il dominio romano per molto tempo non è stato un dominio di tipo etnico, si può parlare di chiusura etnica dopo la II guerra punica per il risentimento verso i traditori.&lt;br /&gt;Solo dopo la II guerra punica (e prima della conquista della Macedonia cioè 202-168 a.C.), infatti, ci sarebbero le premesse anche ideologiche per parlare di imperialismo, in particolare con la creazione delle province di Macedonia (147 a.C.) e d'Africa (146 a.C.). In questo caso funzionerebbe anche la tesi Mommsen-De Sanctis per la sindrome di paura da Annibale. Dopo la II guerra punica cambia l'atteggiamento verso gli alleati, diventa più duro e diffidente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center; font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Il passaggio fra la repubblica e l'impero&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La debolezza strutturale dello stato e della società romana si fanno sempre più evidenti: tutto l'ultimo secolo della repubblica (dai Gracchi ad Azio) è di crisi continua, guerra civile e sconquassi rivoluzionari.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Inadeguatezza delle magistrature&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Le magistrature tradizionali sono ancora quelle nate per la città stato, quando l'impero si estende dalla Spagna alla Siria non potevano più essere adeguate per dominarlo e amministrarlo efficacemente. Per gestire popolazioni diverse e non integrate mancavano:&lt;br /&gt;continuità di azione (avvicendamento annuale)&lt;br /&gt;competenza e specializzazione, visione d'insieme dei problemi impossibile per un magistrato annuale&lt;br /&gt;legislazione stabile, mentre il susseguirsi di consoli e tribuni fa sì che si alternino personalità in contrasto: legislazione altalenante e contraddittoria.&lt;br /&gt;Inoltre il Senato faceva da raccordo e controllo per la politica estera fino alla prima metà del II sec a.C., controllo che viene perso gradualmente ed eroso da personalità singole.&lt;br /&gt;Senato&lt;br /&gt;Rottura dell'equilibio fra il Senato come corpo portatore di valori e i singoli senatori che tendono al potere.&lt;br /&gt;Il Senato come corpo garante dell'equilibrio e del mantenimento dei valori si spezza a causa della competizione esasperata fra le famiglie e i singoli capi politici.&lt;br /&gt;In particolare dopo la guerra sociale viene concessa la cittadinanza a tutti i popoli italici e quindi entrano in Senato molti alleati: questo sconvolge l'equilibrio precedente, che prevedeva poche grandi famiglie con il monopolio delle clientele e quindi il governo dello stato; si aggiungono nuove clientele e nuovi giochi di potere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre nuove esigenze militari dell'impero e dell'imperialismo necessitavano di più spazio lasciato al potere militare dei singoli: la prorogatio imperii si fa più frequente particolarmente durante le conquiste in Oriente e in Spagna; la prima volta era stata usata durante le guerre sannitiche. La continuità del comando crea un legame più stretto e personale fra il comandante e i soldati, che lo vedono come proprio punto di riferimento, un rapporto forte basato sul carisma; il comandante è un interlocutore, non più solo il rappresentante dello stato per cui si presta un servizio.&lt;br /&gt;Con la riforma di Mario l'attività militare diventa un mestiere pagato dal soldo, da una parte del bottino, da un terreno e/o denaro alla fine del servizio.&lt;br /&gt;I comandanti con questo esercito diverso operando in Oriente vedono prospettive nuove impensabili prima: possono comportarsi come dei re contrattando con i re vinti e trattando con i re ellenistici ne ammirano e desiderano il carisma e soprattutto i segni esteriori del lusso, del potere personale, gli omaggi dei sottoposti e delle popolazioni vinte. Ne nasce un'aspirazione al potere personale esterno al mos maiorum. Il re vinto diventava cliente non di Roma ma del comandante: i grandi capi fazione hanno clientele che abbracciano intere zone d'Italia (provenienza dei soldati) o intere province o regni satellite.&lt;br /&gt;Inoltre in queste campagne in Oriente i generali guadagnano enormi ricchezze personali con il bottino e l'amministrazione del luogo (generalmente un potere assoluto e senza controlli).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Senato si trova costretto a scendere a compromessi, si creano sempre più strappi alla tradizione che verranno poi ripresi da Augusto, p.e. conferire comandi straordinari sganciati dalle magistrature entra in uso già dalla seconda guerra punica: entrambi gli Scipioni erano morti in battaglia e il comando venne passato al giovane Scipione (futuro Africano); poi al tempo di Silla successe una cosa simile con Pompeo e durante le guerre civili ad Ottaviano fu conferito un comando da propretore. Si autorizzano deroghe alle norme (Lex Lilia, Lex Cornelia) a volte esagerate: Mario diventa console 7 volte di cui 6 di seguito, Cinna 4 volte. Si danno incarichi civili straordinari senza la rispettiva magistratura, per esempio a Pompeo per le cure annonarie, di norma cura degli edili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti questi strappi indebolivano il potere di controllo che il Senato aveva, crearono tutta una serie di precedenti formalmente legali che vennero ripresi da Augusto con la sola novità che lui attribuirà tutti quegli strappi ad una sola persona, contemporaneamente e per sempre.&lt;br /&gt;Già prima di accentrare su sé il potere era stato Triumviro Rei Publice Constituendum (27 novembre 43) con Marco Antonio e Lepido, una magistratura straordinaria di 5 anni con potere uguale a quello dei consoli e addirittura maggiore in caso di conflitto. Il potere civile consisteva nel poter convocare il Senato e i comizi, lo ius coercitionis, il potere di far approvare una legge e convalidarla. Inoltre poteva decidere le candidature dei magistrati. Allo scadere dei 5 anni c'erano già dei dissidi fra i triumviri ma nel 37 a Taranto avviene una rappacificazione, il potere viene rinnovato e continuano a comandare fino al 31 dicembre 33. A quel punto Lepido era già uscito di scena per mano di Ottaviano che ne assume le truppe mentre lui va in esilio. I rapporti fra Ottaviano e Antonio si deteriorano rapidamente e si va verso la guerra. Ottaviano usa la propaganda per dipingere i rapporti fra Antonio e Cleopatra in toni foschi, assolutamente lontani e contrari dai mores romani, Antonio si sarebbe orientalizzato, è succube di Cleopatra!&lt;br /&gt;Svuotamento e paralisi funzionale dei comizi&lt;br /&gt;I comizi per secoli avevano funzionato per la città stato, erano scelte legislative che venivano espresse dal potere del popolo. Diventa inadeguato quando si estende la cittadinanza ai non romani, per cui vanno a votare anche cittadini della Gallia Cisalpina, della Lucania... e le assemblee perdevano rappresentatività; inoltre la percentuale dei votanti era minima, il voto decentrato non era neanche contemplato (troppi pochi mezzi di comunicazione).&lt;br /&gt;Quando si acuisce la crisi politica i comizi furono dominati spesso dalla violenza, ci sono tumulti, si va a votare sotto intimidazione.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Radicalizzazione dei conflitti sociali&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Che a partire dal periodo dei Gracchi provocano il rischio di guerre civili e disintegrazione.&lt;br /&gt;L'economia inizia a fondarsi sullo schiavismo, i grandi proprietari terrieri sfruttano anche l'ager publicus per impostare una coltivazione più redditizia, concepita non per l'autoconsumo o per il consumo locale (vigneti e oliveti per tutto il mediterraneo), ma per l'esportazione. Questo sistema, però, era basato sul lavoro schiavile, aumentato dalle guerre e dalla pirateria; inoltre sul lungo periodo porta alla scomparsa dei piccoli proprietari: bastava un'annata cattiva per ridurli alla fame e costringerli a fare debiti con il proprietario ricco che ipotecava il loro terreno e spesso lo perdevano. Da questo si passa alla fuga dalle campagne alle città perché un nullatenente libero non poteva competere con la manodopera schiavistica e non gli restava se non andare a Roma ed entrare al servizio di qualche potente; ma si creano anche bande armate, il clientelismo crea tensioni sociali (p.e. Gli scontri armati fra le bande di Clodio e Milone che portano all'uccisione di Clodio); un'altro sfogo sono gli eserciti di professione.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Sfruttamento selvaggio delle province&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;I governatori di rango senatorio spremono i provinciali sperando di tornare a Roma con grandi ricchezze per sostenere la propria lotta politica (es. per arruolare bande armate di clienti o addirittura soldati). Con la stessa logica si muovono i cavalieri, che si occupano della riscossione dei tributi. Ma questa politica di sfruttamento e rapacità mette a rischio l'esistenza dell'impero per le sempre maggiori forze disgreganti che lo abitano.&lt;br /&gt;Il drammatico indebolimento delle strutture tradizionali dello stato crea le basi per l'inserimento di un potere più forte, c'è posto per personaggi che sanno di poter contare su una grande massa di proletari inurbati o sulla fedeltà di soldati mercenari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center; font-weight: bold;"&gt;Ottaviano Augusto&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Un uso spregiudicato della propaganda complica le elezioni e le indebolisce nella loro credibilità. Il più abile in questo senso fu Ottaviano, che non presentò il proprio potere in senso monarchico (come Cesare, che invece aveva accettato il titolo di dittatore a vita) ma seppe sfruttare gli eserciti, le clientele, le ricchezze di Cesare, il suo carisma, attraverso la propaganda e, consapevole di non essere un buon generale, seppe scegliere e legare a sé i migliori dell'epoca, come Agrippa, homo novus ma molto valido. Seppe anche sfruttare tutti gli errori dei suoi avversari: con la propaganda annientò Marco Antonio.&lt;br /&gt;Una volta rimasto solo al potere4, Ottaviano creò un assetto completamente nuovo. Da notare che all'inizio era in una situazione legale per il potere militare (non si poteva abrogare), illegale per il potere civile (non si può prorogare) e rafforza la sua situazione con sistemi non costituzionali, fingendo che ci fosse sempre il triumvirato grazie alla forza delle sue legioni.&lt;br /&gt;36 riconquista la Sicilia: votata la sacrosanctitas&lt;br /&gt;32 giuramento di fedeltà offerto tota Italia5 nella guerra contro gli “orientali” e successivamente da tutto l'Occidente. Il meccanismo è inedito perché dall'ambito militare il giuramento si sposta a quello civile;&lt;br /&gt;Ottaviano evita di protrarre l'illegalità oltre il 32 e dal 31 si fa eleggere console tutti gli anni con il Senato compiacente: è un potere legale. Quindi passa a consolidare il potere:&lt;br /&gt;30     ha il diritto di nominare nuovi patrizi: con le guerre civili ne erano morti molti e ce n'era bisogno p.e. per i sacerdozi&lt;br /&gt;    Ius auxilii: può intervenire a favore di un cittadino romano condannato per bloccare la condanna&lt;br /&gt;    Diritto di grazia: può richiamare dall'esilio&lt;br /&gt;29 praenomen di Imperator (da Gaius che era)&lt;br /&gt;28 eletto Princeps Senatus cioè persona eminente per azianità e prestigio con diritto di prendere per primo la parola nelle sedute&lt;br /&gt;13 gennaio 27 Ottaviano convoca il Senato e annuncia di voler deporre i poteri e restaurare la repubblica (Restitutio Rei Publice): era un coup de theatre ovviamente e il 16 gennaio il Senato precisa la posizione di Ottaviano: sarà console per i prossimi 10 anni con una sfera di competenza di tutte le province in cui c'erano legioni, mentre quelle senza (prov. Pacate) formalmente restano al Senato. Inoltre gli viene conferito il cognomen di Augusto, un titolo nuovo proveniente dalla sfera religiosa e dotato della massima protezione divina e del massimo riconoscimento del prestigio e del carisma personale, superiore a tutti per potestas e auctoritas.&lt;br /&gt;*aug- &gt; augeo, augmentum ma anche auctor, auctoritas ⇒ richiami sacrali e politici, p.e. l'Augustum Augurium era il rituale che trovava le sue radici nella fondazione di Roma.&lt;br /&gt;27 potere di Commendatio dei funzionari statali, cioè favorire l'elezione di qualcuno.&lt;br /&gt;1° luglio 23 si dimette da console, decisione presa forse davvero per timore di una congiura e poi per malattia: se il Senato avesse accettato sarebbe diventato un privato. Il Senato invece gli conferma la sostanza dei poteri senza il consolato, ratificando la decisione con un voto popolare: imperium proconsulare maius et infinitum quindi dello stesso tipo di quello dei consoli ma superiore e illimitato nel tempo e nello spazio. Prima per 10 anni poi sistematicamente rinnovato di 5 in 5 anni fino alla morte.&lt;br /&gt;        Tribunicia potestas: diritto di veto sulle decisioni dei magistrati, diritto di convolcare e presiedere i comizi6 e il Senato. Gli venne conferito per tanti anni quanti sarebbe durato il suo regno e gli viene riconfermato ogni anno il 1° luglio. Era un escamotage per conferire il potere di una magistratura a chi non la riveste. Da Traiano in poi viene rinnovata il 10 dicembre, il giorno in cui salgono in carica i tribuni – se l'imperatore saliva al trono il 1° dicembre gli veniva riconfermato dopo 10 giorni.&lt;br /&gt;        Relatio in Senato: capacità di decidere l'ordine del giorno (= controllo completo della vita politica)&lt;br /&gt;Così si forma la base del potere imperiale valida per tutta la durata dell'impero.&lt;br /&gt;22 a.C. per una grave carestia ed epidemie il Senato affida la cura dell'annona ad Augusto (già con Pompeo era stata presa una decisione simile) che la mantiene a vita e la fa ereditaria.&lt;br /&gt;Altre curae gli vengono affidate negli anni successivi, lui le affida spesso a senatori: curatele urbane o a cavalieri:&lt;br /&gt;20-11 a.C.: prefetti dei vigili, viarum, aquarum, aedium sacrarum &amp;amp; operum locorumque publicorum, riparum &amp;amp; cloacarum...&lt;br /&gt;12 a.C. muore Lepido: eletto Pontifex Maximus = massima autorità religiosa. Era già augure dal 41, quindecimvir dal 36, septemvir dal 16, frater arvalis ecc ecc ecc&lt;br /&gt;2 a.C. Pater Patriae: valore morale fortissimo perché il pater familias comprendeva nella rete di familiari, clienti e amici tutto il corpo civile: tutti dipendono dall'imperatore, trasferendo dal mondo pubblico al privato una posizione di superiorità. Inoltre significa controllare il tesoro d'Egitto, eredità dei faraoni e re persiani e satrapi di cui lui è il successore.&lt;br /&gt;Augusto ha tutto il potere militare in virtù dell'impero proconsolare ed ha l'esclusiva sugli auspici e quindi sui trionfi, che venivano celebrati da chi aveva preso gli auspici per la campagna militare, quindi l'imperatore e non il suo legatus.&lt;br /&gt;Il titolo di imperator assume un'aura sacrale eccezionale: può dirsi figlio di un dio.&lt;br /&gt;Aggiungi l'apparato propagandistico dei poeti di Mecenate, capillare e sottile: arti figurative dei grandi monumenti e iconografia degli oggetti d'uso comune e privato con cui diffonde un messaggio di pace, ritorno all'ordine e alla tradizione – temi assorbiti e recepiti dai privati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vengono superate le debolezze strutturali per la continuità del potere:&lt;br /&gt;1.garantita la continuità di governo, continuità di visione e continuità d'azione&lt;br /&gt;2.strutture amministrative efficienti per un impero mondiale, fondate sulla specializzazione delle competenze e nella continuità&lt;br /&gt;3.interventi finanziari di interesse pubblico per ricchezze dell'imperatore, non solo di facciata, e non più competizione fra gentes.&lt;br /&gt;4.Meno abusi nell'amministrazione delle province perché i governatori sono soggetti al severo controllo dell'imperatore sulle malversazioni. Cresce il consenso provinciale: stabilità, pace, interessi economici e mercato vastissimo&lt;br /&gt;Ombre:&lt;br /&gt;un contrasto latente fra principe e Senato, che perde centralità, resta come organo che collabora e offre strumenti per eseguire la sua volontà, campionario di collaboratori. Da Tiberio in poi il rapporto col Senato è altalenante, e tormentato, fonte di conflitti e tensioni che determinano giri di vite dell'imperatore o la sua caduta.&lt;br /&gt;Precarietà e incertezza dei criteri di successione: chi designa l'erede al trono? L'imperatore? Il Senato? L'esercito (acclamarlo imperator significa dargli la carica)?&lt;br /&gt;Il Senato ci teneva a ribadire il suo potere di decidere a chi donare la tribunicia potestate e l'imperium proconsolare per cui spesso si sviluppa un braccio di ferro fra l'esercito e il Senato – che subisce.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-3204172603594789649?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/3204172603594789649/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=3204172603594789649' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/3204172603594789649'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/3204172603594789649'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/09/storia-romana-1-dal-conflitto.html' title='Storia Romana 1: Dal conflitto patrizi/plebei a Ottaviano Augusto (Letta)'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-772394878732800353</id><published>2008-08-27T10:12:00.000-07:00</published><updated>2008-09-19T00:37:30.802-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia romana'/><title type='text'>Storia Romana 1: Origini e fondazione di Roma</title><content type='html'>Il dibattito su questo problema è alle origini del dibattito storiografico e della critica storiografica moderna.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Dall'umanesimo al novecento&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'interesse per questi problemi nasce nel periodo umanistico all'insegna di un atteggiamento reverenziale: ammirazione incondizionata per i testi come per la storia.&lt;br /&gt;La storia era vista come un modello al pari della letteratura e dell'arte, senza tentare di distinguere fra il mondo greco e il mondo romano, si fondava in larga parte su un gusto estetico dell'imitazione acritica e priva di ricostruzione storica. Anche la storiografia era un modello irraggiungibile e da imitare (Dante: Livio che non erra ma anche Petrarca, Boccaccio, Flavio ecc prendono Livio a modello); erano riverite perfino le epigrafi antiche: Cola di Rienzo espose in Campidoglio la Lex de Imperio Vespasiani, sebbene non sapesse apprezzarla veramente, perché era dimostrazione tangibile della continuità fra antichi e moderni; nella prima metà del '400 Ciriaco da Pizzicolli di Ancona disegna i ruderi e copia i testi delle iscrizioni con ammirazione e devozione incondizionate; e cfr anche il recupero della capitale epigrafica.&lt;br /&gt;Con Machiavelli affiorano i primi interrogativi generali (cfr Discorso sulla prima Deca di Tito Livio) ma partono da un'accettazione acritica: cerca di capirne i segreti per applicarli alla contemporaneità. Allo stesso modo Montesquieu nelle Considerazioni sulla grandezza dei romani e sulla loro decadenza (1734).&lt;br /&gt;Questa fiducia rimane a lungo negli studi antiquari e ha grande fortuna nel 6-700: particolarmente importante perché ci si occupava anche di fonti non letterarie, anche se si limitava a illustrazioni di ruderi, monete ecc.&lt;br /&gt;A partire dal '600 troviamo i primi dubbi e critiche cfr il Pirronismo storico, che applica alla storia romana antica i principi dello scetticismo (F. La-Mothe-Le-Vayer (1588-1672) e L. de Beaufort, Dissertation sur l'incertitude des cinques premiers siècles de l'histoire romaine) e rompe con i fideisti che accettano acriticamente le fonti antiche.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il seicento&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;JACOBUS PERIZONIUS (1651-1715) nel 1685 pubblica le Animadversiones historicae, in cui cerca di capire se dietro le tradizioni storiografiche delle origini di Roma potessero esserci fonti attendibili: i primi storici di quel periodo potevano contare sulla tradizione orale dei convivalia, canti recitati al termine dei banchetti per tramandare una tradizione molto antica già rispetto ai cantori.&lt;br /&gt;È il primo tentativo di risolvere l'aporia riguardo all'attendibilità della tradizione storica, non più su base fideistica ma neanche ricorrendo al pirronismo. La risposta di Perizonio è l'esistenza di una tradizione orale fra l'epoca regia e il III-II secolo, quando Fabio Pittore e gli altri cominciarono e mettere per iscritto il materiale dei carmina convivalia.&lt;br /&gt;Questa ipotesi fu ripresa da NIEBUHR (1776-1831), il fondatore dello studio della storia antica occidentale con la Römische Geschichte (Storia Romana) in più volumi pubblicati fra il 1811-12.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;L'ottocento&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dall'ottocento prevale la linea di Theodor MOMMSEN che innova gli studi sul diritto romano con edizioni critiche su testi antichi e complicati, con l'edizione del Corpus Inscriptionorum Latinorum e con una Storia romana che indirizza tutte le ricerche successive.&lt;br /&gt;Scettico sulla tradizione delle origini e del periodo regio la indaga ricostruendo la storia del pensiero romano, guardandola come il modo in cui le classi colte raccontavano il loro passato per spiegare la loro realtà contemporanea, cioè fabbricando leggende e storie per tutto ciò che non era rimasto ancorato alla memoria orale, in modo simile a come facciamo noi. I suoi studi si concentrarono sull'analisi filologica delle fonti per stabilire come usarle e ricostruire l'evoluzione della stratificazione – naturalmente senza illudersi di “risolvere” davvero i fatti storici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'interesse diretto allo studio delle fonti trova un'altra spinta con Ettore PAIS (1856-1939 sardo, allievo di Mommsen) che propone una Storia di Roma (1898-9) con molte rielaborazioni originali e in cui arriva a un radicale scetticismo; è l'iniziatore e il massimo esponente dell'IPERCRITICA: tutta la tradizione sulle origini di Roma è un insieme di invenzioni prive di basi documentarie o orali, che non nascono prima del III-IV secolo, non c'è nulla di storico o reale fino all'incendio gallico, sono operazioni letterarie con un forte desiderio di emulazione della storia greca camuffata e trasposta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Julius BELOCH (1854-1929 tedesco che abitò a lungo a Roma, maestro di Gaetano de Sanctis) parte dalle stesse premesse ma tenta di ricostruirle su basi diverse: recuperare dati attendibili da studi demografici quantitativi. È il fondatore della demografia storica. Tenta di porsi domande analoghe alle moderne anche per il mondo antico, cerca di capire se sia possibile accettare materialmente i dati delle fonti p.e. rapportando la popolazione alla superficie adibita al sostenimento agrario – o al limite se sia possibile proporre cifre più realistiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scavi al centro di Roma nel 1870, nuovi elementi per il dibattito e nel 1899 i ritrovamenti di Giacomo BONI (1859-1925) nel foro e sul Palatino sembrarono confermare clamorosamente la tradizione romana e smentire l'ipercritica: in particolare il ritrovamento sotto il Lapis Niger di un'iscrizione in caratteri latini del VI sec a.C. in cui si legge chiaramente la parola REX, databile fra il X e il IX secolo: la zona era già abitata, e inoltre Dionigi di Alicarnasso ne parla dicendo che sia la tomba di Romolo, visibile fino all'epoca di Augusto. La reazione iniziale è di eccessiva accettazione della tradizione.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il novecento&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Con la prima guerra mondiale le ricerche e il dibattito si arrestano, rallentano molto e si ritorna all'ipercritica e alla prudenza.&lt;br /&gt;Con la seconda guerra mondiale riprendono gli studi, soprattutto negli anni 40-50 la scuola svedese (Gjerstad, Gierow) fa ricerche a Roma e nel Lazio.&lt;br /&gt;Il dibattito si riaccende  perché si pone il problema metodologico di come raccordare tradizione e archeologia:    Andrea CARANDINI (n. 1937) e GRANDAZI sostengono che sia possibile e utile un intreccio fra archeologia e tradizione letteraria per confermarla e rinsaldarla nella verità, mentre&lt;br /&gt;    POUCHET e Emilio GABBA hanno una posizione più cauta: archeologia e tradizione letteraria restano su binari paralleli e inconciliabili perché tutti i tentativi di fonderli sono circolari, viziati in partenza e non validi. Il dato archeologico non univoco viene interpretato in base alla fonte letteraria che poi si dice confermata dall'archeologia: nessuno dei due dati è in realtà valido di per sé.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Elaborazione del problema&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il problema di fondo è lo iato cronologico fra l'epoca a cui viene attribuita l'origine di Roma (VIII a.C.), il periodo in cui si formò la tradizione (IV a.C.) e il periodo in cui si cominciò a scriverne (III a.C.); inoltre bisogna considerare le influenze greche e il fondato sospetto che alcune coincidenze siano effettivamente casuali:&lt;br /&gt;su quali basi è fondata la tradizione?&lt;br /&gt;Utilizzava qualche documento scritto (leggi, trattati, rituali)?&lt;br /&gt;Di che tipo?&lt;br /&gt;A quando potevano risalire?&lt;br /&gt;Che tipo di affidabilità avevano?&lt;br /&gt;Che tipo di tradizioni orali?&lt;br /&gt;In quale ambito?&lt;br /&gt;Con quale attendibilità?&lt;br /&gt;Si possono fare ricerche eziologiche fra i miti?&lt;br /&gt;Con quale attendibilità?&lt;br /&gt;Ci sono state invenzioni pure e semplici?&lt;br /&gt;Ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La dimostrazione della possibilità di coincidenze fra le tradizioni è assai difficile sul piano concreto:     analisi linguistiche ed etimologiche per ipotizzare un'origine comune di istituzioni, rituali ecc che possano confermare o smentire il dato della tradizione;&lt;br /&gt;    analisi dei rituali non più compresi ma ancora praticati in epoca storica;&lt;br /&gt;    analisi dei documenti archeologici.&lt;br /&gt;Resta fondamentale l'analisi della tradizione nelle sue parti minori, il modo e le fasi in cui si è formata, la stratificazione, le fonti degli autori giuntici e il modo in cui le hanno trattate. Ricostruire la tradizione come stratificazione, rifunzionalizzare a fini diversi le sue parti serve a capire se si può ammettere che la tradizione sia stata interrotta oppure no: in alcuni casi si può dimostrare che la continuità di memoria non può esserci stata e dobbiamo riconoscere che si tratta di pure invenzioni, prive di alcun dato attendibile; in questi casi se troviamo corrispondenze fra il dato archeologico e quello letterario bisogna credere che si tratti di una coincidenza – d'altra parte questi racconti restano come documenti del periodo più recente che ce li tramanda.&lt;br /&gt;Il dato archeologico anche se è significativo non è univoco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finora per le origini di Roma gli unici dati archeologici certi e non discutibili sono dati negativi:&lt;br /&gt;1.nella zona dei monti Albani non è esistita una città degna di questo nome: Alba Longa non esiste&lt;br /&gt;2.Lavinium (presso  Trasica di Mare) sarebbe stata la città con cui si fonde Enea arrivato da Troia; avrebbe dovuto essere esistente e fiorente nel XII secolo, Alba Longa una generazione dopo, Roma nell'VIII. Lavinium non era affatto un centro urbano molto anteriore a Roma, fa il salto da villaggio a centro urbano parallelamente a Roma.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Fonti&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Eneide.&lt;br /&gt;Fabio Pittore&lt;br /&gt;Scrisse in greco alla fine del III o ai primi del II secolo (fine della seconda guerra punica o subito dopo) una storia sistematica basata in parte sugli annali dei pontefici in parte su notizie arrivate per via orale, in parte trovate negli autori greci a lui anteriori, per esempio:&lt;br /&gt;Timeo di Tauromenio&lt;br /&gt;Vissuto fra il 350 e il 260 a.C. circa, nella sua trattazione storica (Storie) dava particolare attenzione al mondo occidentale, in particolare alle colonie greche, ovviamente.&lt;br /&gt;La Cronaca di Cuma,&lt;br /&gt;Da cui attingiamo notizie della fase finale della monarchia (ultimo Tarquinio, guerra di Porsenna)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La versione canonizzata da Fabio Pittore prende la forma a noi nota (Enea, Ascanio, Rea Silvia, Romolo e Remo) non prima del IV sec a.C. perché negli autori antichi ha forme completamente diverse: Esiodo nella Teogonia parla di Latino figlio di Circe e Odisseo; oppure Enea appare in riferimento all'occidente tirrenico senza Romolo e Remo, a volte con una donna chiamata Ῥομὴ. Quindi la tradizione di Pittore potrebbe fondere nuclei leggendari originariamente autonomi: fonde la storia che legava Enea con la storia dei gemelli inventando la serie dei re Albani.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Il filone troiano&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Risale al VI secolo perché su vasi greci di importazione e su vasi etruschi di imitazione greca ricorre insistentemente la rappresentazione della fuga di Enea da Troia con il padre, il figlio e i penati – probabilmente era una tradizione non applicata a Roma ma a Lavinium e per questo probabilmente Enea diventa re di Lavinium. I penati di Enea erano venerati nel santuario di Lavinium, come riferito da Timeo per autopsia.&lt;br /&gt;Il primo accenno è in Ellenico di Lesbo (425-400 ca a.C.) che dice che Enea fonda Roma; lo ripete anche un suo allievo in un frammento.&lt;br /&gt;È probabile che già Stesicoro (metà del VI a.C.) parlasse della fuga di Enea verso l'Hesperia, la terra d'Occidente, cioè l'Italia, come indicherebbe la tabula iliaca, un bassorilievo scolastico per poeti omerici con rappresentate le scene dei poemi omerici.&lt;br /&gt;Antioco di Siracusa (425-400 ca a.C.) attribuisce la fondazione di Roma a Enea. Confermato per statuette di terracotta trovate a Veio posteriori al periodo etrusco e non testimoniano la tradizione relativa a Veio, come si pensava prima ma la tradizione romana: gli occupanti rivendicavano orgogliosamente di appartenere a Roma.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il filone dei gemelli&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ha un'origine molto discussa.&lt;br /&gt;1968 Strasburger sosteneva che fosse una leggenda fabbricata in Grecia in chiave antiromana risalente al periodo delle ostilità fra le colonie greche e Roma, che si stava espandendo troppo; in effetti insiste su particolari disonorevoli: la nutrice era una prostituta (Acca Larentia), la nascita di Roma sarebbe legata a un fratricidio; i romani per assicurarsi la discendenza violano l'ospitalità (Ratto delle sabine) e Romolo dà asilo a schiavi fuggitivi, assassini, ladri e briganti per incrementare la popolazione.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La lupa&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un indizio preciso e certo che nel III secolo era già accettata ufficialmente: nel 296 a.C. i primi pontefici plebei eressero un gruppo bronzeo della lupa che allatta due gemelli (da Livio, X, 23) e lo stesso si può trovare su monete d'argento romano trovate in Campania datate al 269-66.&lt;br /&gt;Secondo Cornell la lupa dei musei capitolini proviene dal monumento che i due edili Olguni arricchirono con due gemelli e poiché è databile a VI a.C. dimostrerebbe che la storia circolava già. Il discorso non regge perché la statua come la vediamo oggi ha l'aggiunta rinascimentale dei due gemelli, quindi potrebbe non allattare gemelli umani, in originale.&lt;br /&gt;I gemelli&lt;br /&gt;Non abbiamo alcun indizio certo di due gemelli sullo stesso piano fino alla prima metà del IV sec. Possiamo addirittura dubitare che già nel VI secolo fossero due gemelli; anche se la prima menzione di Romolo è in Aucinio (prima metà IV sec), probabilmente la leggenda ha trovato la formulazione a noi nota nella seconda metà del IV sec.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Wiseman suppone lo sdoppiamento sia il risultato della parificazione fra patrizi e plebei (seconda metà IV, subito dopo le leggi Licinie Sestie) per radicare nel passato leggendario le rivendicazioni dei plebei e il torto subito.&lt;br /&gt;La prima attestazione della leggenda si trova nello specchio prenestino trovato a Volsena e databile al 350 o 325  a.C. (una lupa che allatta 2 gemelli). Secondo Wiseman sarebbe la premessa della leggenda dei gemelli: non sarebbero Romolo e Remo ma i Lares Praestites, gemelli divinità minori della tradizione romana (cfr Ovidio, Fasti) che avrebbero offerto lo spunto per modificare la leggenda. Secondo Carandini è una spiegazione troppo complicata. Ad ogni modo la base della ricostruzione di Wiseman resta valida: probabilmente il fondatore è stato sdoppiato.&lt;br /&gt;In generale&lt;br /&gt;In definitiva la tradizione canonica nasce non prima della seconda metà del IV secolo e assume particolare rilevanza anche dopo. L'unione di due filoni sarebbe potuta accadere anche nel III a.C. La parte più importante sta nell'accettazione e rielaborazione della leggenda, che secondo Wiseman non si svolse nei carmina convivalia ma nelle rappresentazioni teatrali, introdotte intorno alla metà del IV a.C. (secondo Livio nel 364 per i ludi plebei: i plebei cercano di entrare da protagonisti nella leggenda appropriandosi di un padre nobile, Remo), mentre l'organizzazione e la rielaborazione della leggenda probabilmente si basa su tradizioni orali tramandate sia in ambito sacro che familiare.&lt;br /&gt;La formazione della tradizione&lt;br /&gt;La presenza degli annali dei pontefici come fonte valeva solo per il periodo più recente, mentre per le origini non c'erano registrazioni. I primi storici avranno inquisito congetturalmente su nomi di luogo, analisi di rituali secondo etimologie fantasiose che aggiunsero molti particolari fantasiosi. Non tutti i dati di cui disponevano quegli autori sono stati utilizzati in concreto: tutta una serie di dettagli e racconti resta esclusa dalla tradizione annalistica e viene recuperata da altri generi letterari e da fonti antiquarie: collezione di monstra e mirabilia, analisi linguistiche ed erudite.&lt;br /&gt;Perché veniva fatta una scelta? Vengono presi solo i dettagli funzionali alla linea che era stata scelta scelto e il principio ordinatore è quello della statalità (soprattutto per Fabio Pittore): la continua e inarrestabile ascesa di Roma (come la conosce lui) che arriva fino al suo tempo, il racconto delle fasi attraverso cui si forma lo stato romano e la sua potenza: Pittore elimina tutti gli elementi controproducenti o inutili come p.e. i rapporti fra Roma e Porsenna: aveva conquistato Roma e proibito ai romani l'uso del ferro (Plinio), notizia non riportata negli Annales (Livio).&lt;br /&gt;L'organizzazione dei dati scelti venne dal confronto con la tradizione storiografica greca e da categorie storiche greche (= modo di leggere i fatti):&lt;br /&gt;1.nelle Origines si segue il modello delle κτίσεις: origine di una città e fondazione dal nulla ad opera di un eroe fondatore;&lt;br /&gt;2.il modello dell'opposizione tirannide-libertà con cui vengono descritti gli ultimi re romani: realtà risistemata&lt;br /&gt;3.+ forte volontà celebrativa di Roma e dell'aristocrazia romana che si autopropone come protagonista della storia di Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'esame dei dati archeologici deve tener conto di questo ↥ e del fatto che:&lt;br /&gt;la tradizione si è formata sicuramente tardi, verso la fine del IV a.C.&lt;br /&gt;almeno in parte la ricostruzione è frutto di congetture e non proviene direttamente dalla memoria ininterrotta per via orale. La rielaborazione ha raccolto e riutilizzato materiali di folklore senza tempo (p.e. il bambino esposto e ritrovato da una fiera o un pastore) riciclati come narrazioni storiche + molti elementi della tradizione greca&lt;br /&gt;Quadro archeologico oggi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'ETÀ DEL BRONZO FINALE (XI-X sec a.C.) nell'Italia centrale tirrenica si afferma una cultura che è chiamata protovillanoviana (dalle scoperte nel sito di Villanova vicino a Bologna di cui questa è precedente), caratterizzata da incinerazione ad d'urne biconiche. La cultura protovillanoviana nell'area tirrenica conosce uno sviluppo, nascono abitati d'altura, naturalmente fortificati e spianati sulla cima; si tratta di centri di piccole dimensioni (5-10 ettari) e a piccola distanza gli uni dagli altri, hanno bisogno di poco terreno da coltivazione, circa 5-10 km.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con l'inizio dell'ETÀ DEL FERRO, fine X-inizio IX secolo comincia il villanoviano. In questa fase di sviluppo la popolazione che era sparsa si concentra in un minor numero di abitati ma di dimensioni sensibilmente maggiori. I siti corrispondono a quelle che saranno le grandi città dell'Etruria.&lt;br /&gt;Protourbanizzazione che si sviluppa nel corso del IX secolo perché non ci sono ancora colonie greche in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel Lazio la situazione è simile ma più graduale, più lenta. Non fu un cambiamento generale, ci sono abitati piccoli della fase precedente (sui colli Albani) e insieme concentrazioni più urbane. Le prime unità maggiori cominciarono a comparire nell'ultimo quarto del IX secolo, agli INIZI DELL'VIII.&lt;br /&gt;Fase Laziale: 830-770 a.C.&lt;br /&gt;Il primo di questi centri è Gabi.&lt;br /&gt;Alla metà dell'VIII secolo compaiono le prime sepolture principesche, che testimoniano una differenziazione sociale ormai accentuata, p.e. quelle trovate a Palestrina (antica Preneste) della fine dell'VIII-inizio VII secolo mostrano sfarzo, oggetti di importazione greca e fenicia.&lt;br /&gt;In questa fase l'aristocrazia locale ha assorbito gli usi di quella greca es. la cultura del simposio (ci sono vasi che ne testimoniano l'uso) e anche la scrittura compare per influenza greca con vari adattamenti dei segni alfabetici greci. Compare prima in Etruria poi nel Lazio.&lt;br /&gt;L'unione delle comunità&lt;br /&gt;Per Roma scavi alla fine dell'ottocento misero in luce abitati dell'inizio dell'età del ferro sul Palatino e sul Quirinale, mentre nell'Esquilino e nel Celio (zona del Colosseo) si trova un villaggio di capanne già del X secolo e nel Foro Romano si è trovata un'area di tombe risalenti fino al 380 a.C.&lt;br /&gt;Sul Palatino (più recenti) e sul Campidoglio (più antichi: fino al XIV sec, età del bronzo) ci sono indizi di abitati. Quindi l'area intorno a Roma è una serie di nuclei indipendenti, forse c'erano capanne anche nel foro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;EINAR GJERSTAD (1897-1988): quando il sepolcreto fu abbandonato si sarebbero costruite capanne anche lì e sarebbero durate fino al 575 a.C., quando le capanne sarebbero state eliminate e l'area sarebbe stata pavimentata: segno di fusione artificiale fra le comunità preesistenti, che avrebbero scelto l'area come zona di incontro, secondo questa visione questa sarebbe stata la data della fondazione di Roma, atto volontario di unione fra comunità con un'area comune in cui si fanno affari secondo il modello della polis greca. Questa datazione modifica di molto la cronologia, sposta di due secoli in avanti la fondazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intorno al 1955 lo studioso MULLER-KARPE (n. 1925) propose un'altra tesi con la formula di Stautgrundung, formazione della città graduale e spontaneità lenta. L'unione politica di queste comunità sarebbe l'ultima fase di uno sviluppo insensibile. L'unica differenza sul piano di partenza riguarda la data della pavimentazione del foro: per Gjerstad intorno al 575 mentre Muner-Karpe propone 625. Gli studi successivi dimostrano che aveva ragione Muller-Karpe, in base a studi sui materiali. L'inizio dell'età del ferro viene collocato intorno al 900, mentre per Gjerstad era da collocarsi all'800 a.C.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tentativo di superare l'opposizione fra le due teorie fu fatta da CARMINE AMPOLO (?), che ammetteva entrambe le due fasi: prima ci sarebbe stata l'aggregazione spontanea e poi l'atto di autorifondazione come comunità unica per sinecismo (unione di abitanti diversi). Prima c'era l'abitato sul Palatino e poi su colli vicini. Nell'830 questa comunità usa il sepolcreto alla base del Palatino. Qui confluiscono molti dal Celio e dal Palatino. Poi si abbandona il sepolcreto perché la comunità della Celio si espandeva verso l'Esquilino, c'è una serie cospicua di tombe in quella zona, che iniziano quando non vengono più fatte nel sepolcreto.&lt;br /&gt;Queste comunità avevano un rituale religioso antichissimo a cui si riferisce Sesto Pompeo Festo (antiquario dell'età di Adriano), che prende materiale dalle ricerche di Verrio Flacco (età augustea): l'11 novembre veniva celebrata una festa con processioni che riguardavano tutti i colli (eccetto Quirinale e Campidoglio), faceva il giro delle comunità: le due alture del Palatino, la Celio, le tre cime dell'Esquilino, la valle della Suburra (che è una parte del Foro). Questo rituale testimonia una fase in cui l'urbanizzazione si esauriva in quest'area, senza due colli importanti per Roma: era la comunità del Settimontium. La fusione con gli altri due colli risalirebbe a quando nel Campidoglio scomparvero le tombe e ci furono capanne (625 ca.), fu pavimentato il foro, furono fatti i primi edifici pubblici: la reggia, residenza prima del re poi del pontefice massimo, primo edificio pubblico (ultimo quarto del VII secolo).&lt;br /&gt;Riletture di vecchie scoperte&lt;br /&gt;Alla metà degli anni '70 il quadro sembrava chiarito, ma viene rimesso in discussione appena finiti i nuovi libri di testo per delle nuove scoperte e dei cambi di indirizzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AMMERMAN nel 1990 riesamina le stratigrafie del Boni (in base alle quali Gjerstad aveva datato la presenza di capanne nel foro) e sostiene che queste capanne non sono mai esistite, sono una lettura sbagliata degli scavi; sono invece una colmata artificiale, di riporto di circa 2 metri traccia di operazioni di bonifica precedente alla pavimentazione (la zona era soggetta a impaludamenti). La fusione fra le comunità (Palatino, Celio, Esquilino, Campidoglio e Quirinale) risalirebbe a quel momento. Nel 625 ca. con decisione puntuale e consapevole sarebbe avvenuto un sinecismo.&lt;br /&gt;Ammerman conferma la parte più significativa di Ampolo correggendola su un punto: la fusione di fatto non sarebbe stata prima del 625. Se fino a quella data la zona intermedia era spesso impraticabile non avrebbe potuto essere una zona di aggregazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Ampolo il carattere artificiale della nuova comunità è provato dal fatto che era divisa in 3 tribù e 30 curie: queste ripartizioni con un numero tondo significano che non sono frutto di un accorpamento casuale ma una scelta precisa. Questo carattere artificiale si ritroverebbe anche nel calendario romano più antico (cfr grafia più grande): dev'essere antico davvero perché manca il culto di Giove capitolino (quindi precedente al 509 a.C.), mancano i culti introdotti da Servio Tullio secondo la tradizione (Fortuna, Mater Matuta) quindi anteriore anche al 559. Questo nucleo del calendario è così complesso che presuppone l'uso della scrittura, anche se fu reso pubblico più tardi di quando fu scritto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poiché intorno al 625 queste comunità adottano il modello della polis, fanno riferimento alle basi di mercanti greci (fondaci, basi commerciali) e fenici in quella zona. Sulla presenza di mercanti greci e fenici ci sono diversi indizi:&lt;br /&gt;presenza antichissima di culto di Eracle all'Ara maxima (tramandata dalla tradizione e confermata dall'archeologia), che risalirebbe alla fondazione della città, addirittura portata con Evandro. In realtà quell'Eracle presenta delle prescrizioni di culto molto simili a quelle tributate a Baal-Mekart, una divinità fenicia&lt;br /&gt;Legami fra il culto di Fortuna e culti orientali tipo Astante&lt;br /&gt;il culto di Diana sull'Aventino era legato al culto su Artemis di Efeso.&lt;br /&gt;Dispute causate dalle scoperte di Carandini&lt;br /&gt;Carandini mette in luce un tratto di muro il cui primo impianto risale probabilmente al 730-720 a.C. fra il Palatino e il Celio vicino a un torrente, ricostruito almeno 3 volte fino al 550-30 a.C. poi distrutto e coperto con una colmata dove poi passava la sacra via (strada dei trionfatori).&lt;br /&gt;Secondo Carandini non è possibile che sia un muro difensivo ma dovrebbe essere la linea sacrale del pomoerium più antico, quello attribuito a Romolo, quindi corrispondente all'atto di fondazione di Roma. Sarebbe la smentita di una datazione al 625 o al 753. Inoltre Tacito (Annales, XII, 24) parlando di Claudio fa un excursus sulla storia del pomoerium: Romolo tracciò il solco il cui percorso era segnato ancora al suo tempo con dei cippi (lapides) che indicavano un percorso attorno al palatino: Foro Boario, Ara Maxima, Curia veteres, ... e il sacello dei Lari. Questo percorso comprende il muro scoperto da Carandini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. Ma se la tradizione fissa questa coincidenza molto tardi  potrebbe essere casuale:&lt;br /&gt;se il muro è l'atto di fondazione di Roma sul Palatino come ci si spiega che l'abitato sul palatino sia anteriore di 3 secoli?&lt;br /&gt;Siamo sicuri che il muro sia una linea sacrale?&lt;br /&gt;In generale è l'interpretazione meno probabile se non addirittura da escludere: è solo un tratto di muro, se non girava attorno al Palatino non è la linea sacrale. Potrebbe essere una costruzione fatta perché la strada corresse lungo il torrente ma non più in basso per non esserne inondato.&lt;br /&gt;2. Inoltre: Tacito su che base si fonda? Romolo mise o i cippi o il muro; altrimenti i cippi sono successivi. È una ricostruzione a posteriori come le altre, probabilmente i cippi vennero messi in un momento qualsiasi in cui il p. venne allargato (Silla p.e.) per apprezzare la differenza a fini di propaganda: anche per gli allargamenti di Augusto e Claudio restano dei cippi.&lt;br /&gt;3. Anche la coincidenza cronologica fra Tacito e Carandini potrebbe essere casuale.&lt;br /&gt;4. La nuova linea sacra fondata da Romolo e Tito Tazio (re dei sabini) comprendeva Palatino,  Foro, Campidoglio e Quirinale. Questa tradizione si è formata dopo la leggenda della fusione dei romani coi sabini, sicuramente non prima del IV secolo, forse dopo.&lt;br /&gt;La tradizione, secondo Carandini, viene confermata dalla sua scoperta anche per la leggenda del ratto delle sabine – che però lo smentisce almeno sul piano cronologico: sulla base delle ricerche di Ammerman la fusione non è anteriore al 625 mentre la tradizione dice che è stato durante la vita di Romolo.&lt;br /&gt;Inoltre tutta la tradizione della comunità sabina sul Quirinale è tarda: se si analizzano tutte le fonti è chiaro che alla base c'è un ragionamento di pseudo-etimologia: il Quirinale (invece di venire da Quirino) sarebbe la zona in cui abitano i provenienti da Cures (vicino a Passocorese). Al contrario è stato dimostrato da linguisti moderni che Quirinus viene da Curia, quindi sarebbe il dio protettore della comunità romana, ovvero dei quirites, il popolo riunito in CVRIA: COVRIA: CON+VIR.&lt;br /&gt;Ancora sulle fonti&lt;br /&gt;Abbiamo una serie di testimonianze che collocano la fondazione in momenti diversi:&lt;br /&gt;Catone e Dionigi di Alicarnasso 751,&lt;br /&gt;Polibio 750,&lt;br /&gt;Varrone 573: effetto di un ricordo tramandato?&lt;br /&gt;d'altra parte  Fabio Pittore 747,&lt;br /&gt;    Cincio Alimento 728,&lt;br /&gt;e alcuni autori greci precedenti indicano date completamente diverse: Timeo di Tauromenio 813, Ennio e Nevio (III sec) indicano l'XI secolo: Ennio nel fr. * Vahlen dice “sono passati 700 anni da quando è stata fondata la grande Roma”2; in Servio commentato v. 273, I, Eneide “sia Ennio che Nevio facevano di Romolo un nipote diretto di Enea”&lt;br /&gt;Il divario fra le datazioni è troppo profondo per ammettere un ricordo comune, sono tutte congetture, ragionamenti grossolani a tavolino; d'altra parte tutti gli autori romani3 conoscevano e utilizzavano gli annali dei pontefici quindi lì non doveva esserci nulla.&lt;br /&gt;Il fatto che siano ricostruzioni a tavolino è ancora più evidente ragionando sui numeri:&lt;br /&gt;Varrone dice che la fondazione è del 753 e la fine dei regni del 509: passano 244 anni ovvero 35 anni x 7 regni, i re di Roma erano eletti da adulti quindi non potevano esserci regni più lunghi, anche perché 4 su 7 muoiono di morte non naturale. In realtà solo 7 regni per 244 anni sono pochi4, e 35 sono quelli dati tipicamente anche dalle cronologie greche come durata media di un regno (3 generazioni ogni secolo). Tutto torna anche confrontando le date fornite da Fabio Pittore.&lt;br /&gt;Una volta che siamo sicuri che la data di fondazione è frutto di calcoli a tavolino del II-III secolo a.C. significa che la coincidenza del muro è casuale. Povero Carandini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center; font-weight: bold;"&gt;L'inizio della repubblica&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;I tentativi novecenteschi di abbassare drasticamente l’inizio della repubblica sono privi di fondamento, le differenze vanno imputate a errori inevitabili per liste monotone e complicate: Bloch, Werner [inventato fino al 471], Gjerstad che propone di spostare i decemviri al 451, Alfoldi intorno al 400 a.C.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(qui è chiaramente saltata una lezione, ma tant'è...)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-772394878732800353?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/772394878732800353/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=772394878732800353' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/772394878732800353'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/772394878732800353'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/08/storia-romana-1-origini-e-fondazione-di.html' title='Storia Romana 1: Origini e fondazione di Roma'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-4045546399288085118</id><published>2008-08-26T09:42:00.000-07:00</published><updated>2008-09-19T00:36:34.752-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia romana; fonti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fonti'/><title type='text'>Storia Romana 1: Fonti secondarie e Leggi (Letta)</title><content type='html'>Fonti secondarie (scritte)&lt;br /&gt;Sono ripensamenti, interpretazioni e analisi del fatto storico, letteratura storica e non. Per interpretarle correttamente bisogna conoscerne le fonti primarie, risalire la filiera dal fatto all'interpretazione del fatto che ne facevano gli antichi; risulta inattendibile se non possiamo usufruire di determinati documenti.&lt;br /&gt;Opere storiografiche&lt;br /&gt;Genere letterario a sé con regole retoriche particolari.&lt;br /&gt;Biografie&lt;br /&gt;Per gli antichi era un genere a sé, distinto dalla storiografia.&lt;br /&gt;Epos&lt;br /&gt;Nella tradizione letteraria romana c'è l'epica di argomento storico, gli avvenimenti sono trasformati poeticamente ma restano interessanti.&lt;br /&gt;Teatro&lt;br /&gt;Il sottogenere della fabula togata  di argomento storico che mette in scena personaggi e avvenimenti storici del passato di Roma, naturalmente tesi ad esaltare la gloria di Roma e dei romani. Alla base della narrazione dei fatti c'è una ricerca di tipo storico, una vulgata dei fatti corrispondente a quella della storiografia.&lt;br /&gt;Leggi romane&lt;br /&gt;Lex = legge proposta da consoli e pretori, votata dai comizi (che in età repubblicana corrispondono al popolo) centuriati (pace, guerre, alleanze) o tributi (proposte di legge).&lt;br /&gt;Plebiscitum = legge proposta da un tribuno della plebe (ma è perduta la differenza che poteva avere in senso non tecnico).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al tempo di Cicerone il testo approvato veniva inciso sul bronzo e conservato nell'aerarium custodito dai questori. Inizialmente probabilmente i testi erano scritti su tavole di legno imbiancato con calce e scritto in nero e rosso, tant'è vero che il titolo dei singoli capitoli della legge si chiama rubrica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quando vengono scritte le leggi? Testi antichi possono essere sopravvissuti all'incendio del 390 a.C.? p.e. La legge sacra è della fine del VI secolo (periodo a cui risale l'uso scritto), per cui almeno qualche documento è sopravvissuto. D'altra parte l'analisi degli strati archeologici mette in discussione le fonti: non c'è stato un incendio così esteso da coprire tutta Roma.&lt;br /&gt;A noi restano testi di legge a partire dal II secolo a.C.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non tutte queste normative, ovviamente, hanno forma epigrafica, ma spesso si trovano incise anche legislazioni pertinenti a privati.&lt;br /&gt;Struttura della legge romana&lt;br /&gt;1.Index: denominazione della legge che unisce a LEX un aggettivo, generalmente il gentilizio del magistrato proponente e di solito segue un aggettivo o un complemento di argomento (de+abl): p.e. Lex Iulia de civitate oppure Lex Livia iudiciaria.&lt;br /&gt;2.Praescriptio: premessa che contiene:&lt;br /&gt;il nome completo del/i magistrato/i proponente/i&lt;br /&gt;data e luogo del voto&lt;br /&gt;la prima unità di voto favorevole: la prima centuria o la prima tribù, a volte anche il primo cittadino&lt;br /&gt;3.Rogatio: testo v&amp;amp;p dell'interrogazione o della proposta; letteralmente significa proposta. Spesso divisa in capita (capitoli o articoli di legge), normalmente separati da uno spazio bianco, numerati e indicati dall'inizio da K o KL (caput legis), poi il numero e a volte la rubrica&lt;br /&gt;4.Sanctio: sanzione per chi non rispetta le disposizioni (non c'è sempre) + norme transitorie per raccordare la nuova legge alla precedente legislazione in vigore.&lt;br /&gt;Trattati internazionali: normalmente conservati in templi o luoghi pubblici. Ne esistevano copie scritte prima del periodo storico? Probabilmente sì perché Polibio (1° metà del II a.C.) dice di aver letto coi propri occhi insieme a un traduttore il testo di un trattato fra Roma e Cartagine dei primi anni della repubblica (fine del VI a.C. ).&lt;br /&gt;In età repubblicana è il senato che gestisce le trattative, neanche i comandanti vittoriosi avevano carta bianca; i comizi centuriati sanzionavano con un sì o un no il trattato.&lt;br /&gt;Atti dei collegi sacerdotali&lt;br /&gt;La religione è una questione di stato nel senso che regola i rapporti fra la comunità umana e la comunità divina (Pax deorum): io faccio certi sacrifici tu fai il tuo dovere morale. I sacerdoti erano i responsabili del sacro ed erano riuniti in collegi che sono organi dello stato:&lt;br /&gt;1.pontefici: erano i detentori del diritto sacro, tecnici del rapporto con la divinità&lt;br /&gt;2.auguri: consultazione della volontà degli dei, interpretavano risposte e stabilivano modalità di consultazione del volo degli uccelli&lt;br /&gt;3.quindecimviri sacris faciundis&lt;br /&gt;4.aruspici: incaricati dello studio delle viscere delle vittime; erano sacerdoti etruschi al servizio dello stato romano.&lt;br /&gt;5.Atti dei fratelli arvales: antico culto agrario rinvivito da Augusto a Diocleziano; trascrivono su lastre di marmo tutte le loro registrazioni, che vengono esposte nel bosco sacro della dea Dia.&lt;br /&gt;Fonti storiche ci fanno intuire che c'erano archivi molto ricchi con un contenuto sacrale giuridico e tecnico ma è solo per i pontefici che si sviluppano le registrazioni che stanno alla base della nascita della storiografia, cioè i commentarii scritti su materiale deperibile (legno, ceramica, argilla, libri lintei, papiro); alcuni vengono trasposti in epigrafi esposte di cui ci restano frammenti significativi, ma si tratta verosimilmente di redazioni differenti da quelle prodotte per l'uso esclusivo dei pontefici.&lt;br /&gt;Tra le registrazioni scritte dei pontefici c'erano:&lt;br /&gt;1. Fasti&lt;br /&gt;Ovvero il calendario.&lt;br /&gt;Il termine deriva dall'aggettivo plurale Fasti Dies = elenco dei giorni in cui era lecito (fas) amministrare la giustizia, mentre altri giorni erano nefasti; il termine viene sentito come sostantivo.&lt;br /&gt;Il nucleo più antico era attribuito a Numa Pompilio, ma ci restano esemplari epigrafici solo dell'età di Augusto e Tiberio; in questi il nucleo più antico era scritto con caratteri più grandi. A quest'altezza era una combinazione imperfetta di mesi lunari e anno solare.&lt;br /&gt;La prima esposizione di un calendario scritto risalirebbe a Gneo Flavio, edile del 304 a.C. (era censore Appio Claudio Cieco, che gli permise di fare carriera nonostante fosse un liberto), mentre prima era compito dei Pontifices annunciare alla popolazione la fas dei giorni: ovviamente era uno strumento politico saldamente custodito.&lt;br /&gt;Col tempo gli aggiornamenti sono necessari per l'introduzione di nuove feste, nuovi templi e commemorazioni.&lt;br /&gt;Nel 46 Cesare rinnova il calendario: si azzera il ritardo e lo si blocca con l'introduzione dell'anno bisestile. Con Augusto viene inaugurato un gran numero di calendari pubblici.&lt;br /&gt;Ci resta solo un calendario precedente alla riforma giuliana, i fasti anziales (??!) che sono di poco precedenti; dipinti su un intonaco poi recuperato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del calendario riformato abbiamo molte testimonianze: 42 secondo la raccolta di Grassi (Inscriptiones Italianae, 2° dg) fra Cesare e Tiberio. Presenta una struttura sempre uguale:&lt;br /&gt;8 lettere (A-H) che sono le litterae nundinales1: gli 8 giorni della settimana più un giorno di mercato in cui la popolazione rurale affluiva in città&lt;br /&gt;poi l’indicazione del numero del giorno: Kalendae (1°), il giorno dopo, tre giorni prima delle nonae ecc. (conto inclusivo), Nonae (5° o 7° a mar, mag, lug, ott), Idi (13° o 15° a mar, mag, lug, ott)&lt;br /&gt;quindi la qualità religiosa del giorno: F fastus, N nefastus, NP nefastus purus, EN endopercisus cioè spezzato, mattino N e pomeriggio F, C comizialis&lt;br /&gt;quindi annotazioni relative alle feste, prescrizioni rituali, commemorazioni di vittorie e sconfitte (p.e. 19 luglio Dies Alliensis sconfitta dai galli). Questa sezione si amplia nel tempo con informazioni di portata politica ideologica, particolarmente ipertrofica in epoca imperiale per  la propaganda.&lt;br /&gt;Un esempio è il feriale cumano (primo impero) oppure il feriale durano (da Dura Europos sull’Eufrate imperiale), lista di feste religiose al culto della famiglia imperiale: ancora all’altezza di Severo Alessandro (1° metà del III sec) tutti i reparti dell’esercito dovevano celebrare la morte di Germanico, il Dies Imperi di Traiano, Marco Aurelio ecc anche senza continuità dinastica.&lt;br /&gt;2. Fasti Consulares&lt;br /&gt;Elenco ufficiale dei consoli alla guida dello stato anno per anno: fondamentale per la datazione, data dai magistrati eponimi (cioè che danno il nome all’anno). L’uso di datare gli anni Ab urbe condita è solo letterario, storico o antiquario, mentre quello ufficiale era dei consoli – quindi liste ufficiali dovettero esistere fin dall’inizio dell’uso: in epoca regia non si sa come funzionasse, ma alla fine del VI sec (inizio dell’era consolare) si cominciano a redigere delle liste.&lt;br /&gt;La lista a cui si faceva riferimento era quella dei pontefici che ne erano responsabili. Non ce ne restano documenti ufficiali ma verosimilmente le fonti letterarie che le usano facevano riferimento a liste ufficiali e affidabili; naturalmente resta il problema di quanto sia affidabile la parte più antica delle liste per quanto precisamente ricostruibile, sono stati posti dubbi soprattutto per la parte che riguarda il periodo fra il 510 a.C. (inizio della Repubblica) e il 390 a.C. (incendio gallico):&lt;br /&gt;1.p.es. è sospetto il sincronismo fra la cacciata dell’ultimo re a Roma e la cacciata dell’ultimo tiranno dei pisistratidi ad Atene&lt;br /&gt;2.nel IV secolo compaiono 4 anni dittatoriali i cui nomi sono discordanti, probabilmente non tornano i conti fra le coppie consolari e gli anni trascorsi dalla fondazione di Roma; il conto era effettuato in base al rituale di piantare un chiodo di bronzo nella parete del tempio di Giove Capitolino&lt;br /&gt;3.fra il 510 e il 451 (decemviri) nelle liste dei consoli ci sono diversi nomi di famiglie plebee in evidente contraddizione con la tradizione unanime che dice che i consoli erano solo patrizi fino al 366 (leggi Licine Sestie). La spiegazione è in un’operazione successiva di famiglie plebee che fra il III e il I sec a.C. fingevano di aver raggiunto il consolato presto secondo la testimonianza di Plutarco che cita Claudio Quadrigario (I d.C.) che sosteneva che le parti più antiche della narrazione storica romana erano inattendibili a causa delle falsificazioni compiute per glorificare le gentes; anche secondo Cicerone in epoca per lui recente le gentes più potenti si inventavano antenati illustri.&lt;br /&gt;Queste obiezioni comunque non sono gravi e ci sono spiegazioni per l’attendibilità complessiva: potrebbe esserci qualche anno inventato: la difficoltà a far coincidere una lunga lista di nomi ripetitivi con i chiodi piantati nella parete del tempio può aver indotto a inserire delle annate fittizie per recuperare il totale, non significa comunque che tutta la lista sia inventata; inoltre se erano falsificazioni sistematiche dovremmo trovare solo nomi di gentes importanti in epoca più recente mentre resistono alcuni illustri sconosciuti come i Sicinii.&lt;br /&gt;Un’altra spiegazione è che alcune famiglie patrizie si siano estinte mentre i discendenti dei loro liberti abbiano fatto fortuna fino a rivestire il consolato. Le vere falsificazioni erano più modeste, lo spazio di manovra per inserire dei cognomina era ristretto perché le liste nella parte più antica avevano solo il nomen e il gentilizio.&lt;br /&gt;3. Fasti Triumphales&lt;br /&gt;Fasti Capitolini&lt;br /&gt;Conservati nei musei capitolini ma provenienti dal Foro romano sono 49 frammenti di Fasti consolari scritti fra il 483 a.C. e il 13 d.C. e 41 di fasti Trionfali fra il 753 (data fittizia) al 19 a.C. Gli umanisti li consideravano ingenuamente le liste originali dei pontefici, mentre sono la monumentalizzazione della lista voluta da Augusto per celebrare i suoi successi come culmine della storia di Roma, regime in assoluta continuità col passato; in suo onore vennero affisse su un arco. I fasti trionfali vennero aggiunti in un secondo momento: quando uno dei piloni cede viene consolidato aggiungendo due passaggi minori con un architrave come contrafforte decorati con i Fasti Trionfali – il tutto viene inaugurato nel 19 a.C.&lt;br /&gt;I fasti capitolini sovrapposti alle notizie degli autori antichi danno una ricostruzione sostanzialmente attendibile della lista completa della Roma repubblicana.&lt;br /&gt;4. Annales Pontificum&lt;br /&gt;Non si sa quando si cominciò a scrivere anno per anno gli avvenimenti principali accaduti sotto i singoli consoli. Sono registrazioni degli accadimenti della vita pubblica con risvolti religiosi anno per anno, come ci si è comportati e come hanno risposto le divinità per sapere come comportarsi in futuro.&lt;br /&gt;Annali dei Pontefici veri e propri&lt;br /&gt;Registrazioni destinate all’archivio ad uso dei pontefici quindi redatti su tavolette cerate o inchiostrate riunite con cordicelle (codice) o in volumina (libri lintei o papiri); sono materiali precari probabilmente copiati successivamente non si sa con quale grado di fedeltà. Sembra che coprissero anche il periodo delle origini (ovviamente non originali): Cic, De Rep, I, 25, 16 dice che la prima eclissi di sole registrata dai pontefici fu nel 400 a.C. mentre le eclissi precedenti fino a quella della morte di Romolo furono calcolate dai pontefici su base astronomica.&lt;br /&gt;Tavola pubblica&lt;br /&gt;Esposta anno per anno dal Pontefice Massimo; era una tavola imbiancata a calce su cui venivano scritte le indicazioni del pontefice per l’esposizione al pubblico – era quindi di grandi dimensioni e con una scelta particolare di avvenimenti ovviamente.&lt;br /&gt;Annales Maximi&lt;br /&gt;Conosciuti perché citati nella letteratura come opera letteraria divisa in 80 libri circolante al tempo di augusto come summa delle registrazioni dei pontefici.&lt;br /&gt;Il 400 è la data (ovvero il periodo) della prima registrazione dei pontefici: tutto ciò che è precedente negli Annales Maximi sono ricostruzioni non attendibili, ma hanno lo stesso valore e criteri delle opere letterarie che conosciamo.&lt;br /&gt;Cicerone raccontale registrazioni dei pontefici andavano avanti fino al 130 a.C., in cui il Pontifex Maximus P. Mucio Scevola si occupò della prima pubblicazione (?). Secondo Mommsen (1850 ca.) in questa data i pontefici smettono di registrare anno per anno e riuniscono e pubblicano tutti i materiali d'archivio in forma di Annales Maximi; più recentemente Frier (1980) ha contestato questa tesi e sostiene che la pubblicazione sia posteriore, forse d'età augustea (influenze letterarie).&lt;br /&gt;Nella versione letteraria il materiale è rimpolpato: 80 libri dalle origini di Roma al 130 a.C. mentre Livio usa meno di 60 libri e già infioretta parecchio la narrazione. C'erano i nomi dei magistrati dell'anno, le tappe fondamentali delle guerre (battaglie, alleante, trionfi, tregue, armistizi ecc.), avvenimenti in patria (politica interna), avvenimenti catastrofici o straordinari (prodigia, catastrofi, stranezze varie), approvazione di leggi e senatusconsulta, atti pubblici con risvolti religiosi o rituali (quindi tutti gli atti politici: censimenti, lustra, comizi, fondazione di colonie, dedica di templi e statue, morte o sostituzione di sacerdoti)&lt;br /&gt;5. Libri Pontificales&lt;br /&gt;Da Romolo in poi. Libri tecnici di giurisprudenza e di tecnica rituale: norme di diritto sacro. Simili ai libri augurales, che erano specializzati nel volo degli uccelli.&lt;br /&gt;Libri Lintei&lt;br /&gt;Conservati nel tempio di Giunone Moneta. Ne nasce una polemica fra gli storici che disputano su una data richiamandosi entrambi ai libri lintei come fonte.&lt;br /&gt;Atti del Senato&lt;br /&gt;Inizialmente veniva registrata solo la delibera (senatusconsultum = parere del Senato), incisa su bronzo ed esposta al pubblico poi archiviate in posti diversi; generalmente nell'Aerarium dentro il tempio di Cerere2, mentre alcuni senatusconsulta riguardanti alleanze o privilegi personali (verso cittadini romani e non) erano conservati in Campidoglio3. In epoca più recente invece veniva registrato e archiviato tutto il contenuto delle discussioni negli Acta Senatus con proposte, interventi ecc. Nel 59 a.C. console Cesare gli Acta Senatus cominciano a essere raccolti in modo sistematico fino a diventare in epoca imperiale un archivio pubblico, importantissimo per gli storici: p.e. Tacito e Cassio Dione lamentano che lo storico del periodo imperiale può disporre liberamente solo degli Acta Senatus e non dell'archivio del principe (dalle riunioni del Consilium Principis). Il Senatusconsultum più antico pervenutoci è il De Baccanalibus (186 a.C.).&lt;br /&gt;Erano ripartiti in:&lt;br /&gt;Praescriptio&lt;br /&gt;Nome/i del/i magistrato/i che hanno convocato la seduta e posto la questione, data e luogo (curia o templi fuori dal pomoerium per i generali che chiedessero un trionfo o volessero dichiarare guerra), nomi dei senatori estensori del testo scritto responsabili del contenuto (scribundo adfuerunt).&lt;br /&gt;Relatio&lt;br /&gt;Formula stereotipa “di cosa si parla” Quod Verba Facta Sunt (QVFS) + frase oggettiva oppure Quid de ea re fieri placeret.&lt;br /&gt;Sententia&lt;br /&gt;Parere o pronunciamento del Senato, introdotta da De ea re ita censuerunt.&lt;br /&gt;Atti dei Magistrati&lt;br /&gt;Il magistrato era assistito da un segretario che registrava i suoi atti ufficiali. Al termine della carica possedeva un archicio personale che si portava dietro e aveva cura di conservare: non esistevano archivi “ministeriali” pubblici. Alcuni storici augustei hanno consultato le cifre dei censimenti nelle case dei discendenti dei censori del periodo studiato: naturalmente c'era un forte rischio di manipolazione per gonfiare la gloria dei propri antenati.&lt;br /&gt;Spesso veniva registrato un Diario commentarii di cui è un esempio il De bello gallico e il De bello civile di Cesare, tenendo presente le manipolazioni dovute al genere letterario o all'autocelebrazione.&lt;br /&gt;Inoltre Cesare trasformò le proprie annotazioni in una sorta di giornale pubblico murale, gli Acta diurna, una versione laica del giornale del pontefice e una sorta di giornale d'attualità per il popolo. In epoca imperiale la propaganda si esprimeva soprattutto attraverso gli Acta urbis, che raccontavano gli avvenimenti e le celebrazioni della famiglia imperiale.&lt;br /&gt;In epoca tardo-repubblicana la registrazione in forma di commentarii si è affermata gradualmente e tardi. Alcuni commentarii circolanti attribuiti a Servio Tullio sono probabilmente falsi creati nel I a.C. e fatti circolare per appoggiare la politica interna di quell'epoca. Nel periodo imperiale sul modello degli Acta magistrati si svilupparono gli Acta principis: archivio difficilmente accessibile ma anche il più prezioso.&lt;br /&gt;Lettere, editti, decreti ufficiali dei magistrati&lt;br /&gt;Lettere dei comandanti dalle città nemiche/alleate.&lt;br /&gt;Relazioni al Senato sull'andamento della guerra, proposte e trattative dei comandanti.&lt;br /&gt;Ci restano esemplari epigrafici e su papiro di lettere ed editti, ma tutti posteriori alla seconda guerra punica; particolare sviluppo conobbero nel periodo imperiale: si affermarono editti e lettere dell'imperatore (// maggiore burocratizzazione dello stato).&lt;br /&gt;Constitutiones principi&lt;br /&gt;Ovvero tutti i pronunciamenti scritti con valore normativo emessi dal principe in forza del suo imperium proconsolare maius et infinitum4. Con l'impero le altre fonti di diritto tradizionale scendono in secondo piano a favore della Constitutio principis: le leggi del Senato continuano ad esistere, mentre i comizi gradualmente spariscono a partire dal I d.C.: non votavano più le leggi, si riunivano solo per votare per acclamazione ciò che era già stato deciso.&lt;br /&gt;Sono indicate da una inscriptio all'inizio (chi è l'imperatore, chi è il destinatario) e una subscriptio alla fine (luogo e data della costituzione).&lt;br /&gt;Edictum&lt;br /&gt;Ordinanza su temi generali e non casi singoli. Emesso con riferimento o su tutto l'impero o per una o un gruppo di province, oppure per Roma. Emessa dall'imperatore in virtù dell'imperium proconsulare maius &amp;amp; infinitum.&lt;br /&gt;Mandatum&lt;br /&gt;Ordini dell'imperatore ai governatori provinciali, destinati anche ai funzionari specifici.&lt;br /&gt;Rescriptum&lt;br /&gt;Risposta a una domanda scritta rivolta all'imperatore: ha valore normativo definitivo. p.e. domande fatte da parti in causa giudiziaria o da autorità giudicanti.&lt;br /&gt;Decretum&lt;br /&gt;Decisione presa dall'imperatore su questioni su cui decide lui di avere potere o singola sentenza su controversia giudicata direttamente dall'imperatore.&lt;br /&gt;Raccolte di testi giuridici&lt;br /&gt;Abbiamo notizia di molte raccolte di testi giuridici:&lt;br /&gt;Codice gregoriano&lt;br /&gt;Redatto da Gregorio nell'impero orientale risale ai tempi di Diocleziano e raccoglie per comodità dei giuristi tutte le constitutiones in vigore&lt;br /&gt;Codice Ermogeniano&lt;br /&gt;Integrazione indispensabile del precedente perché Diocleziano riforma radicalmente la sistemazione delle province dal punto di vista fiscale, amministrativo, giudiziario.&lt;br /&gt;Codice Teodosiano&lt;br /&gt;Raccolto da Teodosio II e giunto lacunoso dal II al V libro, mentre gli altri sono integri. Codice ordinato nel 435 e pubblicato nel 438 entra in vigore dal 1° gennaio 439 inizialmente solo in Oriente e poi anche in Occidente con Valentiniano III.&lt;br /&gt;Sono 16 libri divisi in titoli, sezioni omogenee al cui interno sono ordinati cronologicamente. Attinge e supera tutte le precedenti raccolte.&lt;br /&gt;Codice giustinianeo&lt;br /&gt;La prima versione fu pubblicata nel 529 ma non ci è giunta. La seconda versione venne ordinata per tenere conto delle costitutiones emesse da Giustiniano per avere un corpus organico; pubblicata nel 534 d.C. e divisa in 12 libri, a loro volta divisa in titoli in ordine cronologico ripartiti in rubriche.&lt;br /&gt;Digesto di Giustiniano&lt;br /&gt;Raccolta di tutte le leggi (senatusconsulta + leggi) archiviate a Roma: probabilmente dopo il sacco di Alarico molti archivi non esistevano più, ma erano ricavabili dalle opere dei giureconsulti commentate.&lt;br /&gt;Digesta [iura] significa leggi ordinate sistematicamente, note anche come Pandette, traslitterazione di Πανδεκταί cioè raccolte sostitutive (delle leggi).&lt;br /&gt;Giustiniano autorizzò la commissione a ritoccare i testi ogni volta che fossero in contrasto con la normativa in vigore per adeguarli alla realtà attuale.&lt;br /&gt;Pubblicato nel 533 in 50 libri divisi in titoli con rubriche: in ogni sezione ci sono i brani dei giureconsulti che citano la legge. Il testo era costituito del principium + paragrafi5.&lt;br /&gt;Institutiones di Giustiniano&lt;br /&gt;Trattatello elementare di diritto che doveva sostituire quello di Gallio (seconda metà del II d.C.); utilizzava e ordinava le norme del Codice e del Digesto riordinandole come se l'imperatore dicesse “bisogna fare così”. Sintetico e breve.&lt;br /&gt;Institutiones + Digesto + Codice = Corpus Iuris Civilis.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-4045546399288085118?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/4045546399288085118/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=4045546399288085118' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4045546399288085118'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4045546399288085118'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/08/storia-romana-1-fonti-secondarie-leggi.html' title='Storia Romana 1: Fonti secondarie e Leggi (Letta)'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-4158196478002935167</id><published>2008-08-09T00:01:00.000-07:00</published><updated>2008-09-19T00:31:30.411-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia romana; fonti'/><title type='text'>Appunti di Storia Romana 1: fonti primarie (Letta)</title><content type='html'>Fonti primarie&lt;br /&gt;Le fonti primarie possono essere scritte o non scritte, ma sono espressione diretta del fenomeno. Sia per le fonti primarie che per le secondarie è importante utilizzare il documento originale, sia per gli scritti che per i materiali.&lt;br /&gt;Fonti primarie non scritte: monumentali o archeologiche&lt;br /&gt;Ovvero qualunque manufatto, prodotto artificiale. Monumentum = qualunque cosa serva a ricordare qualcos'altro. Un monumento può essere insieme fonte scritta e non scritta: bisogna integrare i due piani.&lt;br /&gt;I monumenti ufficiali sono programmatici, ci fanno conoscere l’affermazione di valori comuni alla società del tempo e di riflesso l’organizzazione del consenso intorno all’autorità (maneggi politici) a volte come affermazione di valori o esaltazione di una figura pubblica, a volte come lotta agli oppositori o versione ufficiale di un avvenimento. Per questo non vanno presi alla lettera ma letti in filigrana e solo in casi fortunati possiamo avere un riscontro incrociato con altre fonti; restano cmq importanti.&lt;br /&gt;Fonti ufficiali o pubbliche&lt;br /&gt;Monumenti programmatici&lt;br /&gt;Servono solo a ricordare qualcosa, non hanno uno scopo pratico, solo ideologico.&lt;br /&gt;   Statue onorarie: ritratti funerari, rilievi storici;&lt;br /&gt;   Colonne con spirali di rilievi (p.e. la colonna coclide)&lt;br /&gt;   Trofei: generalmente rappresentazione di cumuli di armi.&lt;br /&gt;Monumenti funzionali&lt;br /&gt;Possono avere una parte programmatica, ideologica ma hanno soprattutto un'utilità pratica. Ci servono per ricostruire la storia religiosa, politica (oltre a messaggi diretti i periodi di stabilità comportano piani edilizi a lungo termine), economica (costruzione di mercati e magazzini per il grano statali; più in generale in periodi di povertà diffusa si fanno meno restauri e manutenzione e non si inaugurano che pochi edifici nuovi), militare (oltre alla fondazione di castra i monumenti informano sulle guerre e sui contatti con altri popoli).&lt;br /&gt;Edifici di interesse pubblico&lt;br /&gt;Templi, basiliche (generalmente in uso dal II secolo a.C.): attenzione alla politica religiosa di Roma.&lt;br /&gt;Foro: piazza ed edifici pubblici, cuore politico della città. Nella versione invernale è coperta.&lt;br /&gt;Mercati p.e. mercati traianei&lt;br /&gt;Curia per il senato o per il consiglio locale&lt;br /&gt;Portici&lt;br /&gt;Fontane&lt;br /&gt;Circhi, Teatri, Anfiteatri per gladiatori o bestiarius&lt;br /&gt;Terme&lt;br /&gt;Biblioteche (dal I a.C.)&lt;br /&gt;Horrea (granai)&lt;br /&gt;Infrastrutture&lt;br /&gt;Importanti per la storia militare e di diffusione della popolazione lo studio delle strade e degli acquedotti&lt;br /&gt;Strade&lt;br /&gt;Ponti&lt;br /&gt;Acquedotti&lt;br /&gt;Canali, emissari artificiali&lt;br /&gt;Moli, bacini&lt;br /&gt;Mura e sistemi difensivi (es. il Vallo di Adriano); talvolta le cinta murarie hanno significato ideologico e non pratico di difesa.&lt;br /&gt;Centuriazione: sistemazione razionale del territorio agricolo per lo sfruttamento, per regolare il fisco e il catasto; organizzazione in un reticolato razionale ortogonale di strade e canali per il facile accesso e per il deflusso delle acque, con numerazione degli assi. Consente di ricostruire aspetti della vita economica e amministrativa.&lt;br /&gt;Cardi (NS) e decumani(EO) nelle città&lt;br /&gt;Porti (Ostia, Pozzuoli...) ci informano sulla parabola economica delle aree dell'impero&lt;br /&gt;Fonti private&lt;br /&gt;Che sono importanti ovviamente anche quando prive di un apparato scritto; vengono prese in considerazione per serie, ovvero per quantità e diffusione sul territorio, per qualità relativa ecc. Servono ad approfondire aspetti che gli autori antichi ritenevano superflui come la storia economica e sociale, a cui alludono sempre brevemente:&lt;br /&gt;   storia del popolamento delle varie zone: ripartizione per ceto sociale, quantità demografica da studi sugli oggetti d'uso comune e sull'urbanistica;&lt;br /&gt;   storia economica: sistemi di produzione, tipo di colture, uso del lavoro schiavile, tecnologie sia dagli strumenti ritrovati che dalle rappresentazioni figurali;&lt;br /&gt;   storia dell'artigianato e dell'industria, evoluzione delle forme e tecniche di decorazione ecc. P.e. con questi studi tipologici viene ricostruito il processo che porta dalla concentrazione della produzione prevalentemente in Italia del I secolo a.C. alla delocalizzazione nelle province galliche del I d.C. e successivamente in Africa (fino alla conquista araba);&lt;br /&gt;   storia culturale: pitture murali che risentono di echi della cultura greca classica ed ellenistica e in generale soprattutto nelle decorazioni si attestano influenze e circolazione di culture diverse;&lt;br /&gt;   storia religiosa e delle credenze, particolarmente dalle pitture funerarie per l'auto-rappresentazione del defunto e i riti mortuari, spesso non riportati dalle fonti letterarie.&lt;br /&gt;In generale, i resti della vita privata sono importanti per ricostruire la longue durée per cui i cambiamenti politici improvvisi sono irrilevanti.&lt;br /&gt;Edifici privati&lt;br /&gt;Abitazioni&lt;br /&gt;Domus, organizzata intorno all'atrio (patio anteriore, cortile quadrato a cielo aperto con vasca piovana) e al peristilio; intorno stavano le stanze e di fronte all'ingresso il tablinum, o stanza di rappresentanza. ser ha risentito dell'influsso greco dietro c'è un grande cortile rettangolare lungo, con un porticato e un giardino, altre stanze per la servitù oppure ambienti di soggiorno.&lt;br /&gt;Insula: condominio di parecchi piani ad appartementi per risparmiare spazio e per la speculazione edilizia (es. Marco Licinio Crasso poi detto Dives, il ricco grazie alle speculazioni edilizie e cfr scavi di Ostia). Hanno bisogno di finestre (le domus no): naturalmente questo rappresentava un problema perché il vetro era costosissimo (solo case ricche), si usava l’alabastro al limite, più spesso con tende e imposte di legno.&lt;br /&gt;Villa = domus rurale divisa in una parte rustica per le attività agricole e in una parte urbana, cioè signorile, riservata al padrone e simile alla domus cittadina.&lt;br /&gt;Capanne, fattorie ecc.&lt;br /&gt;Botteghe, fornaci, peschiere ecc.&lt;br /&gt;Monumenti funerari&lt;br /&gt;Ovviamente sono i più diffusi.&lt;br /&gt;Da una semplice fossa nella terra si passa a urne e monumenti sfarzosi: per le tombe degli imperatori è difficile dire dove finisce il pubblico e comincia il privato.&lt;br /&gt;Instrumenta domestica&lt;br /&gt;Oggetti d'uso comune (stoviglie, lucerne…), contenitori per immagazzinare e trasportare (anfore, dola…), strumenti di lavoro: sono fonti molto importanti.&lt;br /&gt;Fonti primarie scritte non letterarie&lt;br /&gt;Fonti epigrafiche&lt;br /&gt;La civiltà classica greco-romana è la civiltà dell'epigrafia; le iscrizioni erano usate molto più di oggi perché sostituivano i manifesti, i giornali, i documenti ufficiali e tutti i mezzi di comunicazione moderni, ovviamente.&lt;br /&gt;Le incisioni erano su pietra o bronzo, più raramente su altri supporti: argilla, intonaco, legno, metalli pregiati...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spesso ci si più trovare di fronte a falsificazioni anche antiche o già falsificanti l'antico più antico o il moderno, ma sono difficili da smascherare molto più dei falsari moderni.&lt;br /&gt;Bisogna fare attenzione anche alle iscrizioni restitute cioè arrivate non nella loro forma originaria ma in copie sostitutrici di un originale danneggiato o che sembrava troppo umile – spesso si cercava di ripetere il testo originale ma non sempre è possibile, anche in buona fede.&lt;br /&gt;ufficiali&lt;br /&gt;Testi di leggi pubbliche, atti, decreti o editti di magistrati, senatus consulta, trattati internazionali, atti di collegi sacerdotali, editti e costituzioni imperiali...&lt;br /&gt;Dediche sacre ufficiali fatte a nome dell'intera comunità su opere pubbliche (gen. riportano da chi, perché, con quali fondi erano stati costruiti) tipo templi, staute, trofei ecc.&lt;br /&gt;Iscrizioni onorarie su statue per personaggi pubblici per conservare il ricordo e sollevare a rilievo pubblico imperituro il personaggio: consoli, magistrati imperatori e personaggi locali, sindaci ecc. Queste in particolare sono importanti perché oltre al nome e la motivazione mettono anche tutto il cursus honorum sia per le cariche maggiori che per le minori: ci servono per integrare molti dati che la tradizione letteraria non tramanda: storie personali in tutte le epoche datando con precisione di dettagli legami politici, guerre ecc.&lt;br /&gt;La prosopografia (studio dei singoli personaggi) è fondamentale per lo studio sociopolitico del mondo romano perché la politica era molto legata ai rapporti personali.&lt;br /&gt;Iscrizioni pubbliche su ogni edificio pubblico: dicono chi perché e con quali fondi è stato costruito l'edificio. Spesso hanno anche note di ideologia e propaganda.&lt;br /&gt;Termini confinari e miliari,&lt;br /&gt;Cippi del pomoerium: importanti perché è il confine ideale che divide l'interno e l'esterno della città sacra. Quando si varca il p. verso l'interno si lascia l'imperium, quando si esce lo si assume.&lt;br /&gt;Cippi della centuriazione danno notizie sulle redistribuzione di terre ai nullatenenti ecc.&lt;br /&gt;private&lt;br /&gt;Nella ricerca prosopografica vengono usate soprattutto le iscrizioni funerarie: il senso della dignitas romana e dell'onore poneva ovunque qualsiasi motivo di vanto del defunto e quindi della famiglia – ovviamente per i ceti alti della società.&lt;br /&gt;Iscrizioni funerarie,&lt;br /&gt;Iscrizioni votive per chiedere una grazia, per grazia ricevuta...&lt;br /&gt;Termini di proprietà,&lt;br /&gt;Iscrizioni su instrumenta domestica possono essere a sgraffio (prima della cottura) o graffiate dopo, dipinte; possono essere indicazioni di proprietà, di contenuto, di peso, di qualità, di origine, datazioni (data consolare). Servono a ricostruire il succedersi delle mode, i flussi di produzione, la ricchezza locale ecc.&lt;br /&gt;Numismatiche&lt;br /&gt;Necessarie per la storia sociale e militare: tesoretti militari nascosti in momenti di emergenza per evitare che vengano rubati (e mai più ritrovati) sono indizio di instabilità e insicurezza politica o militare. Uno studio attento su un'area relativamente vasta ci fa ricostruire le fasi della storia militare non necessariamente raccontate dalle fonti p.e. del confine danubiano e renano; un tesoretto è importante se vengono studiate tutte insieme le monete e datate almeno approssimativamente.&lt;br /&gt;Papirologiche&lt;br /&gt;Ovviamente si occupa di papiri documentari, non letterari.&lt;br /&gt;La stragrande maggioranza proviene dall'Egitto per il clima particolarissimo (secco e sabbia sterile) e principalmente dai cumuli di spazzatura; altrove climi diversi e terreni acidi li hanno mangiati, i pochi che resistono vengono da situazioni particolarissime tipo Ercolano &amp;amp; Pompei dove si sono carbonizzati e quindi sono leggibili, mentre quelli egiziani sono perfettamente conservati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche le tavolette cerate sono considerate insieme perché si usa la stessa grafia (capitale corsiva), mentre nelle iscrizioni si usa la capitale epigrafica. Anche le tavolette cerate sono per lo più egiziane, ma se ne trovano in Dacia, in Persia e in Britannia, provenienti da archivi.&lt;br /&gt;Erano tavolette di legno coperte di cera: la cera è sparita ma sul fondo è rimasto graffito lo scritto. Se sono state usate più di una volta è difficile capirle.&lt;br /&gt;Sono legate per lo più alla storia economica e sociale: liste di prezzi, contabilità ecc, di cui le fonti letterarie non raccontano. Importanti anche per la storia amministrativa: verbali di requisizione, certificati di avvenuta corvèe (πεντήμηρος) e per la storia giudiziaria: testi di costituzioni imperiali su papiro come la Constitutio Antoniniana (o Concessione di Caracalla della cittadinanza) ma anche verbali di processi con interrogatori, testimonianze ecc.&lt;br /&gt;Fonti primarie scritte letterarie&lt;br /&gt;Orazioni&lt;br /&gt;Espressione diretta della vita politica delle società antiche. Le trascrizioni precise cominciano in epoca solo relativamente recente: quella di Appio Claudio Cieco (35 ca.) è la prima che Cicerone poteva leggere. La prima raccolta è di Catone, mentre Cicerone è l'autore più importante per il genere delle orazioni, che spaziano da ambito giudiziario a politico e ci arrivano in gran numero.&lt;br /&gt;Diarii o Commentarii&lt;br /&gt;I più celebri sono quelli di Cesare, ma altri già prima ne avevano scritti. Sono difficili da usare se scritti come apologia di se stessi.&lt;br /&gt;I primi esempi di cui abbiamo notizia sono della fine del II-inizio I secolo a.C.: Lutazio Catulo e Silla (la biografia plutarchea di Silla li usa come fonte primaria).&lt;br /&gt;Lettere sia privare che scritte per la pubblicazione&lt;br /&gt;Cicerone, Plinio il giovane, Frontone. Sono aperture sul contemporaneo e informazioni preziose sui fatti da parte di testimoni, p.e. le lettere di Cicerone sulla guerra civile (spostamenti, retroscena, contatti, mercanteggiamenti, timori...)&lt;br /&gt;Scritti polemici, pamphlet, libelli&lt;br /&gt;Fatti circolare per denigrare avversari politici o suffragare una versione dei fatti. P.e. L'Anticato, scritta da Cesare contro il libello che esaltava Catone, scritto dai nostalgici della repubblica.&lt;br /&gt;Se ne trova qualche riflesso negli scritti coevi.&lt;br /&gt;Scritti d'esaltazione o d'occasione, panegirici&lt;br /&gt;Esaltazione oltre il giusto e senza limiti di veridicità di un partito o dell'imperatore. È un vero e proprio genere letterario di discorso pubblico, circolante in forma scritta dal periodo imperiale in poi e raccolte fra il III e il IV secolo per gli imperatori; ovviamente non sono opere affidabili come la storiografia ma comunque utili. Un esempio è il Panegirico di Plinio il Giovane, scritto per la salita al trono di Traiano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-4158196478002935167?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/4158196478002935167/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=4158196478002935167' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4158196478002935167'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4158196478002935167'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/08/appunti-di-storia-romana-1-le-fonti.html' title='Appunti di Storia Romana 1: fonti primarie (Letta)'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-4212332562332730529</id><published>2008-07-07T07:36:00.000-07:00</published><updated>2008-07-07T07:45:47.096-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='carducci'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia medievale'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='barbare'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='filologia'/><title type='text'>Nel picciol verso raccoglie i secoli</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;Davanti il Castel Vecchio di Verona&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Tal mormoravi possente e rapido&lt;br /&gt;Sotto i romani ponti, o verde Adige,&lt;br /&gt;Brillando dal limpido gorgo,&lt;br /&gt;La tua scorrente canzone al sole,            4&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando Odoacre dinanzi a l'impeto&lt;br /&gt;Di Teodorico cesse, e tra l'erulo&lt;br /&gt;Eccidio passavan su i carri&lt;br /&gt;Diritte e bionde le donne amàle            8&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entro la bella Verona, odinici&lt;br /&gt;Carmi intonando: raccolta al vescovo&lt;br /&gt;Intorno, l'italica plebe&lt;br /&gt;Sporgea la croce supplice a' Goti.         12&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tale da i monti di neve rigidi,&lt;br /&gt;Ne la diffusa letizia argentea&lt;br /&gt;Del placido verno, o fuggente&lt;br /&gt;Infaticato, mormori e vai                16&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sotto il merlato ponte scaligero,&lt;br /&gt;Tra nere moli, tra squallidi alberi,&lt;br /&gt;A i colli sereni, a le torri,&lt;br /&gt;Onde abbrunate piangon le insegne        20&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ritornante giorno funereo&lt;br /&gt;Del primo eletto re da l'Italia&lt;br /&gt;Francata: tu, Adige, canti&lt;br /&gt;La tua scorrente canzone al sole.            24&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anch'io, bel fiume, canto: e il mio cantico&lt;br /&gt;Nel picciol verso raccoglie i secoli,&lt;br /&gt;E il cuore al pensiero balzando&lt;br /&gt;Segue la strofe che sorge e trema.        28&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la mia strofe vanirà torbida&lt;br /&gt;Ne gli anni: eterno  poeta, o Adige,&lt;br /&gt;Tu ancor tra le sparse macerie&lt;br /&gt;Di questi colli turriti, quando            32&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su le rovine de la basilica&lt;br /&gt;Di Zeno al sole sibili il còlubro,&lt;br /&gt;Ancor canterai nel deserto&lt;br /&gt;I tedi insonni dell'infinito.            36&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'ode di cui mi sono occupata, è un testo poco studiato e poco amato ma ha il pregio di riuscire a raccogliere nel giro di poche strofe molti degli argomenti e dei problemi della poetica carducciana: l'amore per il paesaggio italiano e per la storia che da quel paesaggio spira, il controverso attaccamento alla monarchia, l'uso dell'autocommento, il racconto in poesia della difficoltà della poesia e infine lo scioglimento e l'abbandono a una morte serena, che coinvolge l'intera umanità ma che appartiene soprattutto al poeta, che non vuole più combattere.&lt;br /&gt;La poesia fu composta fra il 9 e l'11 gennaio 1884, durante un breve soggiorno a Verona testimoniato da alcune lettere1, probabilmente presso i coniugi Gargiolli. Compare per la prima volta sul Fanfulla della Domenica poco meno di un mese dopo, il 3 febbraio 1884, e poi nelle Terze Odi Barbare (d'ora in poi TB) del 1889.&lt;br /&gt;In questa edizione Davanti il Castel Vecchio di Verona si trovava fra Su Monte Mario e Da Desenzano, mentre nell'edizione definitiva (Delle Odi barbare di Giosuè Carducci libri II ordinati e corretti, 1893 e tutte le seguenti) segue l'ode Sirmione e precede Per la morte di Napoleone Eugenio.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Varianti redazionali&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non passa molto tempo fra la stesura autografa e l’uscita sul Fanfulla della Domenica, quindi le varianti più importanti si riscontrano fra l'edizione in rivista e la prima uscita nelle TB, eccetto ovviamente i cambiamenti che risalgono alla prima stesura del testo.&lt;br /&gt;Di questa prima stesura si possono distinguere due fasi, infatti la cartellina dell’autografo contiene una prima copia della poesia di mano di Carducci e una seconda di mano di Carlo Gargiolli (che indico con CG), con alcune correzioni di Carducci; nel passaggio dall’una all’altra versione la poesia è fatta: cambiato il titolo e fatte alcune modifiche importanti che danno il senso definitivo al testo; per esempio l'ultimo verso passa da le immense noie dell'infinito a i tedi insonni dell'infinito (CG), oppure il verso 10 da carmi cantando diventa carmi intonando, eliminando la troppo forte catena allitterante in ca.&lt;br /&gt;In generale l'elaborazione non sembra particolarmente faticosa, la maggior parte delle strofe viene da sé, tranne una, la settima, che quella più a lungo rielaborata a prima della pubblicazione e addirittura fra la prima uscita a stampa e le TB. Riporto i passaggi per come sono testimoniati dall'edizione critica Papini, da cui riprendo il sistema di simboli:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Prima stesura  &lt;br /&gt;Anch'io, bel fiume, canto: e il mio cantico&lt;br /&gt;in picciol verso raccoglie i secoli,&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e arridon due occhi sereni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;e arride presente una musa&lt;br /&gt;a la tremante strofe che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;corre&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;                                           sorge&lt;br /&gt;subito sotto    &lt;br /&gt;e arridon sereni &lt;span style="font-style: italic;"&gt;due occhi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;[e arrid]e [seren]a una viva&lt;br /&gt;di musa alla strofe che sorge&lt;br /&gt;Musa all’ardita [strofe che sorge]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il giorno dopo:&lt;br /&gt;e arride presente una vera&lt;br /&gt;                                       viva&lt;br /&gt;musa a la strofe che sorge e trema&lt;br /&gt;CG:    &lt;br /&gt;Anch'io, bel fiume, canto: e il mio cantico&lt;br /&gt;&lt;nel&gt; in picciol verso raccoglie i secoli,&lt;br /&gt;e arride presente una musa&lt;br /&gt;vera a la strofe che trema e sorge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fanfulla della Domenica:&lt;br /&gt;e arride presente una musa&lt;br /&gt;vera a la strofe che sorge e trema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TB:    &lt;br /&gt;Anch'io, bel fiume, canto: e il mio cantico&lt;br /&gt;nel picciol verso raccoglie i secoli,&lt;br /&gt;e il cuore al pensiero balzando&lt;br /&gt;segue la strofe che sorge e trema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Anche il titolo muta fra la stesura autografa e TB. Infatti la cartellina che contiene gli autografi porta il titolo: Su la piazzola del Castelvecchio / in Verona, mentre sul Fanfulla della Domenica troviamo Nella piazza del Castelvecchio di Verona e poi definitivamente nelle TB diventa Davanti il Castel Vecchio di Verona. Come di frequente nelle Odi barbare, il titolo è un locativo e il motivo della varianza è imputabile al desiderio di aumentare la solennità del luogo a scapito del realismo prima con l'eliminazione del diminutivo piazzola, poi radicalmente dell’indicazione della piazza lasciando solo l'immagine austera del castello.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Altri cambiamenti rilevabili fra i testi a stampa intervengono su dettagli ortografici (d'inanzi &gt; dinanzi) eccetto quelli che seguono:&lt;br /&gt;Al verso 11 notiamo che a una prima versione sporgea la croce pregando a i Goti elaborata già in GC, Carducci nelle TB preferisce sporgea la croce supplice a' Goti, scelra che mi pare imputabile a motivi di ritmo: nella seconda versione il verso risulta più rapido, grazie all'inserimento del dattilo reso con la sdrucciola supplice. D'altra parte la seconda versione risulta semanticamente più ricca soprattutto se si legge supplice come ipallage di croce.&lt;br /&gt;Mentre il verso precedente è nato senza destare preoccupazioni, il verso 23 ha subìto un’elaborazione piuttosto travagliata nella zona dell’attacco, e mi permetto di dire un'elaborazione non perfettamente riuscita:&lt;br /&gt;    il primo autografo legge piangon: tu, adige, canti ovviamente con lettura dieretica&lt;br /&gt;    già nella stesura CG diventa rimpiangon: tu, Adige, canti immutato nel Fanfulla della Domenica&lt;br /&gt;    nelle bozze delle TB troviamo piangono: tu, Adige, canti immediatamente sostituito con la versione definitiva: francata: tu, Adige, canti.&lt;br /&gt;L'ultima trasformazione comporta, come è ovvio, delle modifiche alla punteggiatura ed è dovuta, probabilmente, alla sensazione di eccessiva ripetizione di piangon, già presente al v. 20, mentre le prime mutazioni cercano forse una soluzione metrico-ritmica accettabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Analisi metrica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si tratta di un'ode in 9 strofe alcaiche, ovvero formate come di consueto da due endecasillabi alcaici, resi con due quinari accoppiati di cui il primo piano e il secondo sdrucciolo, un enneasillabo reso con un novenario (sempre regolarmente di 2° 5° e 8°), mentre il decasillabo viene reso esclusivamente con due quinari piani accoppiati, soluzione non comunissima, che si ritrova in Alla mensa dell’amico, Per le nozze di mia figlia, Figurine Vecchie, Saluto d’autunno e A una bottiglia di Valtellina. Al contrario, la soluzione più comunemente usata da Carducci è invece quella di Ideale, dove il decasillabo viene reso con un endecasillabo acefalo oppure il decasillabo manzoniano di Alla stazione in una mattina d'autunno.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center; font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Struttura e ritmo&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il testo segue una struttura tripartita dal punto di vista dei temi e, di conseguenza, del ritmo. Le nove strofe sono divisibili in modo molto equilibrato: nelle prime tre alla descrizione del fiume segue la visione del passato medievale con lo scontro fra gli eruli e gli ostrogoti, mentre dalla 4° alla 6° il fiume continua a scorrere nel presente, pacifico e infaticato nonostante ricorra l'anniversario della morte di Vittorio Emanuele II, giorno di lutto per gli uomini; le ultime tre strofe si proiettano nel futuro: quando il canto del poeta e la vita sulla terra spariranno il fiume continuerà a cantare con la consueta placida serenità, e il poeta si chiude su se stesso e medita sulla sua ispirazione. Questa scansione è individuabile anche a colpo d’occhio dalla simmetria degli incipit dei versi 1 e 13 (Tal/Tale), che negli autografi nascono da un Così/Qual, e si oppongono all’Anch'io che apre il verso 25.&lt;br /&gt;Mi sembra di poter individuare, ma forse è un'ipotesi azzardata, che a partire dal v. 29 Carducci ripercorra all'indietro la struttura triadica fin qui esposta, nel senso che compaiono prima la strofe (già al v. 28), poi i colli turriti (v. 19) e infine la basilica di San Zeno che, come sappiamo, ha uno strettissimo legame con il ricordo di Teodorico nell'immaginario carducciano (cfr più sotto, Fra storia e leggenda).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I passaggi di tono e tema sono rimarcati dagli attacchi dei versi, che nelle prime 3 strofe seguono rigidamente lo schema DDGG, mentre la seconda parte della poesia si presenta variegata, con una maggiore quantità di dattili che segnano un ritmo più lento coerentemente con il tema luttuoso. La terza parte vede una netta prevalenza di attacchi giambici in corrispondenza con il momento di maggiore impegno e riflessione; in generale notiamo une prevalenza di attacchi giambici (20 su 36)1.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Commento &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Fin dai primi versi al fiume sono sempre avvicinate immagini di velocità e lucentezza, al contrario di quanto abbiamo osservato in Pe 'l Chiarone di Civitavecchia: Stendonsi livide l'acque in linea lunga che trema (v.3), su le mortifere acque (v. 48) ecc.&lt;br /&gt;Infatti immagini di luminosità e serenità accompagnano sempre la canzone dell'Adige, dalla prima strofa pervasa di luce: brillando dal limpido gorgo, / la tua scorrente canzone al sole fino all'ultima parte del componimento, quando il mondo è un deserto di macerie; ma anche l'inverno della quarta strofa è detto placido e caratterizzato da una diffusa letizia argentea che coinvolge anche i colli sereni al punto che l'inverno e il lutto sembrano caratterizzare solo il paesaggio umano: la scorrente canzone al sole dell'Adige torna identica al v. 24.&lt;br /&gt;Faccio notare per inciso come la quarta strofa sia in assonanza con i notissimi versi di Orazio nei Carmina (I,9): &lt;br /&gt;Vides ut alta stet nive candidum&lt;br /&gt;Soracte, nec iam sustineant onus&lt;br /&gt;Silvae laborantes, geluque&lt;br /&gt;Flumina constiterint acuto.&lt;br /&gt;e l'assonanza è per altro confermata dal confronto con la prima stesura in cui figurava tale dai monti di neve candidi, e in generale la primissima stesura gioca attorno all'idea dei monti oggi candidi di neve (cfr Edizione critica p. 345).&lt;br /&gt;In questa strofa e soprattuto in quella successiva possiamo individuare quella che Baldacci2 ritrova in Pianto antico e chiama “tecnica del contrasto” ovvero “una drammatizzazione, cioè [...] un elemento dialettico e come tale romantico; ma anche puramente coloristico, e come tale classico e classicistico”. Là le immagini primaverili si opponevano all'inverno dell'anima, ai sentimenti bui del poeta, qui la differenziazione, lo stacco hanno motivazioni più filosofiche e indirette, sicuramente meno d'effetto, sebbene anche in Davanti il Castel Vecchio la serenità, la letizia, la placidità della natura caratterizzati da luce e colori chiari siano opposte alle nere moli, alle torri, alle insegne abbrunate, e in questa dialettizzazione mi pare che anche gli alberi siano squallidi – cioè spogli, ma con un aggettivo fortemente connotato – perché non appartengono ai colli sereni ma sono quelli urbani, quasi artificiali, che ornano i nostri monumenti storici. Da notare inoltre che almeno nella quinta e nella sesta strofa alla ritmica degli attacchi corrisponde precisamente l'argomento, se si considera solamente celebrativo (quindi giambico) il riferimento al primo eletto re da l'Italia.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Fra storia e leggenda&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La costruzione di una narrazione che attraversi il tempo non si limita ai due momenti principali, facilmente individuabili, ma si articola ulteriormente in due accenni, due aggettivi che individuano storicamente i ponti che attraversano l'Adige; infatti al v. 2 i romani ponti sono certamente i molti che attraversano l'Adige all'altezza di Verona, costruiti in epoca romana insieme alle strade che collegavano l'oltralpe con la pianura padana e che Carducci certamente conosceva3: il Ponte della Pietra su cui passava la via Claudia Augusta dal Po a passo di Resia e il Ponte Postumio già distrutto nel Medioevo, su cui passava la via Postumia e altri.&lt;br /&gt;Nella seconda parte della poesia compare un altro ponte che serve a rievocare la fase comunale della storia di Verona: il merlato ponte scaligero (v. 17) rievoca l'intervento voluto da Cangrande II della Scala fra il 1354 e il 1375 sulla mole preesistente per costruire il Castello come lo vediamo noi e come lo vedeva Carducci, terminato con la costruzione del ponte sull'Adige4.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraverso il riferimento ai ponti romani e a quello scaligero si crea una successione temporale perfetta e graduale fra la romanità, l'alto medioevo, l’età dei comuni e l’età contemporanea, ricordata attraverso la menzione del 6° anniversario della morte di Vittorio Emanuele II (9 gennaio 1878).&lt;br /&gt;Abbiamo già notato come questo anniversario sia celebrato con immagini di profonda tristezza e oscurità, e sappiamo quanto sia discusso l'avvicinamento di Carducci alla monarchia, probabilmente causato anche dalla necessità di sostenere la nuova Italia unita nelle forme che aveva assunto, oltre ovviamente alla teoria dell’eterno femminino regale, ma mi sembra che possa essere utile questa testimonianza ancora di Valgimigli  (p. 121-2) a chiarire l'ambiente culturale a cui fa riferimento la poesia:&lt;br /&gt;Per molti anni in Italia, fino almeno, possiamo dire, a tutto il penultimo decennio dell’Ottocento, il 9 gennaio fu schiettamente celebrato come giorno di lutto: chiuse le scuole e gli uffici, cortei con bandiere abbrunate e corone dovunque fosse un monumento, una lapide, un ricordo del morto re; merito di lui insigne aver restituito Roma all’Italia. Deriva da questi sentimenti, universalmente consentiti, certa insistenza di parole e di versi che a noi oggi, nella coerenza poetica di tutto l’insieme, può anche parere, e forse a torto, fuor di misura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal lutto del tempo contemporaneo la riflessione di Carducci si sposta sul proprio canto e, attraverso questo, si proietta attivamente verso il tempo a venire. La rappresentazione dell'estremo futuro del nostro mondo come un piano desolato, abitato da bestie e rovine non è un tema nuovo per Carducci: l’immagine di un mondo naturale che resiste oltre la vita degli esseri umani sulla terra torna in altri luoghi delle Odi barbare, per esempio Su Monte Mario (vv. 41-48) un poco variata:&lt;br /&gt;Fin che ristretta sotto l’equatore&lt;br /&gt;Dietro i richiami del calor fuggente&lt;br /&gt;L’estenuata prole abbia una sola&lt;br /&gt;Femina, un uomo,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che ritti in mezzo a’ ruderi de’ monti,&lt;br /&gt;Tra i morti boschi, lividi, con gli occhi&lt;br /&gt;Vitrei te veggan su l’immane ghiaccia,&lt;br /&gt;Sole, calare.&lt;br /&gt;Qui il mondo finisce non in un deserto ma in una distesa di ghiaccio, e certamente i due testi sono stati avvicinati nell'edizione dell'89 in virtù di questo argomento comune, fortemente sentito in entrambi. Possiamo notare altri punti comuni ai due testi, sebbene meno evidenti: innanzitutto il tema della donna salvatrice, interlocutrice e ispiratrice che interessa la nostra poesia solo nella fase di elaborazione, come abbiamo già notato, mentre è chiaramente espressa in Su Monte Mario:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Lalage1, intatto a l'odorato bosco&lt;br /&gt;Lascia l'alloro che si gloria eterno,&lt;br /&gt;O a te passando per la bruna chioma&lt;br /&gt;Splenda minore                                                vv. 13-16&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il fiume che scorre, ricorda e canta rappresenta l'immagine fondante per il nostro testo mentre nell'altra poesia il Tevere compare solo di sfuggita e scorre muto per i grigi campi (vv. 3-4), mentre più importante è Roma, che si stende in basso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ma il legame più forte interno alla produzione poetica di Carducci è quello con La Leggenda di Teodorico, una ballata romantica che esce nelle Rime Nuove (1887), composta pochi anni prima e nello stesso periodo in cui Carducci stendeva Davanti il Castel Vecchio, cioè fra il dicembre 1884 e il 19-20 gennaio 1885; curiosamente, sono momenti in cui Carducci non si trova a Verona: le lettere ne testimoniano la presenza là per pochi giorni nel gennaio 1884, come abbiamo detto, e fra il giugno e il luglio 1884.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le due composizioni mostrano come una stessa materia possa essere elaborata dal poeta  in forme molto diverse, e nel nostro caso specifico è proprio la stratificazione storico-leggendaria delle vicende del re Teodorico in Italia a far germogliare risultati tanto diversi: da una parte il racconto dei fatti, ricco di suggestioni e indicazioni storicamente precise, dall'altra i ritmi della ballata popolare e colori della favola medievale.&lt;br /&gt;Questa divaricazione di scelte si riflette nel lessico delle due poesie: nella Leggenda compaiono fin dall'inizio un cervo misterioso con corna d’oro e zoccoli di acciaio, accenni a un mondo fiabesco che si fa caccia infernale col progredire del racconto.&lt;br /&gt;Il gridar d’un damigello&lt;br /&gt;Risonò fuor de la chiostra:&lt;br /&gt;– Sire, un cervo mai sí bello&lt;br /&gt;Non si vide a l’età nostra.&lt;br /&gt;Egli ha i piè d’acciaro a smalto,&lt;br /&gt;Ha le corna tutte d’òr. –&lt;br /&gt;Fuor de l’acque diede un salto&lt;br /&gt;Il vegliardo cacciator.                              La leggenda di Teodorico, vv. 25-32&lt;br /&gt;Al contrario nelle prime strofe di Davanti il Castel Vecchio abbiamo i canti odinici, gli eruli, le donne amale: l'episodio narrato è la sconfitta di Odoacre ad opera di Teodorico presso Verona nel 489. Odoacre guidava gli eruli, un popolo di origine discussa ma probabilmente germanica, e, avendo deposto Romolo Augustolo nel 476 venne proclamato rex gentium dalle sue truppe; anche l'imperatore dell'impero romano d'Oriente, Zenone, riconobbe il suo dominio sulle terre d'Occidente: fu proprio Zenone, preoccupato dei recenti successi militari di Odoacre, che mobilitò Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, il quale sconfisse il re germanico presso Verona nel 489 e, dopo un lungo assedio a Ravenna, lo costrinse a capitolare (493), e lo uccise.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le donne gote sono dette amale perché gli amali dal III secolo erano la dinastia reale degli Ostrogoti e Odinici significa naturalmente di Odino: i germani infatti portarono con sé la loro religione, donne, bambini, la conquista dell'Italia settentrionale comportò la migrazione di un intero popolo; d’altra parte ciò che restava dell'italica plebe dimostrò da subito fedeltà a Teodorico, non opponendo resistenza. Da piccoli cenni e tocchi Carducci quindi vuole informarci della storia locale, anche se forse in un modo indiretto e che presuppone comunque ricerca e conoscenze da parte del lettore.&lt;br /&gt;Da notare il fatto che, singolarmente, questo episodio non viene rappresentato attraverso il filtro di “quel certo tipo di «umanesimo laicale» (e diciam pure esplicitamente «anticlericale») che condiziona l'atteggiamento di Carducci nel confronto del Medio Evo”, indebolendone il pensiero critico-storiografico2 e il motivo mi sembra individuabile da una parte nel particolare amore che Carducci dimostra per questa vicenda umana e leggendaria, ma soprattutto per la relativa vicinanza di questa fase del Medioevo alle sue radici classiche e romane, piuttosto che all' “imbarbarimento” cattolico e cristiano. Inoltre sarebbe semplicistico ridurre il pensiero storico di Carducci ad un'opposizione sterile classicità- Medioevo e ignorare l'interesse e l'amore (di matrice romantica) per le Origini della cultura italiana, nelle sue strutture formali e popolari più volte espresse dal poeta e dal professore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sappiamo che Carducci visitava le località innanzitutto attraverso la loro storia, il loro passato, come testimoniano alcune parole di Croce:&lt;br /&gt;Non c'era luogo nel quale gli accadesse di soggiornare, della cui storia non si impadronisse: la storia toscana dapprima, poi quella emiliana e romagnola e poi, secondo che gli capitasse, la storia e l'aneddotica piemontese o quella cadorina. Visitare un paese era, per lui, non già abbandonarsi alle impressioni e fantasie suscitate dal paesaggio e dall'osservazione diretta degli abitanti, ma cercarne le cronache e le memorie, e fare la conoscenza con gli eruditi locali, tornandone con un fascio di volumi e di opuscoli. Viaggiava, insomma, da letterato, al quale non sembra di poter vivere e godere appieno, non sembra di poter ascoltare e comprendere davvero, se non ha il sussidio dei libri1.&lt;br /&gt;A parte gli spunti polemici del filosofo, sappiamo che anche durante i suoi soggiorni a Verona Carducci si interessò della storia locale (come abbiamo visto) e particolarmente alla basilica di San Zeno, dove Rossi (pp. 8-9) ci racconta che passasse parecchio tempo in compagnia del sagrestano, discutendo delle origini antiche dell'edificio e della città. Il poeta stesso ci informa che La leggenda di Teodorico è stata ispirata o stimolata dal portale di questa basilica nella nota che accompagna la poesia nelle Rime Nuove nella quale, dopo aver descritto il portale, aggiunge:&lt;br /&gt;Il primo re degli ostrogoti in Italia è nell'antica poesia tedesca denominato Teodorico di Verona; ed entra nei Nibelunghi e da ultimo nei miti odinici del cacciatore demoniaco. La leggenda cattolica italiana, certo per quella breve tirannia che macchiò la fine del regno di lui, lo fa portato via dal diavolo e gittato dalle anime di Simmaco e del pontefice Giovanni nelle caldaie di Lipari. I miei versi raccolgono, o, come dicevano i commediografi romani, contaminano le due leggende, la germanica odinica, l'italiana cattolica.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ecco quindi come i frutti degli studi eruditi nutrano profondamente la poesia, come ritorni trasfigurato un concetto scientifico della storia e l'amore per i miti e le leggende. In entrambi gli ambiti il paesaggio che suscita la poesia appare filtrato dall’ottica del poeta, che fa rivivere i fantasmi dei tempi passati, le immagini della sua memoria e dei suoi studi. Nel nostro caso specifico sono i colli e soprattutto il fiume che servono a rievocare il passato, a farlo resuscitare, ed è evidente dal confronto fra i due testi che si tratta sempre dello stesso luogo, amato da Carducci per il sole e il verde che lo caratterizzano, come emerge confrontando due strofe da La Leggenda di Teodorico:&lt;br /&gt;Su ‘l castello di Verona&lt;br /&gt;Batte il sole a Mezzogiorno,&lt;br /&gt;da la Chiusa al pian rintrona&lt;br /&gt;solitario un suon di corno,&lt;br /&gt;mormorando per l’aprico&lt;br /&gt;verde il grande Adige va;&lt;br /&gt;ed il re Teodorico&lt;br /&gt;vecchio e triste al bagno sta.&lt;br /&gt;[…]&lt;br /&gt;Guarda il sole sfolgorante&lt;br /&gt;E il chiaro Adige che corre,&lt;br /&gt;Guarda un falco roteante&lt;br /&gt;Sovra i merli de la torre;&lt;br /&gt;Guarda i monti da cui scese&lt;br /&gt;La sua forte gioventú,&lt;br /&gt;Ed il bel verde paese&lt;br /&gt;Che da lui conquiso fu.                        La leggenda di Teodorico, vv. 1-8, 17-24&lt;br /&gt;Con la prima strofa e la terza di Davanti Castel Vecchio, dove torna l’aggettivo verde, sia esso da riferirsi alle acque dell’Adige (Saccenti p. 807) o piuttosto alle rigogliose vallate che attraversa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paesaggio è ben riconoscibile anche per le colline e le torri che lo caratterizzano, infatti sono accennate anche in Sirmione per esempio i vv. 21-2 Garda [...] la ròcca sua fosca, v. 58 la torre scaligera, in Da Desenzano i merli (v. 15) che parlano con il vento ecc.&lt;br /&gt;D'altra parte un paesaggio turrito e autunnale torna nelle Barbare anche in Nella piazza di San Petronio che alla nostra poesia è vicino per consonanza di molti movimenti, come il ricordo di tempi passati, i merli cui tant'ala di secolo lambe e non ultimo la riflessione sulla musa fuggente della poesia di Carducci, che chiude la poesia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ultimo accostamento: è di ambientazione lombarda e medievale anche il frammento superstite della Canzone di Legnano (Il Parlamento), che può ricordarci Davanti il Castel Vecchio solo per l'immagine della plebe supplice che tende la croce alla moglie di Federico Barbarossa invasore implorando pietà:&lt;br /&gt;[ricordate quando] Scorgemmo da la via l'imperatrice&lt;br /&gt;Da i cancelli a guardarci? E pe' i cancelli&lt;br /&gt;Noi gittammo le croci a lei gridando&lt;br /&gt;- O bionda, o bella imperatrice, o fida,&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;O pia, mercé, mercé di nostre donne! -                      Il Parlamento, vv. 83-87&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center; font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Metapoesia e autocommento&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Abbiamo accennato a come il tema storico e celebrativo si dilati verso il tempo futuro attraverso la riflessione sulla propria poetica, sul lavoro della poesia. Si tratta di movenze e di un tema tipico della poesia carducciana, che torna in momenti diversi della sua produzione e che qui si mostra sia nella forma dell'autocommento che nella metapoesia.&lt;br /&gt;Innanzitutto in picciol verso raccoglie i secoli. È effettivamente un argomento caro a Carducci sia nei modi che abbiamo appena mostrato ma soprattutto nel senso che attraverso la poesia Carducci si ricongiunge idealmente coi classici antichi e moderni della poesia, superando la distanza del tempo. Ma mi sembra che possa essere interessante anche notare come anche nella pratica scrittoria vera e propria, di fronte a grandiosi paesaggi o antiche rovine, Carducci sia in grado di cedere alla suggestione e raccogliere in pochi versi cavalcate di secoli, vertigini storiche; porto un solo esempio da Su l’Adda (vv. 33-6) ma moltissimi se ne potrebbero trovare anche solo nelle Odi barbare:&lt;br /&gt;Ov’è or l’aquila di Pompeo? L’aquila&lt;br /&gt;Ov’è de l’ispido sir di Soavia&lt;br /&gt;E del pallido còrso?&lt;br /&gt;Tu corri, o Addua cerulo.&lt;br /&gt;In quel verso si rivela quindi una visione limpida del proprio rapporto con la storia, uno dei tanti esempi dell’auto-commento carducciano; nella stessa linea di riflessione si situa il verso successivo, che invece riflette sulla pratica poetica, sulla fatica e l'emozione di scrivere: il cuore colpito da un'immagine, da un pensiero insegue la strofe che sorge e timida trema, ancora incerta di sé; proprio come la scrittura di Carducci, che alterna momenti di stesura immediata e sicura a ripensamenti e indecisioni. Ce lo testimonia il poeta stesso anche in Preludio, per esempio:&lt;br /&gt;A me la strofe vigile, balzante&lt;br /&gt;Co ‘l plauso e ‘l piede ritmico ne’ cori:&lt;br /&gt;Per l’ala a volo io còlgola, si volge&lt;br /&gt;Ella e repugna                                     vv. 5-8&lt;br /&gt; oppure in Nella piazza di San Petronio (vv. 19-20):&lt;br /&gt;Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema&lt;br /&gt;Un desiderio vano de la bellezza antica&lt;br /&gt;Fra l'altro abbiamo già visto come anche i versi 27-28 nascano da un'ispirazione femminile, dagli occhi sereni di una vera musa: dovrebbe trattarsi della sua ospite, Dafne Gargiolli, ispiratrice di molte altre poesie e poeta lei stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultimo verso&lt;br /&gt;I tedi insonni dell'infinito é una delle immagini più suggestive e riuscite della poesia, in parte grazie alla suggestiva posizione alla fine della strofa che chiude l'intera poesia, in parte per la rete di echi che suscita; infatti possiamo considerarlo con Valgimigli uno dei più carducciani versi del Carducci (p. 122) e ricordare la chiusa di Alla stazione in una mattina d'autunno:&lt;br /&gt;Io credo che solo, che eterno,&lt;br /&gt;Che per tutto nel mondo è novembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meglio a chi 'l senso smarrì de l'essere,&lt;br /&gt;Meglio quest'ombra, questa caligine:&lt;br /&gt;Io voglio io voglio adagiarmi&lt;br /&gt;In un tedio che duri infinito.                                         vv. 55-60&lt;br /&gt;ma possiamo anche avvicinargli, come fanno Rossi (p. 115-6) e Valgimigli stesso, similitudini ed echi leopardiani da A un vincitore nel pallone o dalla Ginestra:&lt;br /&gt;Questi campi cosparsi&lt;br /&gt;Di ceneri infeconde, e ricoperti&lt;br /&gt;Dell'impietrata lava,&lt;br /&gt;Che sotto i passi al peregrin risona;&lt;br /&gt;Dove s'annida e si contorce al sole&lt;br /&gt;La serpe, e dove al noto&lt;br /&gt;Cavernoso covil torna il coniglio;                                        vv. 17-23&lt;br /&gt;o ancora dal Bruto Minore, che Carducci ben conosceva fin da giovanissimo:&lt;br /&gt;E tu dal mar cui nostro sangue irriga,&lt;br /&gt;Candida luna, sorgi,&lt;br /&gt;E l'inquieta notte e la funesta&lt;br /&gt;All'ausonio valor campagna esplori.&lt;br /&gt;Cognati petti il vincitor calpesta,&lt;br /&gt;Fremono i poggi, dalle somme vette&lt;br /&gt;Roma antica ruina;&lt;br /&gt;Tu sì placida sei? Tu la nascente&lt;br /&gt;Lavinia prole, e gli anni&lt;br /&gt;Lieti vedesti, e i memorandi allori;&lt;br /&gt;E tu su l'alpe l'immutato raggio&lt;br /&gt;Tacita verserai quando ne' danni&lt;br /&gt;Del servo italo nome,&lt;br /&gt;Sotto barbaro piede&lt;br /&gt;Rintronerà quella solinga sede.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco tra nudi sassi o in verde ramo&lt;br /&gt;E la fera e l'augello,&lt;br /&gt;Del consueto obblio gravido il petto,&lt;br /&gt;L'alta ruina ignora e le mutate&lt;br /&gt;Sorti del mondo: e come prima il tetto&lt;br /&gt;Rosseggerà del villanello industre,&lt;br /&gt;Al mattutino canto&lt;br /&gt;Quel desterà le valli, e per le balze&lt;br /&gt;Quella l'inferma plebe&lt;br /&gt;Agiterà delle minori belve.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Oh casi! oh gener vano! abbietta parte&lt;br /&gt;Siam delle cose; e non le tinte glebe,&lt;br /&gt;Non gli ululati spechi&lt;br /&gt;Turbò nostra sciagura,&lt;br /&gt;Né scolorò le stelle umana cura.                          vv. 76-105&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non mi sembra che le due proposte siano necessariamente in opposizione, basta riconoscere una volta di più in Carducci la capacità di assorbire le proprie fonti e riproporle dopo averle trasformate in una parte profonda della propria poetica.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center; font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Il fiume del tempo&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’immagine del fiume, dell’acqua che scorre e che guarda passare il tempo ritorna davvero frequentissima in Carducci, quasi ogni volta che si parli di acque correnti, e spesso è accompagnata dall'immagine del canto imperituro delle acque:&lt;br /&gt;Te la vergine Dora, che sa le sorgive de’ fonti&lt;br /&gt;E sa de le genti le cune,&lt;br /&gt;Cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l’alpi,&lt;br /&gt;E i carmi de’ popoli e l’armi.                                  Courmayeur, vv. 9-12&lt;br /&gt;[...] e tu fra l'ombre, tu fatali canta&lt;br /&gt;Carmi, o Clitumno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O testimone di tre imperi, dinne&lt;br /&gt;Come il grave umbro ne' duelli atroce&lt;br /&gt;Cesse a l'astato velite e la forte&lt;br /&gt;Etruria crebbe                              Alle fonti del Clitumno, vv. 39-44&lt;br /&gt;Ma l'intera poesia è pervasa della stessa idea, mentre per citare un esempio fuori dalle Odi barbare:&lt;br /&gt;Deh, fin che Piave pe' verdi baratri&lt;br /&gt;Ne la perenne fuga de' secoli&lt;br /&gt;Divalli a percuotere l'Adria&lt;br /&gt;Co' ruderi de le nere selve                  Cadore, vv 29-32, Rime e ritmi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si potrebbero portare molti esempi per molti fiumi, più difficilmente a proposito del  Tevere (nelle Odi barbare mi pare solo: Ragioni metriche, vv 1-2 e Su Monte Mario per quello che ho già detto all'inizio), forse perché il fiume di Roma è più lento, meno “canterino”, forse perché appare sempre circondato da vestigia, pietre, colli che più forti portano impresse le immagini e i ricordi della grandezza di Roma, che dai romani furono innalzate e più profondamente possono cantare quella bellezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La presenza purificante e ispiratrice dell'acqua che scorre caratterizza anche le tre liriche che precedono Davanti il Castel Vecchio di Verona, mi sembra in modo determinante, quindi passo a esaminare le relazioni fra la nostra poesia e quelle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nelle TB, come ho già detto, Davanti il Castel Vecchio di Verona si trovava in XI posizione, subito dopo Su Monte Mario e seguita dall'ode Da Desenzano; anche nell'edizione definitiva è in posizione centrale (XVI del primo libro), ma Su Monte Mario è lontana (XLII posizione) e la nostra ode è invece preceduta da una serie di poesie lombarde (Su l'Adda, Da Desenzano, Sirmione) e seguita da Per la morte di Napoleone Eugenio; con quest'ultimo accostamento mi pare che Carducci volesse operare uno stacco, una piccola separazione interna al I libro, perché i due testi non presentano evidenti consonanze di tema e certamente il metro non è un criterio di accostamento, tanto più che la strofe alcaica di Per la morte di Napoleone Eugenio presenta solo saltuariamente il decasillabo reso con due quinari che abbiamo visto essere particolarità della nostra ode. Certamente, in entrambe è trattato il tema della morte di personaggi celebri, regali, ma in prospettiva diversa, come diverso valore assume la poesia nei confronti di questa morte; certo è che con Per la morte di Napoleone Eugenio si apre una serie di poesie variamente celebrative che prosegue quasi fino alla fine del I libro.&lt;br /&gt;Al contrario, le quattro poesie lombarde si presentano molto affini dal punto di vista della materia poetica, tanto che mi sembra di poter intuire una sorta di percorso acquatico che parte con il fiume Adda, prosegue sul lago di Garda e termina con l'Adige, attraversando questa zona così ricca di rimembranze letterarie e storiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi testi non sono legati dal punto di vista metrico (si tratta, nell'ordine, di una Asclepiadea III, di strofe tetrastiche di trimetri giambici, di versi pitiambici primi e di strofe alcaiche) e sono stati scritti in periodi diversi fra loro: Su l'Adda 1873, Da Desenzano 1883, Sirmione 1881, Davanti il Castel Vecchio di Verona 1884; anche l'occasione della scrittura varia molto: la prima e la terza poesia infatti rimandano a incontri con Lidia, che passò qualche tempo a Verona con il marito fra il 1875 e il 1876, la seconda invece fu scritta in un periodo in cui Carducci era commissario d'esami in un liceo a Desenzano del Garda e l'ultima infine da una visita a Verona mentre era ospite dei coniugi Gargiolli.&lt;br /&gt;La zona geografica invece è circoscritta fra l’Adda (Lodi), l’Adige e il lago di Garda, e in tutte le poesie alla descrizione della natura florida e brillante di quei luoghi fa seguito l'emergere dalle acque e dalle colline dei fantasmi del passato che le hanno attraversate, che ci ricordano la nostra piccolezza rispetto a quel passato e soprattutto la piccolezza dell'uomo rispetto all'eternità indifferente della natura e dei secoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Sull'Adda il memore ponte per primo e poi le mura dirute ricordano al poeta gli itali incendii delle lotte fra Milano e i lodigesi, e il pensiero passa alla battaglia fra soldati  austriaci e napoleonici sul (ora) dubbio ponte per culminare nella vertiginosa sintesi:  &lt;br /&gt;Ov’è or l’aquila di Pompeo? L’aquila&lt;br /&gt;Ov’è de l’ispido sir di Soavia&lt;br /&gt;E del pallido còrso?&lt;br /&gt;Tu corri, o Addua cerulo.&lt;br /&gt;Mi sembra che, oltre al tema storico, si possa istituire qualche legame in più fra Su l’Adda e Davanti il Castel Vecchio; infatti se dividiamo in tre parti anche la prima poesia, in corrispondenza con la ripetizione della strofa Corri, tra' rosei fuochi del vespero, / corri Addua cerulo: Lidia sul placido / fiume, e il tenero amore, / al sole occiduo naviga (che ritorna quasi identica ai vv. 1-4, 37-40, 57-60) possiamo notare dei sia pur blandi parallelismi: nella prima parte (vv. 1-36) vediamo susseguirsi immagini di battaglie passate, antiche o recenti, mentre la seconda parte (vv. 41-56) è incentrata sul tempo presente, sul paesaggio che riflette ridente l'amore del poeta e infine la terza parte (vv. 61-72) osserva la caduta del sole al tramonto e si chiede dove si perderanno nel futuro l'anima e il mutuo amore, ma presto si abbandona al guardo languido di Lidia. I tre momenti passato presente e futuro si presentano in modo ben diverso rispetto a Davanti il Castel Vecchio, ma nello stesso ordine e suscitati da un simile paesaggio fluviale; nella lirica più antica si può ancora gioire della presenza di Lidia e ridere del mutuo amore, mentre undici anni dopo resta il compianto per il re morto e per un inverno dell'anima che comincia a far sentire le sue fitte, e il futuro non è che un malinconico deserto.&lt;br /&gt;Non mi pare che si possa sostenere una costruzione di Davanti il Castel Vecchio cosciente di questa similitudine, piuttosto l'identificazione sarebbe avvenuta successivamente, durante l'ordinamento definitivo delle liriche e in quel caso ne avrebbe determinato il posizionamento non contiguo ma nemmeno eccessivamente distanziato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riguardo alla lirica successiva, Da Desenzano, nota Valgimigli la cultura storica che domina tutta l'ode (p. 104): come di consueto Carducci era entrato in contatto con un erudito del luogo2 che forse gli mostrò ritrovamenti e reperti delle antiche civiltà che popolavano il lago e che fecero emergere dall'immaginazione di Carducci tutti gli abitanti di quelle sponde:&lt;br /&gt;Essi che queste amene rive tennero&lt;br /&gt;Te, come noi, bel sole, un dì goderono,&lt;br /&gt;O ti gittasser belve umane un fremito&lt;br /&gt;Da le lacustri palafitte, o agili&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veneti a l'onda le cavalle dessero&lt;br /&gt;Trepida e fredda nel mattino roseo,&lt;br /&gt;O co 'l tirreno lituo segnassero&lt;br /&gt;Nel mezzogiorno le pietrose acropoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gino, ove inteso a le vittorie retiche&lt;br /&gt;O da le dacie glorïoso il milite&lt;br /&gt;In vigil ozio l'aquile romulee&lt;br /&gt;Su 'l lago affisse ricantando Cesare,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivi in fremente selva Desiderio&lt;br /&gt;Agitò a caccia poi cignali e daini,&lt;br /&gt;Fermo il pensiero a la corona ferrea&lt;br /&gt;Fulgida in Roma per la via de' Cesari.                       vv. 25-40&lt;br /&gt;Dopo questi emerge dal lago il giambo di Catullo rapido e i suoi gemiti d'amore si confondono con quelli ben diversi delle monache lombarde che abitarono le sponde a seguito della regina Ansa. Anche qui nasce spontaneo, insistente il pensiero del futuro, e il confronto con gli antichi:&lt;br /&gt;[...] «Di qual secolo&lt;br /&gt;– Dimanderanno – di qual triste secolo&lt;br /&gt;A noi venite, pallida progenie?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A voi tra' cigli torva cura infoscasi&lt;br /&gt;E da l'augusto petto il cuore fumiga.&lt;br /&gt;Noi ne la vita esercitammo il muscolo,&lt;br /&gt;E discendemmo grandi ombre tra gl'inferi».                              vv. 54-60&lt;br /&gt; Motivo di varianza rispetto alle precedenti è il sereno, oraziano invito alla vita, all'amicizia e al vino che circonda in questa poesia le reminiscenze storiche e allontana l'ansia per il futuro.&lt;br /&gt;Sirmione si presenta come una luminosa descrizione del lago, accompagnata dalla presenza di Lalage, Dafne Gargiolli, e certamente dal ricordo di Lidia. Con entrambe Carducci aveva visitato spesso il lago nel 1875-6 e a Lidia aveva inviato i primi cinque distici3, ma la poesia venne terminata ed edita solo dopo la morte di lei, nel luglio 1881.&lt;br /&gt;Qui la presenza di Catullo è preponderante, annulla ogni ricordo storico e riempie l’intero lago con i multivoli ardori di Lesbia; Lalage deve ingraziarsi le Muse scacciate dall'Amore con tre rami di lauro e di mirto così da poter sentire la voce di Virgilio e vedere affacciato alla torre scaligera un grande severo, Dante.&lt;br /&gt;Il legame con la poesia precedente è esplicito, il lago si presenta luminoso, azzurro, circondato dai monti; nel gruppo, però, Sirmione è la meno consona, la più descrittiva e lirica, abbandonata ma Carducci non rinuncia ad una piccola parentesi storica:&lt;br /&gt;Garda là in fondo solleva la ròcca sua fosca&lt;br /&gt;Sovra lo specchio liquido,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cantando una saga d'antiche cittadi sepolte&lt;br /&gt;E di regine barbare.                                     vv. 21-24&lt;br /&gt;Escluso questo accenno, la posizione di Sirmione mi pare possa essere spiegata per un'esigenza di alternanza e per, ma sarebbe poco da solo, la figura di Lalage, musa dagli occhi che lunghe intentano guerre e che inizialmente ispirava, come abbiamo visto, anche Davanti il Castel Vecchio.&lt;br /&gt;Insomma, sembra che le quattro poesie non siano vicine solo grazie all'ambientazione, ma anche per una comunanza di ispirazione e di fondamento ideologico che Carducci elabora anche in momenti diversi: la terra, la natura ci ricordano la grandezza degli antichi, sta a noi esserne degni; ma bisogna anche essere coscienti della nostra piccolezza in quanto esseri umani rispetto all'eternità della natura.&lt;br /&gt;In particolare Sull'Adda e Davanti il Castel Vecchio a causa dell'eccessiva somiglianza della struttura vengono distanziate con le due liriche del lago di Garda, in cui la poesia, gli amori e le amicizie si mostrano in tutto il loro splendore e fragilità nella cornice eterna della natura.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Analisi linguistica e Conclusioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dal punto di vista linguistico la poesia non emerge: si mantiene su un piano piuttosto medio, senza picchi. Ho già fatto notare il linguaggio scientificamente storico della seconda e terza strofa e posso segnalare qualche latinismo: cesse per cedette (v. 6) verno e un termine fortemente letterario: còlubro per serpente; ma non mi sembra che nell'insieme il linguaggio sia usato in modo particolarmente impegnato o pregnante, eccetto forse le strofe che descrivono il fiume.&lt;br /&gt;Anche sotto il profilo delle figure retoriche si possono notare numerose inversioni  sostantivo-aggettivo ma oltre a queste il testo si presenta un poco scarno, le immagini sono tutte limpide e lineari.&lt;br /&gt;Il tessuto fonico esalta soprattutto i luoghi in cui si parla del fiume, come al v. 3 l'insistenza su [l] e in generale il ritorno del verbo fonosimbolico mormorare (v. 1, 16); da notare anche al v. 28 l'insistenza su [s] a sottolineare l'immagine della strofe ma in generale mi pare più presente e diffuso un impegno ad arricchire col ritmo il senso dei singoli versi, per es. gli ultimi due, ed esemplare mi pare il v. 25 con un attacco che sottolinea fortemente l'anch'io per poi distendersi quietamente negli accenti su fiume, canto e cantico, senza senso di ripetizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel complesso Davanti il Castel Vecchio di Verona appare come una poesia fra le più semplici, breve, non particolarmente impegnata e per questo poco studiata dalla critica. Mi sembra però che sul piano del significato acquisti molto dal confronto con le liriche vicine e che nel suo tono medio, addirittura quasi dimesso, si trovi uno stacco necessario fra la celebrazione dei luoghi catulliani e quella, diversa ma sempre impegnata, dei giovani napoleonidi.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Bibliografia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;A. Allan,     Carattere delle Odi storiche di G. Carducci, in Studi sulle opere poetiche e prosastiche di Giosuè Carducci, Torino, C. Pasta, 1908, pp. 7-28&lt;br /&gt;L. Baldacci,     Giosuè Carducci: strategia e invenzione, in Ottocento come noi, Milano, Rizzoli, 2003, p. 120-1&lt;br /&gt;A. Brambilla,    Il testo, le immagini, le cose. Osservazioni sull’iconografia carducciana e sul rapporto paesaggio-poesia, in Otto Novecento, XII, 1988, pp. 171-77&lt;br /&gt;G. Capovilla,    D'Annunzio e la poesia barbara, Mucchi, Modena, 2006&lt;br /&gt;G. Capovilla,    Giosuè Carducci, in Storia letteraria d'Italia, L'Ottocento, Padova, Piccin-Vallardi, 1994, pp. 1911-2048&lt;br /&gt;G. Carducci,     La lirica classica nella seconda metà del secolo XVIII , in Lirica e storia nei secoli XVII e XVIII, Edizione Nazionale, Bologna, Zanichelli, 1944, XV, pp. 145-235&lt;br /&gt;G. Carducci,     Lettere, Edizione Nazionale, Bologna, Zanichelli, 1952&lt;br /&gt;G. Carducci,     Odi barbare, Edizione critica a cura di A. Papini, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1988&lt;br /&gt;G. Carducci,     Odi Barbare testimonianze, interpretazione, commento di Manara Valgimigli, Bologna, Zanichelli, 1959&lt;br /&gt;G. Carducci,     Opere scelte a cura di M. Saccenti, Torino, UTET, 1993&lt;br /&gt;G. Carducci,     Tutte le poesie, a cura di P. Ghibellini, Roma, Newton &amp;amp; Compton, 1998&lt;br /&gt;G. Contini,     Innovazioni metriche italiane fra Otto e Novecento, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 587-599&lt;br /&gt;D. Ferrari,     Commento delle Odi barbare di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, 1923&lt;br /&gt;M. Mancini,     L'imitazione metrica di Orazio nella poesia italiana, in Orazio e la letteratura italiana, Atti del convegno svoltosi a Licenza dal 19 al 23 aprile 1993, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1994, pp. 489-532&lt;br /&gt;M. Martelli,     La metrica barbara, in Le forme poetiche italiane dal Cinquecento ai nostri giorni, in Letteratura italiana diretta da A. Asor Rosa, vol. III, Torino, Einaudi, 1984, pp. 591-601&lt;br /&gt;G. Nancioni,     Sulla  lingua  poetica  di  Carducci,  Rivista  di Letteratura  Italiana,  a.  V,  n.  2,  1987, pp. 289-310&lt;br /&gt;M. Praz,     Il  Classicismo  di  Giosuè  Carducci,  in  Gusto  neoclassico,  Milano,  Rizzoli,  1974,  pp. 353-373&lt;br /&gt;A. Roncaglia, Carducci, il Medio Evo e le Origini Romanze, in Carducci e la letteratura italiana, Atti del convegno di Bologna 11-13 ottobre 1985, Padova, Editrice Antenore, 1988 pp. 115-140&lt;br /&gt;P. Rossi,     Verona e il lago di Garda nella poesia carducciana, Bologna, Zanichelli, 1908&lt;br /&gt;E. Salibra,     Introduzione a G. Carducci, Rime, Pisa, Matithyàh, 2006&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-4212332562332730529?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/4212332562332730529/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=4212332562332730529' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4212332562332730529'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4212332562332730529'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/07/nel-picciol-verso-raccoglie-i-secoli.html' title='Nel picciol verso raccoglie i secoli'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-4628400297039700512</id><published>2008-05-03T01:02:00.000-07:00</published><updated>2008-05-03T01:03:52.078-07:00</updated><title type='text'>Editoria italiana nel secondo novecento</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Cultura e poteri nell’Italia repubblicana (pp. 383-)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Dopoguerra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Subito dopo la guerra si confrontano le ragioni economiche (che vorrebbero un ritorno alla normalità) con quelle politiche e culturali di ritrovare le proprie radici, rinnovare l’ambiente culturale ed editoriale.&lt;br /&gt;Inizialmente sembra imporsi la voce della cultura, con l’esplodere della necessità di comunicare, confrontare idee ed esperienze – in campo editoriale questo sembra realizzarsi con la nascita di moltissime sigle editoriali, alcune effimere altre più durature,in tutto il paese da sud (Napoli: Polis, Edizioni scientifiche italiane…) al centro, soprattutto Roma (Nuova Biblioteca editrice del Pci, Editore Colombo ecc) ma anche Firenze (Electa, Neri Pozza, casa editrice Francesco de Silva) e al nord (Milano: Edizioni Ultra, Nuova biblioteca, Longanesi, Fratelli Fabbri). A volte si notano differenze di ispirazione fra le diverse filiali per esempio di Einaudi (Milano: Vittorini, Roma: Muscetta).&lt;br /&gt;Gli editori, come intellettuali, si sentono chiamati (e lo ripetono spesso) alla ricostruzione del paese morale civile culturale economica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La narrativa resta il genere più forte, seguita di gran carriera dalla saggistica soprattutto storica, memorialistica e politica. Nascono riviste di cultura (Belfagor, Il Ponte, Società) e tutte le case editrici organizzano collane che riuniscano questi testi, sia quelle più preparate (Einaudi, La Nuova Italia) che le altre, sia le editrici tradizionalmente di cultura che quelle normalmente dedicate alla narrativa e ovviamente dalle maggiori: Bompiani, Mondadori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le prime speranze vengono subito deluse dall’inconsistenza delle epurazioni (Mondadori, Vallecchi, Sansoni restano sostanzialmente al loro posto) e riprendono i loro rapporti (privilegiati quelli di Arnoldo Mondadori) con il potere politico.&lt;br /&gt;Esiste ancora una forma di censura nella denuncia per pubblicazione oscena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La distribuzione territoriale e la struttura delle imprese però è rimasta la stessa, con un netto predominio del nord lombardo sia per arti grafiche che per numero di opere pubblicate, anche la sede dell’AIE viene nuovamente spostata da Roma.&lt;br /&gt;Nonostante un morboso bisogno di lettura in tutte le classi sociali resta un grandissimo numero di piccole e piccolissime imprese a fronte di grosse S.p.A. che impiegano, da sole, lo stesso numero di persone.&lt;br /&gt;Restano i vecchi problemi del settore e come al solito a risollevare le sorti è l’editoria scolastica, ma peggiorano i compensi per gli autori e persiste la solita lamentata ristrettezza del mercato: non è certo colpa dei troppi lettori di settimanali e fumetti, piuttosto del troppo alto prezzo dei libri (a sua volta causato dalle basse tirature) rispetto alla disponibilità di spendere delle famiglie medie, inoltre il numero di studenti universitari resta piuttosto basso e se aumenta in generale il numero di iscritti alle scuole di ogni grado, il numero di analfabeti e alfabeti privi del titolo di studio resta penosamente alto; inoltre anche fra gli alfabeti l’uso di leggere è poco diffuso, come l’abitudine e la confidenza con l’italiano rispetto al dialetto. Manca una struttura bibliotecaria valida e ancor peggio i punti vendita.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Anni ‘50&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Restano stabili le diverse vocazioni geografiche del paese e non cambiano di molto i rapporti di forza Milano-Torino-Firenze-Roma-Bari, salvo la nascita di piccole aziende isolate e la scomparsa dell’editoria siciliana.&lt;br /&gt;Non ci sono grosse c.e. nettamente caratterizzate politicamente a sinistra in questa fase, eccetto Einaudi e in parte La Nuova Italia.&lt;br /&gt;Resta la narrativa il genere più venduto e si intensifica il numero di testi provenienti dall’estero, ma è alta la richiesta anche di testi di religione, filosofia, pedagogia, storia e archeologia; con lo spegnersi dei furori libertari cala la richiesta di libri d’attualità e di memoria storica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Milano:     Hoepli si riprende dalla distruzione del magazzino: opere scientifiche e tecniche, dizionari, volumi d’arte&lt;br /&gt;        Giuffrè testi giuridici&lt;br /&gt;        Angeli università e professionali&lt;br /&gt;        Bompiani soprattutto letteratura italiana e straniera ma anche divulgazione scientifica, filosofia, critica letteraria&lt;br /&gt;        Treves (sotto Angelo Garzanti) letteratura sperimentale, gialli ma anche enciclopedie&lt;br /&gt;        Longanesi saggistica storico-politica&lt;br /&gt;        Fabbri scolastico, enciclopedie vendute a dispense nelle edicole, di cui diventa leader&lt;br /&gt;        Mursia scolastico, guide, letteratura per l’infanzia e classici&lt;br /&gt;        Lerici saggi, letteratura&lt;br /&gt;        Rizzoli classici italiani, Sidera (&lt; film di successo), umorismo, femminile, saggistica e nasce la Biblioteca Universale Rizzoli, che riscuote subito un grande successo.&lt;br /&gt;        Mondadori resta leader rinnovando le collane esistenti, ampliandole e migliorando anche gli impianti tecnici. Si mantiene nella sua produzione narrativa eclettica, indebolendo il progetto politico-culturale di Alberto. Si rivolge a molti pubblici con moltissimi generi dal popolare al culturale in 60 collane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torino: si conferma centro della produzione scolastica e saggistica (21% del totale) con UTET (piuttosto stabile e lenta), Loescher, Paravia (che si affilia alla Mondadori).&lt;br /&gt;        Einaudi fa il grande salto basandosi soprattutto sulle collane impostate prima della guerra (Biblioteca di cultura storica e Saggi) ma facendo spazio anche alla letteratura specie se impegnata (Levi, Ceram, Anna Frank, Calvino, Pavese, Calvino, Sciascia, Sartre… in I Coralli, I Millenni, I Gettoni), ma anche teatro e filosofia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’editoria cattolica (Marietti, Vita e pensiero, Moricelliana, La Scuola, Paideia) resiste, in particolare nel settore scolastico, come sta anche bene De Agostini, CEDAM e Guanda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bologna si conferma polo dell’universitaria e divulgativa:&lt;br /&gt;        Zanichelli resta esponente della scolastica e universitaria&lt;br /&gt;        Cappelli si occupa di critica letteraria, attualità politica e storia&lt;br /&gt;        Nascono Patron (testi universitari) e Forni (riproduzioni anastatiche di testi antichi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Firenze resta centro della produzione di cultura, ma risulta statica rispetto alla vitalità del nord.&lt;br /&gt;        Olschki come al solito&lt;br /&gt;        Vallecchi perde terreno per provincialismo Papini e Soffici e scomodi legami con il fascismo&lt;br /&gt;        Salani comincia a pubblicare I libri della fede&lt;br /&gt;        Le Monnier sempre classici e testi scolastici&lt;br /&gt;        Sansoni scolastica universitaria di cultura. Lascia ai margini gli interessi politici. Pubblica le opere e le imprese editoriali di Giovanni Gentile (è diretta dal figlio), quindi molte enciclopedie: italiana, cattolica, filosofica, dello spettacolo, dell’arte, medica ecc.&lt;br /&gt;        La Nuova Italia scolastico e saggistica&lt;br /&gt;        Giunti rileva la Bemporad-Marzocco rilanciando testi per l’infanzia, psicologia e psicanalisi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma prosegue il rafforzamento editoriale in campo politico, d’attualità e universitario ma a ritmi non paragonabili al nord. Molte case nuove&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mezzogiorno è in grossa crisi: sparite le aziende siciliane ne nasce qualcuna nuova (Milella a Lecce, Lacaita a Manduria).&lt;br /&gt;Napoli vive delle commissioni dell’università: Jovene, Pironti, Esi (medicina, giurisprudenza e varia cultura)&lt;br /&gt;        Ricciardi pubblica collane raffinate ed elitarie ma necessita di aiuti finanziari&lt;br /&gt;Laterza si rinnova, cercando di uscire dal crocianesimo all’inizio con difficoltà poi più disinvoltamente, ma sempre saggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il periodo dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’60 è caratterizzato dalla rinascita e dallo sviluppo di case editrici ideologicamente caratterizzate (quelle ideologie che affidano al libro un valore di crescita culturale: soprattutto cattoliche, comuniste, socialiste), che però non impediscono il processo di nazionalizzazione della cultura perché non si chiudono nelle rispettive sottoculture e sotto-canali di distribuzione, ma si aprono la mercato e cercano di raggiungere in forma dialogante anche il pubblico non già affiliato.&lt;br /&gt;Famiglia Cristiana tira 250.000 copie, Vie Nuove 350.000, la Domenica del Corriere 600.000 e Oggi 500.000.&lt;br /&gt;EDITRICI CATTOLICHE:&lt;br /&gt;Ma anche ebraica (La Giuntina, Firenze) e evangelica (la Claudiana di Torino).&lt;br /&gt;Viene fondata l’Unione degli editori cattolici italiani.&lt;br /&gt;Non interrotta dal periodo fascista, l’editoria cattolica del dopoguerra si apre nelle molte voci della chiesa e dà spazio anche a interessi non liturgici e pastorali; uno degli interessi principali è quello dell’ambito scolastico: SEI, La Scuola, Marietti, le Edizioni Paoline (che sono le più grandi e producono, fra l’altro, Famiglia Cristiana). Per l’editoria di cultura, invece, restano attive Vita e pensiero, le Edizioni di storia e letteratura, Marietti, Universale Studium, Moricelliana che si aprono anche al pubblico laico e ad argomenti vari.&lt;br /&gt;Ci sono poi editrici che si rivolgono a singoli movimenti: Cittadella (Assisi, i preti del dissenso), Città Nuova (Roma, focolarini), Coines (Roma, Acli), Jaka Book (Roma, CL).&lt;br /&gt;Il fatto di affidarsi a canali distributivi interni permette anche alte tirature.&lt;br /&gt;EDITRICI DI DESTRA:&lt;br /&gt;Longanesi a volte nostalgica (Il borghese) e Rusconi, che pubblica soprattutto settimanali (Oggi, Gente)&lt;br /&gt;EDITRICI DI PARTITO:&lt;br /&gt;Stenta a prendere corpo una editoria di partito almeno fino alla metà degli anni ’50 quando nascono le Edizioni Avanti!, gli Editori Riuniti e la c.e. Cinque Lune – ma sono case che non influiscono molto sul mercato di massa.&lt;br /&gt;Non si sentono particolarmente legate alle esperienze dell’ottocento e del primo dopoguerra.&lt;br /&gt;    Edizioni Avanti! (1953) collane di trattazione non ideologicamente rigorosa, che ricorrano alla mozione degli affetti e dei sentimenti. Dal 1964 è indipendente dal Psiup (scisso dal PSI) e diventa Edizioni del Gallo con indagini sulla cultura popolare&lt;br /&gt;    Sugar (1957) socialista riformista&lt;br /&gt;    Editori Riuniti (1953) c.e. del PCI si basa sui testi preparati i esilio e durante la guerra. Collane dirette alla formazione ideologica dei quadri, filologicamente scorrette ma utili a colmare la scomparsa di un certo tipo di testi scomparsi durante il fascismo (Marx, Engels…). Cercano di coprire anche interessi più ampi (filosofia, economia, letteratura straniera&lt;br /&gt;EDITRICI DI SINISTRA:&lt;br /&gt;    Einaudi: rapporto privilegiato con il PCI per il suo interesse a pubblicare sotto insegne non immediatamente riconoscibili e raggiungere un pubblico più vasto. Tendenze politiche ampie, dal cattolicesimo di Balbo all’azionismo al liberal-democratico Pavese mediatore fra forze cmq di sinistra. A causa dello schieramento chiaro subisce gli anatemi del conservatorismo particolarmente cattolico. In parallelo all’Universale economica sta la Piccola biblioteca scientifica, che si occupa soprattutto di saggi.&lt;br /&gt;    Feltrinelli: innanzitutto l’Istituto, che promuove ricerche sulla storia del movimento operaio e del socialismo ma amministra anche l’Universale economica promossa dalla COoperativa del LIbro Popolare per diffondere la cultura popolare (quindi saggi, cult. generale), appunto, per formare i cittadini. Accanto a queste prime iniziative sorgono presto interessi più vari: scientifici, psicologici, storico-politici e di attualità (Terzo mondo, Guevara…) ma anche di narrativa, con dei discreti “colpi grossi”: Il dottor Zivago, Il Gattopardo, Grass…&lt;br /&gt;    Marsilio: da un nucleo socialista un gruppo di docenti e intellettuali in territorio nemico (prima Padova poi Venezia)&lt;br /&gt;EDITRICI DEL ’68:&lt;br /&gt;Nascono una serie di piccole case, presto legate nella Lega per un’editoria democratica, che comprendeva anche case più grosse (tipo Einaudi, Feltrinelli, Jaka Book, Laterza, Editori Riuniti) che cercano di distinguersi dall’editoria commerciale ma anche da quella imbalsamata delle università, l’editoria come servizio pubblico, la controcultura.&lt;br /&gt;Danno vita a un gran numero di esperienze che però si esauriscono abbastanza rapidamente, con lo sfumare del movimento e con la separazione dalle case più grandi.&lt;br /&gt;EDITRICI CULTURALI&lt;br /&gt;Dopo il 1945 l’editoria di cultura si concentra al nord, lasciando scoperta Firenze, troppo legata all’università e a vecchie esperienze; d’altra parte al mezzogiorno c’è Laterza, che passa un periodo di crisi con la separazione da Croce ma poi si riprende (letteratura, meridionalismo, architettura e urbanistica). Le esperienze più interessanti cmq sono quelle di Torino, Milano e poi Bologna.&lt;br /&gt;    Einaudi: le famose sedute del mercoledì sono espressione di un gruppo di intellettuali a confronto fra di loro e con la realtà, che perseguono un progetto e delle linee culturali complessive. Immagine ne è il lavoro di Pavese fino al 1950, la morale del “fare”, l’idea di parlare con l’individuo lettore e con lui elaborare le risposte ai problemi della modernità (quindi ricerca di gusti non correnti nel mercato).&lt;br /&gt;    A Ivrea da una costola delle Nuove Edizioni Ivrea nasce Comunità, rivista e editrice che si occupa di economia, politica, sociologia, architettura, cattolicesimo non ortodosso, pianificazione economica, unità europea, socialismo non autoritario con la direzione di Adriano Olivetti che si circonda di una gran quantità di intellettuali e li mette a servizio di un’industria culturale non priva di ambiguità.&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Con le prime difficoltà di Einaudi se ne distacca Boringhieri, che poi si associa a Bollati e Luciano Foà, che fonda a Milano&lt;br /&gt;    Adelphi: programma letterario mitteleuropeo, traduzioni, filosofia.&lt;br /&gt;    E poi Feltrinelli e il suo impegno politico, Bompiani (linguistica e fumetto con Eco 1960-70)&lt;br /&gt;    Nel 1958 Alberto Mondadori fonda Il Saggiatore per seguire la sua personale linea politico-culturale: riflessione culturale (antropologia, sociologia, psicanalisi, archeologia, mondo extraeuropeo, origini della civiltà), tensione politica, mettersi al servizio della vita democratica e avere intorno un buon numero di intellettuali di spicco però non paga e presto deve appoggiarsi all’impresa del padre per attivi e passivi e ne viene inglobato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Bologna da un gruppo di giovani professori nasce Il Mulino, per impiantare un rapporto fecondo fra cultura e politica. In particolare seguono gli indirizzi della sociologia americana, degli studi religiosi, dell’analisi della società italiana e si rivolgono al mercato universitario.    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli intellettuali cominciano a sentire la difficoltà del circuito autoreferenziale che si va creando fra chi produce il libro e chi lo legge per produrne altri, ma siamo solo all’inizio. Col passare del tempo si allargano i termini della partecipazione in senso culturale: negli anni ’60 l’editore è un intellettuale che fa delle scelte politico-culturali intrecciate a interessi economici, l’editoria di cultura svolge quasi un ruolo di supplenza nei cfr dell’istituzione dormiente (l’università), un ruolo civile. Questo ruolo si svolge qui prima che nelle editrici “di partito” perché spesso sono troppo chiuse nei loro circuiti, incapaci di entrare nel mercato e reagire al pubblico “di massa”.&lt;br /&gt;La partecipazione dell’intellettuale al mondo editoriale parte dall’inizio del novecento e in Italia cresce in modo particolare: fino agli anni ’70 di moltiplicano queste figure intellettuali anche nelle case più generaliste (Mondadori con Vittorini, Bompiani con Cantoni, Sereni, Gallo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da notare che dalla fine della guerra il rapporto fra editrici e riviste culturali cala paurosamente proprio nella reciproca influenza e nei legami reciproci, segno che la rivista come laboratorio editoriale si va spegnendo.&lt;br /&gt;Un’altra caratteristica dell’editoria contemporanea a noi è la scomparsa dell’individuazione degli editori e delle collane dalla veste grafica: i libri sembrano tutti uguali, le collane hanno perso progettualità culturale e non esistono quasi più.&lt;br /&gt;LE COLLANE DI STORIA&lt;br /&gt;Le collane di storia hanno un’importanza particolare soprattutto dopo il 1945 e il 1970, ma in generale l’impostazione culturale italiana prevede una formazione dei quadri dirigenziali basata sullo studio della storia, per cui alcuni progetti editoriali hanno rivestito una particolare importanza.&lt;br /&gt;    Einaudi negli anni 50-70 sviluppa delle collane di storia di altissimo profilo, (le uniche in Italia a quel livello) combinando elementi di elaborazione storiografica straniera a correnti italiane non compromesse col fascismo nell’intento di provincializzare la cultura italiana (Chabod, Giolitti, Venturi, Cantimori) senza un indirizzo politico dogmatico, ma mediando fra le idee dei 4 animatori e attingendo sia alla scuola degli Annales che a studi più incentrati su singoli fatti politici.&lt;br /&gt;    Laterza dal 1955 fa ripartire la sua collana storica, Collezione storica, affidandola a Saitta e affiancandola con una più alla portata del pubblico vasto.&lt;br /&gt;In generale sono gli editori di sinistra i più interessati a collane di storia: Il Saggiatore (Il portolano), Feltrinelli (Storia, particolarmente concentrata sul movimento operaio), Editori Riuniti (sempre socialismo, URSS, internazionale), Il Mulino (Biblioteca storica), Marsilio. Ma dopo questo periodo di festa decade l’interesse e la capacità di creare prodotti di alto livello, il mercato si restringe (non più formazione quadri) e resistono solo le produzioni che colpiscono il lettore medio che cerca nella storia motivi di svago e apprendimento.&lt;br /&gt;    Un esempio è la collana Scie di Mondadori, che all’inizio (1926) si occupa soprattutto di memorialistica e biografia (mal vista da Croce, meglio da Gramsci) presentando i grandi personaggi in un quadro umano, privato, ma che nel privato non ne esaltano che l’eroicità straordinaria, appunto. Col passare del tempo, però questa umanizzazione finisce per svilire i personaggi e cancellarli tutto in un umano indistinto in cui Roosevelt è pericolosamente simile a Stalin. A questo punto si passa al genere del reportage, soprattutto tradotto da altre lingue, che diffonde nella cultura italiana conoscenza che le università non sapevano comunicare e di cui non si interessavano. Negli anni ’70 la produzione ripiega di nuovo sulla memorialistica scadente, la rievocazione di un passato eccezionale e romanzato, senza neanche il pudore di dichiararsi tale.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Dal 1970 al 1990&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Coll’inizio degli anni settanta si apre una crisi che determina cambiamenti di proprietà, scontri fra gruppi industriali e finanziari per il controllo di un settore che non è più librario ma massmediatico.&lt;br /&gt;Negli anni 60 nasce il vero mercato di massa (con la riforma della scuola dell’obbligo e l’impegno governativo nello sviluppo delle biblioteche comunali): crescono gli iscritti alla scuola dell’obbligo e all’università, crescono i consumi e fra questi anche quelli culturali (ma non in proporzione pari).&lt;br /&gt;Grande interesse è rivolto dagli editori al mondo universitario, sia con la nascita di nuove sigle che con la crescita di quelle esistenti e l’incremento del settore in quelle miste.&lt;br /&gt;Fermento creano anche i sommovimenti politici del femminismo, del movimento gay eccetera, che oltre a far nascere case editrici dedicate stimolano la saggistica, in particolare politica e di genere. La narrativa detiene ancora il potere ma cresce la saggistica storica.&lt;br /&gt;La Mondadori rilancia gli Oscar, venduti soprattutto attraverso le edicole, che le fruttano lauti guadagni; naturalmente è seguita a ruota dalle altre case alcune delle quali sono messe in difficoltà dalla necessità di attrezzature costose per sopportare alte tirature.&lt;br /&gt;Ma se il mercato si è allargato non è ancora pronto a reggere un gran numero di imprenditori e la crisi degli anni ’70 colpisce innanzitutto le case nate attorno al ’68 (resiste Newton &amp;amp; Compton), quindi quelle di medie dimensioni (Vallecchi e Sansoni: a Firenze resta solo il gruppo Giunti), infine colpisce Einaudi a causa di debolezze economiche congenite ma ferita a morte dall’impresa delle grandi opere viene commissariata e ceduta all’Elemond. Difficoltà attraversano anche Laterza, Editori Riuniti.&lt;br /&gt;In generale il mercato italiano si è fortemente ibridato con gli altri mezzi di comunicazione e le aziende più grosse cercano di spartirselo: il gruppo Rizzoli (che già possiede diversi periodici) acquista Il Corriere della Sera ma si indebita e deve vendere a Gemina, società controllata da Agnelli, mentre un gruppo Fiat acquista e passa il gruppo Fabbri-Etas Kompass-Bompiani-Sonzogno.&lt;br /&gt;        In tutta risposta si costituisce il gruppo Elemond da Electa (che controlla Einaudi, diverse case editrici scolastiche, il 10% di Gallimard e della Baldini &amp;amp; Castoldi) e Arnoldo Mondadori Editore (possiede il Club degli editori, Comunità, Ricciardi, Serra, Riva), che lancia La Repubblica e acquista Retequattro, ma a causa di problemi finanziari a capo del gruppo finisce Berlusconi.&lt;br /&gt;        Contemporaneamente Garzanti controlla Vallardi, Marietti scuola e viene acquisita dalla UTET&lt;br /&gt;        Longanesi ha interessi in Salani, Crobaccio, Guanda, Ponte alle Grazie, Neri Pozza.&lt;br /&gt;Bisogna considerare che dall’altra parte della barricata rispetto a questi enormi gruppi sta una miriade di piccoli e piccolissimi editori, aziende familiari quasi artigianali ma che portano avanti un’editoria di cultura: Bibliopolis, Studio Tesi, Edizioni e/o, Marcos y Marcos, Piemme, Passigli, Theoria, Donzelli… il numero degli editori continua ad aumentare negli anni 70-80 mentre aumenta la concentrazione editoriale e produttiva dall’altra parte, creando una situazione schizofrenica: le 20 imprese maggiori da sole detengono il 75% del mercato e il 40 % è di 5 aziende: Mondadori, Rizzoli, (insieme il 25% del mercato dei periodici) Fabbri/Ifi, Garzanti, De Agostini.&lt;br /&gt;Si accentuano ulteriormente le differenze territoriali: sia per numero di editori che per numero di titoli la Lombardia e il nord hanno la preminenza assoluta, sale Roma ma Firenze è fuori gioco, tranne che per lo scolastico.&lt;br /&gt;La distribuzione costa ancora il 50% del prezzo di copertina, mentre oggi le librerie coprono il 25% del mercato, lasciando il porto alla vendita rateale o per posta.&lt;br /&gt;Negli anni ottanta cresce il numero dei titoli ma diminuiscono le tirature medie, in particolare scendono i titoli per ragazzi; la principale novità degli anni ’70, il tascabile, non ha prodotto, come si era sperato, un nuovo mercato, ma si è ripiegata sul mercato tradizionale della libreria. Crescono i lettori di narrativa di qualità (a Palermo nasce e cresce la Sellerio) e di consumo, scende decisamente la saggistica – letterati e critici lamentano il fatto che la domanda di lettura sia guidata dai grandi battage pubblicitari (soprattutto in tv) delle grandi aziende verso la letteratura bassa: rosa, romanzi di consumo seriali statunitensi, “best seller”. I libri sono prodotti in funzione della versione televisiva o cinematografica che se ne farà, rappresentano un pacchetto simbolico in grado di funzionare in contesti diversi.&lt;br /&gt;Scompare la figura dell’editore protagonista, come scompare l’editoria di ricerca, i linguaggi sono sempre più omologati e guidati dalla politica; muta anche il ruolo dell’intellettuale che, parcellizzato e isolato perde il suo ruolo progettuale e si trova a fare l’opinion maker televisivo – ma questo non toglie che possano emergere figure disinteressate e intellettualmente stimolanti.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-4628400297039700512?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/4628400297039700512/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=4628400297039700512' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4628400297039700512'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/4628400297039700512'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/05/editoria-italiana-nel-secondo-novecento.html' title='Editoria italiana nel secondo novecento'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-7236998847939681281</id><published>2008-05-03T00:58:00.000-07:00</published><updated>2008-05-03T01:02:26.058-07:00</updated><title type='text'>L'editoria italiana nel primo novecento</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Gli anni della crescita (1880-95)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;1. Dislocazione??&lt;br /&gt;In contemporanea con la generale crescita economica del paese corre quella culturale, spinta da scuole statali, dell'esercito e di istituzioni filantropiche o aziendali (1882: suffragio ai possessori di 2° elementare), entrambe favoriscono la crescita editoriale (regressione dell'analfabetismo e allargamento del pubblico). Crescono le pubblicazioni librarie e periodiche; cresce l'industria tipografica sia numericamente che come sviluppo industriale e della meccanizzazione: naturalmente i centri più importanti sono legati alle maggiori case editrici e quindi si trovano a Firenze e soprattutto a Milano, la cui fama riecheggia anche all'estero; naturalmente crescono anche le industrie legate indirettamente al mondo dell'editoria: la produzione della carta, degli inchiostri e delle macchine tipografiche vede nascere (a volte per la prima volta) stabilimenti dedicati, per la maggior parte sempre vicino a Milano.&lt;br /&gt;Inoltre il modificarsi del mercato è evidente dal mutare della ragione sociale delle aziende: dalla conduzione familiare di origine artigianale si passa a società a cui partecipavano capitali di origine diversa, talvolta anonimi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo periodo il nord Italia resta decisamente preminente sul sud come quantità e importanza delle pubblicazioni, e al nord MILANO era la capofila, perfino per la stampa periodica, la più costosa (manodopera meglio retribuita) e più impegnativa (innovazione tecnologica continua) – si nutriva della produzione narrativa, redditizia ma anche rischiosa perché non ha un pubblico identificato e certo; la narrativa ha bisogno di un'organizzazione efficiente che permetta delle perdite (pubblicazione di 10-15 romanzi al mese)&lt;br /&gt;RICORDI continua sulla sua linea di sviluppo, apre nuove filiali (Parigi) e acquisisce nuove case musicali.&lt;br /&gt;SONZOGNO acquista in consistenza economica, tale da permettergli di pubblicare il principale periodico del periodo (Il Secolo) e un'importante produzione di opere divulgative illustrate ecc.&lt;br /&gt;TREVES continua ad allargarsi anche grazie all'intuito dell'editore per i nuovi talenti: pubblica Graf, De Roberto, Brocchi, Neera, Negri, Serao e D'Annunzio (autonomia del letterato dal mecenate dandogli il pubblico). Identificazione con il pubblico borghese per periodici e libri (Italia illustrata e La Domenica del Corriere).  Bilancio favorevole fino al 1910.&lt;br /&gt;FIRENZE (LE MONNIER, BEMPORAD) e Torino  si specializzano sull'editoria scolastica entrando in rapporto con le istituzioni scolastiche per avere garanzia di vendite – inoltre si crea un'interessante rete di carteggi fra editori, ministri e direttori generali di ministero.&lt;br /&gt;    La situazione è un po' statica: LE MONNIER è sempre in difficoltà (scarso dinamismo e difficoltà varie, anche a causa di un consiglio di amministrazione non preparato. A partire dagli anni '10 l'impegno verso lo scolastico aumenta migliorando la situazione) ma c'è anche la prima attività bibliofila di Olschki.&lt;br /&gt;    In questo periodo nasce BARBÈRA, gestita da Gaspero (arriva da Torino negli anni '50) che prima lavora con Le Monnier e poi si mette in proprio pubblicando saggistica e classici; quando scrive le Memorie di un editore ricalcano l'ideologia del self-help, la concezione paternalistica della conduzione aziendale (i ruoli di padrone e operaio non sono ben distinti). Nel 1870 manda a Roma Piero Barbèra per costituire una filiale ma non ci riesce (avrei preferito essere un editore del Rinascimento che un editore del XX secolo): avrebbe voluto fare l'editore di lusso, rivolto non solo al mercato nazionale: non riesce ad utilizzare la pubblicità, non si capacita che funzioni anche per la produzione libraria. Pubblica per primo De Sanctis che si incavola perché non compare sui pannelli e manifesti, di cui P.B. non si vuole dotare.&lt;br /&gt;    Ci sono altre piccole case editrici come la BEMPORAD  (1862), che si occupa di opere scolastiche e di narrativa per fanciulli, la LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI (1841 di Alessandro P.), la SALANI e la NERVINI, editrici che si rivolgono soprattutto al popolo: narrativa a basso costo e produzione scandalistica.&lt;br /&gt;A TORINO si sviluppa l'editoria scolastica per ogni ordine e grado: la PARAVIA per le scuole inferiori, VALLARDI, BOCCA e LOESCHER per le altre scuole, UTET per le grandi opere (enciclopedie, atlanti, strumentazione professionale per l'università).&lt;br /&gt;A ROMA mancano grandi case editrici ma si creano grossi gruppi tipografici che si occupano di periodici soprattutto politici, es. gli EDITORI RIUNITI, legati al partito comunista oppure gli editori del Manifesto ecc. Esperienza intensa ma effimera fu quella di SOMMARUGA, editore di Cronaca bizantina, Nabab e Le Forche caudine, periodici dal linguaggio diretto e politicamente spregiudicato che alla fine ne causarono la chiusura, nonostante fosse sostenuto dai principali autori del momento: Carducci, Verga, D'Annunzio, Dossi. Pubblica anche molti testi di carattere politico.&lt;br /&gt;CAPPELLI invece opera nella zona EMILIANA-ROMAGNOLA ed ebbe grande fortuna grazie a “Cordelia, Giornale per le giovinette”.&lt;br /&gt;A Bologna nasce anche (1859) la ZANICHELLI, che si occupa subito di grandi opere e di editoria per le scuole superiori, con l'appoggio di Carducci.&lt;br /&gt;L'anello debole della produzione in Italia era il costo dei trasporti e della vendita al dettaglio: sopravviveva meglio chi riusciva a saltare l'anello della libreria con abbonamenti e vendite rateali&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sud è molto indietro ma in questi tempi tumultuosi sembra risvegliarsi: a NAPOLI Marghieri e Morano (legata a De Sanctis) si occupano di libri di testo e editoria scientifica, ma sono irrilevanti sul piano nazionale; grazie a Pierro e al suo entourage di intellettuali viene ridata dignità intellettuale al dialetto napoletano, con la pubblicazione di poesia dialettale di alto livello (Russo e Di Giacomo).&lt;br /&gt;In SICILIA operano Pedone-Lauriel (Palermo), che si impegna a offrire il meglio della produzione intellettuale siciliana in campo storiografico e letterario. Nascono inoltre tre case editrici legate all'università e di vocazione saggistica: Laterza a BARI, Sandron (di Decio e Remo, ora a Firenze), che si occupò soprattutto di editoria per la scuola, spesso con libri curati da studiosi importanti (Croce e Gentile), e di alcune pubblicazioni periodiche di divulgazione scientifica con rilevanza nazionale; Giannotta infine che a CATANIA si occupò di editoria scolastica e saggistica soprattutto ma si spinse pure nell'ambito della letteratura, pubblicando la “Biblioteca popolare contemporanea – Semprevivi”.&lt;br /&gt;Queste tre fra il 1850 e il 1900 pubblicano saggi di buon livello per l'università (sembra che ci sia una tendenza del mercato a dislocarsi e specializzarsi: difficile che le saggiste pubblichino romanzi perché prevedono un diverso mercato e impegno), ma a partire dal ventennio decadono a causa del centralismo tendente a favorire le case editrici centrali e controllabili nel nord e centro – sopravvivono solo quelle che hanno alle spalle una figura intellettuale garanzia di mercato (es. Croce).&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Fine secolo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;In questo periodo le imprese accusarono un po' di flessione (subito ripresa), sempre a causa dei mali eterni dell'editoria italiana: ristrettezza del mercato (che le ancora ampie zone di analfabetismo non aiutavano), mancanza di legislazione che proteggesse la proprietà letteraria, alte tariffe doganali e postali; ma si presentano anche mali nuovi: gli scioperi, in questo come in altri ambiti industriali e la rapacità del fisco.&lt;br /&gt;In particolare l'impegno statale a diminuire l'analfabetismo indusse molte case editrici a buttarsi nel campo dell'editoria scolastica, spesso facendosi concorrenza spietata.&lt;br /&gt;Nascono in questo periodo nuove aziende, in parte fondate da editori immigrati: Rosenberg &amp;amp; Sellier, Olschki, Sperling &amp;amp; Kupfer ma anche alcune di origine locale, come Laterza e Nerbini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Milano è sempre il maggiore centro di produzione: ha il doppio degli addetti di Torino e il triplo rispetto a quelli di Firenze (più le aziende sono grandi più sono stabili e forti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In generale la fine del secolo è caratterizzata da questi movimenti:&lt;br /&gt;1.    Nuovi pubblici: fanciulli, donne, operai&lt;br /&gt;2.    Nuovi generi letterari: letteratura selfelpista, romanzi&lt;br /&gt;3.    Arrivo degli editori stranieri&lt;br /&gt;Un associazionismo difficile (pp. 193-222)&lt;br /&gt;Nella storia dell'associazionismo italiano ebbero un peso particolare gli operai stampatori grazie alla forma particolare delle aziende: concentrazione della forza lavoro e soprattutto forte qualificazione professionale, sia nel campo specifico della tipografia che rispetto alla scolarizzazione di base; queste caratteristiche crearono la base per la nascita dell'associazionismo di categoria in Italia.&lt;br /&gt;I primi tentativi degli imprenditori e l'organizzazione operaia&lt;br /&gt;Le difficoltà del mondo tipografico non venivano tanto dalle associazioni operaie quanto piuttosto dalla disarmonia che caratterizzava gli interventi degli imprenditori, non abbastanza omogenei da muoversi uniti, pronti solo a difendersi saltuariamente.&lt;br /&gt;Era difficile che si formassero associazioni degli editori a livello sopranazionale, visto il piccolo numero dei proprietari e la ristrettezza del mercato editoriale (le premesse per un cambiamento vengono durante il passaggio napoleonico).&lt;br /&gt;Le prime ipotesi vengono da Stella (1820) che propone un'utopica corporazione degli stampatori italiani, quindi il fallimentare Emporio librario voluto da Pomba, che aveva dalla sua la lingua comune ma di contro la differenziazione dei poteri nella penisola:&lt;br /&gt;1.    assenza di una normativa comune&lt;br /&gt;2.    disparità di approvvigionamento delle materie prime&lt;br /&gt;3.    disparità di organizzazione del lavoro&lt;br /&gt;4.    disparità di utilizzazione dei servizi postali&lt;br /&gt;5.    difficoltà a trovare commesse statali che assorbissero eventuali investimenti sbagliati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La condizione degli operai, invece, era diversa perché avevano problematiche più omogenee: salario, disoccupazione, igiene nel posto di lavoro, formazione professionale – inoltre rappresentavano una discreta forza dal punto di vista quantitativo. Esistevano già organizzazioni di mutuo soccorso di lunga tradizione e ben assestate, che quando nel 1848 mutò l'assetto politico (Statuto Albertino) approfittarono del diritto di riunione per costituire più avanzate associazioni dei lavoratori: grazie all'esperienza francese di Steffanone nacque la Società dei compositori tipografi per l'applicazione e l'osservanza della tariffa, con finalità anche di sostenere eventuali scioperi.&lt;br /&gt;Questi operai erano già coscienti che per ottenere certe condizioni bisognava in qualche modo sacrificarsi.&lt;br /&gt;L'Unità e lo sviluppo dell'associazionismo tipografico&lt;br /&gt;Si creano quindi società di resistenza (Genova 1852, Milano, Firenze, Bologna, Brescia, Venezia, Treviso, Verona, Roma 1870) e in genere gli operai di Torino seguono le migrazioni della capitale prima a Firenze poi a Roma.&lt;br /&gt;Anche dalla parte degli imprenditori andò creandosi coscienza “di classe”, diversa per tipografi-editori e per tipografi puri. Quando le associazioni degli operai e dei proprietari si riunirono immediatamente il dialogo venne spostato da salute, disoccupazione, salario al “decoro dell'arte”, commesse statali, dazi sulle materie prime ecc. Così gli operai si ritrassero in associazioni specifiche in attesa di tempi migliori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1867 Bibliografia d'Italia (Bocca, Loescher, Münster), rivista di informazione sulle pubblicazioni della penisola ma anche elemento propulsore dell'associazionismo libraio-editoriale&lt;br /&gt;1869 a Torino Congresso Librario Italiano (in concomitanza con il congresso pedagogico).&lt;br /&gt;Associazione Libraria Italiana (presieduta da Pomba) di cui la nuova Bibliografia italiana diventa l'organo di stampa.&lt;br /&gt;L'impresa editoriale acquisisce autonomia rispetto alla tipografia, sempre più schiacciata perché ha necessità diverse limitate praticamente al costo della forza lavoro, mentre gli editori combattevano per diminuire il dazio d'entrata dei libri, la tassa di raccomandazione dell'inoltro postale delle stampe, per la regolamentazione degli sconti ecc. A questo punti gli interessi di editori ed operai erano completamente divergenti.&lt;br /&gt;Pesavano ancora la precedente divisione politica, i tempi lunghi dell'unificazione, le differenze nello sviluppo economico e nell'organizzazione editoriale, soprattutto confrontando la situazione francese di lento ma inesorabile sviluppo e di iniziale chiusura.&lt;br /&gt;Al 1869 cmq la tipografia italiana vantava tre testate specializzate: 1. la Bibliografia d'Italia (servizio di cultura generale, supportata dal ministero della pubblica istruzione) 2. la Tipografia Italiana (rivista soprattutto operaia e locale) 3. L'Arte della stampa (panorama tipografico ma più spostato verso gli interessi degli editori).&lt;br /&gt;Dopo il 1870 Roma diventa uno dei più importanti centri editoriali della penisola: atti parlamentari, periodici ufficiali, moduli per i ministeri, quotidiani nuovi e vecchi ecc.: fu un boom nella quantità degli stabilimenti ma anche per il livello tecnologico raggiunto. Non si trattò mai però di uno sviluppo editoriale propriamente industriale, ma di commesse pubbliche e produzione di routine con pochi rischi. A Roma si svilupparono anche le nuove associazioni di categoria, come la Società dei compositori tipografi per l'applicazione e l'osservanza della tariffa (1870); queste, nascendo in una città in cui erano rari gli stabilimenti industriali di una certa consistenza, si fecero interpreti di problematiche più generali, soprattutto sul fronte della legislazione sociale e dell'organizzazione intercategoriale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Le associazioni degli imprenditori e le lotte operaie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Dalla Tipografia italiana nasce Il Tipografo (resiste fino al fascismo): la diffusione di mezzi di comunicazione editoriali era naturale e diffusa in ambito tipografico per familiarità e diffusione della capacità di leggere e scrivere. Ancora nel 1870 editori e tipografi sono associati ma i tipografi sono defilati come importanza e ci sono grosse differenze nella penisola: l'Associazione Tipografico Libraria subisce la predominanza dei milanesi (fino agli anni '80 almeno) e attraversa un periodo di crisi (anche finanziaria) nel 1873-5 a causa della diminuzione degli associati e dalle liti interne: si risolse con lo spostamento della sede a Milano e il cambio di dirigenza (Treves) a cui seguì un forte rafforzamento.&lt;br /&gt;Negli anni '880 gli operai ricominciarono a combattere associati per una nuova tariffa, aumenti salariali e controllo del lavoro minorile: a un successo iniziale seguì il malcostume degli editori-tipografi di non rispettare i patti – in generale l'associazionismo imprenditoriale non decollò mai a causa dell'individualismo degli associati e della ristrettezza delle aziende: alcune officine sopravvivevano delle deroghe alla regola; restavano uniti nelle richieste al governo o per i problemi generali, ma creavano associazioni ad hoc quando si trattava di contrattare con gli operai, spesso in forme massicciamente inique (cfr sciopero 1882: costituzione in associazione, squadre volanti, uso di poliziotti e detenuti per produrre cmq, scorte militari ai crumiri. In seguito al fallimento dello sciopero la sede dell'associazione nazionale venne spostata a Torino, dando maggior respiro ai romani e l'impegno a una sede più esperta.&lt;br /&gt;Due modelli associativi a confronto&lt;br /&gt;Le associazioni degli imprenditori continuano a non prendere in considerazione le necessità dei tipografi puri, solo nel 1907 si arriva al primo Congresso dell'Associazione dei tipografi e arti affini, come nel 1882 nasce la Società italiana degli Autori, che sono sempre parti dell'ATLI, responsabile dell'immagine dell'industria editoriale italiana sia sul piano internazionale (Bureu permanent du congrès des éditeurs) che nella dialettica con le istituzioni. Per spinta dell'ATLI vengono pubblicate l'Annuario della tipografia, della libreria e delle arti affini (1884), i Cataloghi collettivi della libreria italiana, e infine il Catalogo generale della libreria italiana.&lt;br /&gt;Le associazioni operaie invece si muovono in modo più strettamente dialogante ma più mosso: le realtà locali erano molto importanti e promosse (comitati di propaganda) dalle istituzioni centrali perché rappresentavano la forza dell'organizzazione nazionale: i contrasti venivano agilmente riassorbiti e anzi i piccoli centri si dimostravano base fondamentale della discussione e del dibattito.&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La politica e il lavoro femminile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il problema della commistione fra attività politica e “sindacale” nelle associazioni librarie nasce con lo svilupparsi del potere delle associazioni: L'Eco dell'operaio non si rivolge solo ai lavoratori del libro, sebbene fosse utopico pensare che potesse diventare punto di riferimento di tutto il proletariato romano. A Milano due operai si candidarono e uno venne eletto deputato. Il comitato centrale dell'associazione poneva resistenze alla partecipazione diretta, ma col 1893 si trasforma in Federazione Italiana fra i lavoratori del libro (anche fonditori, legatori, litografi...) e la testata diventa Lavoratore del libro.&lt;br /&gt;Mentre da una parte si andava superando l'ottica corporativa, sotto il profilo dell'ingresso delle donne nell'ambiente tipografico otteneva solo rifiuti: si temeva che rappresentassero un anello debole, più a buon mercato e più docile alla disciplina di fabbrica.&lt;br /&gt;Con il 1893 entrambe le situazioni si sbloccano (// nascita di camere del lavoro e del PSI) con l'ammissione delle donne nella federazione: non potevano ancora diventare compositrici e avevano turni di lavoro più brevi e di riposo più lunghi, ma col tempo la situazione si modificò, parallelamente all'ingresso diretto in politica di molti operai.&lt;br /&gt;L'ufficiale distanziamento dalla politica reale non impedì alla maggior parte delle società di venir chiuse durante la ventata reazionaria di inizio secolo, ma sopravvissero Torino e Roma, che continuano nelle lotte.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La svolta del nuovo secolo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;1903: nuova vertenza operaia per l'aumento del salario e la riduzione a otto ore giornaliere -&gt; sciopero sconfitto per varie congiunture politiche. Da quel momento furono scontri su temi più realistici (?).&lt;br /&gt;D'altro canto gli imprenditori si resero conto della necessità di associazioni specifiche della categoria, separando anche innanzitutto i tipografi (1906: assise della tipografia e affini) perché discutessero di organizzazione del lavoro, strumenti per dirimere la conflittualità negli stabilimenti, regolamentazione legislativa delle associazioni operaie, con attenzione alle diverse realtà del paese. In secondo luogo dovevano differenziarsi i librai, altra categoria sacrificata dagli editori, ma lo scoppio della guerra bloccò ogni tentativo di separare l'associazione. Col 1920 ricominciò il dibattito, con la separazione di editori e librai, nasce l'Associazione Editori Librai Italiani, ma è una nascita problematica (// rivolte universitarie per il rincaro dei libri), corrispondente a una fase problematica della vita politica del paese.&lt;br /&gt;Il secolo nuovo (ovvero: Un panorama in evoluzione pp.225-298)&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;1900-1914&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Periodo di consolidamento e espansione, sebbene l'Italia resti indietro rispetto agli altri paesi europei sviluppati per numero di tirature e dimensioni delle aziende: il numero di copie di Cuore e Pinocchio erano eccezioni in Italia, la norma in Francia e Gran Bretagna. Fascia particolarmente privilegiata era quella dei fanciulli, più istruiti dei genitori e per i quali il libro era oggetto di dono e gratificazione: nessun altro tipo di libro, eccetto quelli di devozione, raggiungeva quei risultati.&lt;br /&gt;Si registra un'accelerazione dei ritmi di vendita (anche in canali particolari come quelli delle bancarelle) ma al libro fanno concorrenza tutti i nuovi divertimenti, passatempi e distrazione: stampa periodica illustrata, sport, escursioni in bicicletta, cinema ecc. Inoltre gli operatori del settore lamentavano che per ogni libro venduto i lettori erano molti di più per l'abitudine di passarseli e di usufruire delle biblioteche pubbliche. In generale è un'attività non eccessivamente remunerativa, mestiere piuttosto difficile.&lt;br /&gt;Elementi di novità non si notano tanto nella persistenza di librerie che occasionalmente pubblicavano qualcosa ma piuttosto nella migrazione delle aziende dall'ambito familiare a quello della società anonima dalle molteplici partecipazioni – per quanto resti l'abitudine di identificare l'editrice con il proprietario o con il suo nome.&lt;br /&gt;Restano discrete difficoltà nello squilibrio fra capacità produttive e capacità di smaltimento, che portavano a liti fra editori e librai: quelli accusati di lasciare margini di guadagno troppo ristretti, questi di fare sconti eccessivi. Anche se viene sentito come un problema, in questo periodo sono in allargamento i pubblici: oltre ai bambini (cresce il numero di iscritti alle elementari e alle medie) e alle giovanette si sta allargando la classe borghese che ha bisogno di libri per aggiornare le sue conoscenze e la lettura è il primo strumento di redenzione sociale, con la conseguenza di tentativi politici di innamorare dei libri il proletariato; inoltre nelle classi medie aumenta il numero delle persone che ambiscono ad entrare nel mondo delle pubblicazioni di narrativa, teatro e giornalismo.&lt;br /&gt;Inoltre la lettura era solo falsamente ridotta dai nuovi divertimenti: la letteratura di viaggio, i manuali sportivi e di hobby, la stampa periodica sono tutti mezzi per entrare in confidenza con l'oggetto e l'uso della lettura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si riscontra al contrario una grossa difficoltà nelle esportazioni verso il pur ampio pubblico degli emigrati a causa di una legislazione restrittiva e protezionistica (un dazio colpiva i libri italiani esportati che rientravano invenduti), legislazione modificata nel 1911 senza che il mercato delle esportazioni prendesse mai effettivo slancio. Nasce nel 1914 le messaggerie italiane che inizialmente aveva come scopo l'import-export di pubblicazioni.&lt;br /&gt;Si riconferma Milano polo centrale dell'editoria italiana, come Torino lo è per l'ambito scolastico, come Firenze resta importante anche se cambiano le aziende di rilievo, come Roma si resta capitale atipica e Napoli ha qualche editore di rilievo ma non molti.&lt;br /&gt;MILANO&lt;br /&gt;Nessuna delle case di Milano copre l'intera gamma di bisogni della clientela. Oltre alle aziende grosse ce ne sono molte che si rivolgono ai diversi campi: il canale delle bancarelle, le edizioni di libri d'arte (a volte pubblicate in proprio dagli autori), la Scuola del libro, il Risorgimento grafico (periodico specialistico), l'Agenzia letteraria internazionale.&lt;br /&gt;    Sonzogno in questo periodo vive la sua decadenza definitiva.&lt;br /&gt;    Treves risente delle imprese giornalistiche altrui (Domenica del corriere) a cui risponde con il Secolo XIX e la resistenza dell'Illustrazione italiana, Illustrazione popolare, Margherita. È una delle poche case che ripartisce gli utili anche fra gli autori – per quanto gli scrittori italiani davvero indipendenti fossero pochi (De Amicis e D'Annunzio quelli dalle tirature più alte, più facilmente piratate). Pubblica anche la Biblioteca amena, libri di viaggi (Guide) e avventure, storie lacrimevoli e sentimentali. La tendenza era a fare tirature piuttosto basse e ripeterle quando ce ne fosse la richiesta.&lt;br /&gt;    Hoepli resta libraio-editore, non fornendosi di una tipografia propria ma rivolgendosi a diverse tipografie col cambiare delle necessità. Comprende opere tecniche, di cultura, pratiche applicative (i Manuali); ovviamente anche libri per la gioventù e la Biblioteca della famiglia; inoltre pubblica opere di prestigio in tirature limitate.&lt;br /&gt;    Vallardi si occupa soprattutto di libri per bambini e sussidi allo studio, dizionari anche a dispense, opere tutte educative per tutte le età, compresi libercoli patriottici ecc. Si segnala anche per la capacità di comunicare con la classe magistrale.&lt;br /&gt; TORINO&lt;br /&gt;Attività ci sono a Genova, Como, Padova, Venezia, Bergamo ma l'unica altra città con una produzione editoriale importante è Torino, soprattutto per la scolastica con la Paravia, la Lattes (e Società internazionale per la diffusione della buona stampa, Casanova, Rosenberg &amp;amp; Sellier ecc) e la sezione dedicata della Loescher, che si occupava soprattutto di riviste di cultura letteraria ad alta specializzazione.&lt;br /&gt;    In ambito culturale si segnalano anche i Fratelli Bocca, editori di autori letterari e di scienze sociali difficilmente riedito e pure la UTET oltre a testi destinati alle università si occupa di trattazioni divulgative e scientifiche anche di grande impegno, vendute con il sistema delle dispense per abbonamento e vendite rateali.&lt;br /&gt;    Anche la STEN (Soc. Tipografico-editrice Naz.) oltre a La Stampa e La Tribuna pubblica libri di lusso illustrati, una biblioteca d'arte, opere varie fra cui testi pedagogici e storici.&lt;br /&gt;BOLOGNA&lt;br /&gt;A inizio secolo è rappresentata dalla presenza egemonica della Zanichelli che mantiene rapporti con il mondo letterario locale (erano nati con Carducci, ancora piatto forte della casa) e non, ma soprattutto si occupa di pubblicazioni di carattere scientifico. Muove i primi passi Cappelli.&lt;br /&gt;E FIRENZE&lt;br /&gt;    Le Monnier vedi prima; Barbéra cede la tipografia per allargare la produzione ma senza variare la condotta editoriale e l'attenzione alla veste tipografica del prodotto. Oltre a collane e testi di largo smercio pubblica Manuali di scienze giuridiche, sociali e politiche, una Biblioteca agraria, biografie di italiani e stranieri illustri e alcune edizioni-strenna di gran pregio sia per bambini che per adulti.&lt;br /&gt;    La Sansoni mantiene l'impegno verso la scolastica di qualità ma si occupa anche di riviste letterarie (Biblioteca storica del rinascimento, Biblioteca critica della letteratura italiana).&lt;br /&gt;    Opere di cultura pubblicano anche Seeber, Lumachi e Olschki, appassionato lui stesso di libri antichi e con una cultura del libro aristocratica: si occupa di riproduzioni in fac-simile di libri antichi e edizioni di gran pregio, ma anche di vendita antiquaria.&lt;br /&gt;    In fase di espansione è la Bemporad in questo periodo: allarga i suoi interessi nelle opere scolastiche e narrative per ragazzi (Salgari), ma anche Il Giornalino della Domenica (diretto da Vamba); pubblica Almanacchi per le famiglie e libri di cucina, investe per ampliare la rete distributiva. Ma non tutte le iniziative vanno a buon fine e deve faticare parecchio per tirarsi fuori dai debiti. Ad ogni modo le imprese in ambito scolastico della Bemporad fanno sì che le aziende fiorentine raggiungano e superino le torinesi nel numero di titoli venduti.&lt;br /&gt;    Salani si inserisce invece nell'ambito della narrativa a basso prezzo di taglio popolare, in cui venivano fatti rientrare anche scrittori di rango e qualche classico. Un buon rapporto prezzo-qualità caratterizza anche le produzioni di storia, i libretti religiosi, i copioni teatrali e le raccolte musicali.&lt;br /&gt;    Quattrini si caratterizza pure per impegno politico democratico-socialista e anticlericale con la Biblioteca educativa sociale.&lt;br /&gt;ROMA&lt;br /&gt;Al di là dell'affermazione di quotidiani (Il Messaggero, La Tribuna, Il Giornale d'Italia) a livelli non lontani da quelli milanesi, nella capitale le pubblicazioni si limitano ad avvalersi di tipografie locali ma con etichette prestigiose ed esterne. Inoltre Roma risulta interessante come mercato di spaccio (librerie o filiali).&lt;br /&gt;NAPOLI&lt;br /&gt;Il mercato è più propositivo ma resta pochissimo attivo sul piano delle produzioni in proprio a causa della difficoltà dell'emergere di una libreria-tipografia dalla massa delle affiliate all'università. Notevoli Detken e Rocholl, Morano, la Libreria di Luigi Pierro e in generale un sottobosco di piccole case che occupano le varie nicchie; nemmeno per l'editoria scolastica spicca una casa in particolare, anzi hanno il predominio le case siciliane.&lt;br /&gt;Spicca anche l'impresa di Ricciardi, che pubblica cose di rilievo sia sotto il profilo editoriale che tipografico.&lt;br /&gt;SANDRON&lt;br /&gt;Sandron si impone in campo scolastico per ampiezza e qualità di catalogo, e per efficacia della rete distributiva; in contatto con Croce, Gentile si occupa di biblioteche filosofiche, pedagogiche e letterarie, senza dimenticare i libri per ragazzi.&lt;br /&gt;CARABBA&lt;br /&gt;Carabba a Lanciano che comincia con editoria scolastica, poi edizioni saltuarie fino all'incontro con Papini a cui seguono biblioteche filosofiche d'intento divulgativo e varie biblioteche di narrativa (classici, antichi, moderni ecc).&lt;br /&gt;LATERZA&lt;br /&gt;Giuseppe e i suoi figli cominciano a Bari con una cartoleria e una libreria, per impegnarsi in una prima Piccola biblioteca di cultura moderna e pubblicazioni occasionali continuando con la Collana di studi meridionalistici (curata da Nitti) e dall'incontro con Croce, la cui supervisione culturale fu fondamentale, nascono Biblioteca di cultura moderna, Classici della filosofia moderna, Scrittori d'Italia caratterizzati dalla qualità di copertine, carta e impaginazione. Escono poi anche la rivista La Critica e le opere di Croce. Il valore economico resta sempre relativo e vengono ristampate solo le opere rispondenti allo spirito del tempo: India e buddismo antico, I grandi iniziati, guide alla vita matrimoniale e all'igiene infantile ecc.&lt;br /&gt;FORMIGGINI&lt;br /&gt;A Modena con la supervisione anche della moglie si caratterizza per lo spirito goliardico e irridente delle prime pubblicazioni, stile che caratterizza anche le collane successive, insieme all'interesse per la pedagogia, in cui la moglie era laureata. Pubblica anche i Profili di artisti ma i piatti forti sono la Rivista di filosofia e quella di pedagogia, la pubblicazione di Petronio, di Tassoni e quindi dei Classici del ridere.&lt;br /&gt;CASI PARTICOLARI&lt;br /&gt;L'Istituto Editoriale italiano che cerca di creare collane di scrittori di fattura elegante, che rispondessero alla necessità di libri belli ma non irraggiungibili come quelli di Olschki e Hoepli.&lt;br /&gt;L'Unione italiana della educazione popolare promosse una Biblioteca di coltura popolare (la Collana rossa), distribuita gratuitamente nel circuito della Federazione Italiana delle Biblioteche popolari (presieduta da Turati).&lt;br /&gt;Gli scrittori raccolti attorno a La Voce si organizzarono in forma cooperativa per pubblicare gli autori più meritevoli, inediti o imbarazzanti che un editore normale difficilmente avrebbe potuto: nei pochi anni di vita pubblica Soffici, Salvemini, Papini, Saba, Rebora, Boine, Pea, Jahier ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caratteristica tipica del periodo è l'affiliazione alle case editrici di personaggi di spicco della cultura che ne curano ben da presso le scelte editoriali (cfr Marinetti, promotore, direttore e finanziatore delle edizioni derivate dal mensile Poesia), spesso dando un'impronta filosofica precisa e combattendo con le scelte e le necessità degli editori veri e propri. È una lotta che dovrà risolversi a favore dell'una o dell'altra parte.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;1914-18&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;L'inizio della guerra ovviamente vide una diminuzione delle vendite di libri e opuscoli, non troppo sollevato dalle pubblicazioni patriottiche; inoltre, nonostante l'Italia non fosse formalmente in guerra, gli scambi con la Germania vennero immediatamente interrotti e librerie tedesche in Italia chiusero provvisoriamente.&lt;br /&gt;Editori italiani sottolinearono la necessità di rendersi indipendenti dalla produzione tedesca, soprattutto per quanto riguardava i sussidi scolastici (cartine, mappamondi...) e in effetti una risposta nelle aziende italiane ci fu: Barbéra, Paravia, l'Istituto geografico De Agostini e Treves si impegnarono rispettivamente nella proposta di nuove serie di classici latini, carte geografiche murali, nuove serie di scrittori inglesi.&lt;br /&gt;Da notare che, ovviamente, tutte le collane e le opere per bambini e ragazzi si caratterizzarono in senso decisamente nazionalista.&lt;br /&gt;Inoltre, va detto che meno vendite non significa necessariamente meno utili: le commesse militari e statali per i giornali da trincea e il materiale di propaganda arricchirono soprattutto gli istituti dotati di buoni impianti grafici, fra cui la Mondadori (vedi). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comincia in questo periodo ad avvertirsi la possibilità che attorno al libro si stesse verificando quell'aumento di attenzione chiamato da mezzo secolo, essendo più utili i libri del cinematografo per dimenticare i mali della guerra. Un esempio è il successo dei romanzi di Guido da Verona e l'impresa tentata (e fallita) da Formiggini dell'Italia che scrive, che doveva servire a mettere in comunicazione i consumatori e gli impiegati del mondo del libro.&lt;br /&gt;La prima guerra mondiale è per l'editoria italiana una data fortemente periodizzante, una cesura: finisce l'editoria artigianale e prende piede il rinnovamento e l'industrializzazione: aziende non più familiari e sempre più d'alta finanza; mette le basi l'editoria di massa, per quanto non comincerà a crescere prima degli anni '50, e un humus culturale unitario, l'identificazione nazionale, l'acculturazione di base (con i giornali di trincea). Ovviamente nel momento immediato della guerra c'è grossa crisi per i costi della carta, delle tariffe postali, dei salari...&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;1918-20&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nonostante l'aumento delle vendite le condizioni delle imprese editoriali restano difficili a causa dell'aumento del costo delle materie prime, delle tasse sulla posta, della diminuzione degli impiegati e il contemporaneo aumento dei salari. Il settore trainante resta lo scolastico sia al nord che al sud (ma dopo qualche anno il calo delle nascite si farà sentire) dato anche l'aumento degli studenti universitari.&lt;br /&gt;Al sud si segnalano Carabba, Sandron e Principato, l'ultima sotto la protezione culturale di Gentile (Giornale critico della filosofia italiana).&lt;br /&gt;La UTET insiste nel campo medico, giuridico, economico, filologico, storico-artistico con la sua rete di vendite rateali. Restano altrettanto universitarie la Francesco Vallardi e la Società Editrice Libraria. Anche la Hoepli, rientrata, si basa soprattutto su riedizioni di opere che avevano riscosso successo in precedenza e lo stesso faceva Bocca e in misura  minore Barbéra.&lt;br /&gt;Molto attiva diventa invece la Zanichelli che, oltre a un buon numero di novità che spaziano dalla letteratura alla storia alle scienze, si impegna anche nella pubblicazione dei Rerum Italicarum Scriptores ed è la prima a diffondere la Teoria speciale e generale della relatività di Einstein.&lt;br /&gt;Anche la Cappelli acquista nuovo peso con pubblicazioni di carattere più eclettico: produzioni per la gioventù, studi medici (per l'università), sociali, letteratura di guerra.&lt;br /&gt;Laterza riprende con titoli nuovi e vecchi, e una nuova collana in cui vengono pubblicate opere degli uomini di Weimar e scritti polemici.&lt;br /&gt;In questo periodo Formiggini subordina l'attività editoriale a quella del produttore di cultura con l'Istituto per la propaganda della cultura italiana, presto acquisita da Gentile come Fondazione Leonardo.&lt;br /&gt;Prezzolini rifonda l'editrice di La Voce ma presto le difficoltà sono superiori alle soddisfazioni e se ne va. Prima escono una collana di pedagogia e scritti dei più importanti autori del periodo, ma la maggior parte di questi sono editi da Attilio Vallecchi (anche Svevo, per ora ignorato) insieme a collane filosofico-politiche parallele a quanto proponeva Laterza.&lt;br /&gt;In questo periodo fa la sue breve esperienza anche Piero Gobetti, convito che l'editore dovesse rappresentare un intero movimento di idee, presto rimosso dal fascismo.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Verso il fascismo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nascono in seguito alle belle speranze del dopoguerra molte nuove case, soprattutto a Milano: VITAGLIANO , MODERNISSIMA, QUINTIERI, CASA EDITRICE ITALIA (testi narrativi e teatrali, quindicinali Novella e Comoedia ecc), FACCHI, STUDIO EDITORIALE IL CORBACCIO, casa editrice RISORGIMENTO, ALPES ecc. che in generale si impegnano in ambiti già occupati dai grossi editori, nella speranza che novità e nuovi spazi del mercato sarebbero bastati a inserirsi rapidamente e senza difficoltà.&lt;br /&gt;SONZOGNO comprende volgarizzazione scientifiche, opere enciclopediche, edizioni illustrate ma anche periodici per le famiglie e romanzi a grande tiratura, la novità del momento, insieme ai polizieschi e i romanzi d'avventure.&lt;br /&gt;TREVES sembra reggere ma è sempre più legata (indebitata) con la Banca Pisa e la presidenza finisce nelle mani di Giovanni Beltrami, poco esperto di cose d'editoria. Mantiene comunque una buona scuderia di autori (Borgese, Pirandello, Deledda e altri + ancora qualcosa di D'Annunzio).&lt;br /&gt;La CAPPELLI acquista peso ma forme di maggiore concorrenzialità si registrano un po' dappertutto, soprattutto fra Bemporad e Treves, fra Bemporad e la Baldini e Castoldi (cui viene sottratto Guido da Verona ma si salvarono con altri nuovi autori di successo). La casa di Firenze in questo periodo si appoggia decisamente alla Banca Commerciale italiana e divide nettamente il ramo editoriale da quello librario, affidato alle MESSAGGERIE ITALIANE con il nome di LIBRERIE ITALIANE RIUNITE.&lt;br /&gt;D'altra parte la partecipazione delle banche nell'editoria è fenomeno comune anche a Treves e in generale nascono nuove società dalla concorrenza di diverse editrici: Treves, Zanichelli, le Monnier, Istituto italiano d'arti grafiche e Paravia fondano la ALI come alternativa al circuito delle Messaggerie italiane, che da parte loro acquisiscono il circuito di Bocca.&lt;br /&gt;È questo il grande momento di MONDADORI che, oltre alla produzione scolastica e per ragazzi, comincia a radunare sotto di sé qualche autore importante (Pastonchi, Negri) e poi (con l'appoggio economico del senatore Borletti) man mano a sottrarli a Treves, in modo sempre meno scoperto fino a conquistare D'Annunzio e Pirandello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nasce in questo periodo il processo che farà dell'editoria un'attività “industriale” con l'ingerenza dei finanziamenti esterni. Per il momento le vendite stentano a spiccare il volo, a causa dell'inflazione che frena gli acquisti della classe borghese, primo target della narrativa ad alte tirature.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le difficoltà coinvolgono sia gli editori tradizionali, abituati a contare solo sulle loro forze, sia quelli garantiti dalle banche in modo più o meno grave: in particolare segna la fine di Treves, indebolita dalle divisioni del pacchetto azionario nella famiglia ma mette in difficoltà anche Bemporad e Mondadori, che viene rifondata con capitale sociale aumentato e si dà alla pubblicazione anche delle grandi opere.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Il fenomeno Mondadori&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nasce nel 1907 come piccolo tipografo di moduli e stampati, quindi come stampatore socialista, aumenta con commesse militari (fogli di propaganda), e inaugura le prime collane per ragazzi e opere scolastiche (distribuite da Bemporad), ma la vera attività nasce dopo la guerra nel rapporto con l'alta finanza, fa un salto di qualità (e fonda la Rinascente): gli è indispensabile l'appoggio finanziario del senatore Bolletti (consigliere della Banca di sconto).&lt;br /&gt;Quindi diventa casa editoriale di regime con un programma di ammodernamento dell'editoria italiana che trova paralleli nell'ammodernamento del paese previsto da Mussolini: considerando il libro oggetto prima di tutto e di largo consumo dà un taglio industriale all'azienda, sviluppando il dinamismo aziendale ma soprattutto l'attenzione per la produzione letteraria contemporanea.&lt;br /&gt;Evita di impegnarsi nella produzione scientifica, già occupata da Vallardi, UTET e CEDAM e investe nello scolastico e soprattutto nel settore giovanile, assorbendo il modello Treves e sorpassandone anche l'azienda; nel 1926 è il primo editore di libri di testo con l'appoggio del regime.&lt;br /&gt;Pubblica l'edizione nazionale di D'Annunzio, ricavandone grossi utili, ma non molti libri esplicitamente di politica del regime, per quanto fosse in accordo pol-cul.&lt;br /&gt;Dal 1927 investe anche il campo dei periodici comprando il Secolo e affiancandogli periodici illustrati, per donne ecc.&lt;br /&gt;Con la Repubblica Sociale Arnoldo si distacca dal regime e scappa in Svizzera; quando torna le buriane sono passate e diventa editore di centro destra e sinistra.&lt;br /&gt;Arnoldo non è del tutto appiattibile sul regime e sulla sua autarchia perché porta in Italia la cultura americana seppure criticata dal regime svecchiando la cultura italiana: Faulkner (coll. Medusa) e a livello basso le collane d'intrattenimento dei gialli, della fantascienza, dei fumetti (prendendo Topolino a Nerbini).&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;L'editoria del consenso&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Oltre all'editoria che ha come fine il profitto esiste anche l'editoria finalizzata alla formazione del consenso politico – non è un'opposizione ma è una questione di interessi prevalenti. Di questo tipo sono soprattutto l'editoria cattolica e quella socialista.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Editoria cattolica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La promulgazione del Non expedit non vieta di partecipare alla vita politica: gran quantità di libri e editori che mirano ad accrescere il consenso alla linea del pontificato negli anni di presenza delle associazioni e gruppi cattolici. Già da prima l'editoria di stampo religioso era stato un filo che attraversa tutta la produzione dal 1500 al 1900 (catechismi, agiografie, almanacchi...), ma fino alla prima metà del novecento sono piccole case editrici e tipografie legate a istituzioni locali, che pubblicano raccolte spesso scadenti sotto il profilo sia contenutistico che formale e hanno una diffusione protetta dal piccolo pubblico locale, spesso rurale e poco colto.&lt;br /&gt;A partire dal primo dopoguerra si creano grosse case editrici o collegamenti fra le editrici cattoliche che si pongono il problema dell'egemonia culturale (salesiani a Torino) in risposta alla diffusione della cultura protestante. Dalla fine dell'utilizzo della censura la Chiesa capisce che è più produttiva una proposta costruttiva che una proibitiva e distruttiva&lt;br /&gt;L'editoria cattolica tra libri e riviste (pp. 299-319)&lt;br /&gt;Un punto di svolta: la prima democrazia cristiana&lt;br /&gt;1898 viene costituita l'Unione editrice cattolica italiana in forma di società anonima.&lt;br /&gt;    Murri pensava che la parte cattolica della società mostrasse una certa inferiorità di cultura, relativamente all'inferiorità in campo editoriale che restringevano il campo di produzione e diffusione degli scritti cattolici di ogni genere. Di qui l'idea di un'associazione che raccogliesse il fiore della produzione cattolica italiana con una larga rete di cooperatori-diffusorie che si fondasse su un'autorevole direzione scientifica.&lt;br /&gt;    Il programma contemplava l'istituzione di una Biblioteca di scienze politiche e sociali, una Bibliotechina per l'istruzione popolare, una rivista illustrata per le famiglie ecc.&lt;br /&gt;1899 nasce la Società italiana cattolica di cultura per associare alla propaganda per la scienza fatta per i dotti (dalla Società scientifica del prof. Toniolo) la propaganda per la cultura rivolta a un pubblico più vasto ai fini dell'organizzazione pratica e di partito; l'attività editrice era pertanto la parte portante dell'attività della società. In breve assorbì le iniziative dell'Unione editrice e nel 1901 esce pure Il Domani d'Italia giornale cattolico nazionale di cultura e di partito. Questo tipo di produzione concepisce l'editoria come attività di cultura politicamente militante, come sistema di raccordo fra il partito e gli elettori, oltre che per diffondere la fede. Era la scoperta dell'intrinseca valenza politica della cultura, anzi della cultura come base per i partiti politici. Di questa cultura l'editoria è chiamata a essere organo di diffusione, sia l'editoria libraria che quella di tipo pubblicistico.&lt;br /&gt;Il movimento editoriale ottenne qualche successo ma venne travolto dalla crisi del movimento democratico-cristiano del 1904. La Società diventa Società nazionale di cultura, allontanandosi dalle direttive dell'autorità ecclesiastica nel senso di una relativa deconfessionalizzazione – mantiene una differenziazione fra ramo scientifico e cultural-popolare.&lt;br /&gt;Bisogna peraltro considerare che l'editoria cattolica aveva caratteristiche peculiari: una esasperata frammentazione anche territoriale, una marcata distinzione per categorie di destinatari e soprattutto una rete di diffusione protetta, estranea alla logica del libero mercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Editoria cattolica del XIX secolo:&lt;br /&gt;1.    assoluto prevalere di librai-editori,&lt;br /&gt;2.    presenza ipertrofica di settori di pubblicazioni religiose, di devozione e di pietà, cresciute in concomitanza con la diffusione dell'alfabetizzazione&lt;br /&gt;3.    attivazione di un numero crescente di biblioteche circolanti che le diffondessero&lt;br /&gt;4.    produzione strettamente destinata al clero&lt;br /&gt;5.    con la fine del secolo le pubblicazioni di contenuto o ispirazione religiosa vengono prodotte soprattutto da editori specializzati, spesso legati a istituti religiosi ➡ polverizzazione della produzione&lt;br /&gt;6.    reticolo tipografico diversa dall'impresa editoriale moderna per struttura e apparato di produzione, selezione del prodotto (criteri di ortodossia)&lt;br /&gt;l'impresa editoriale cattolica quindi supera le cattive letture più dal punto di vista quantitativo che qualitativo, ma qualche novità arriva da nuovi istituti religiosi, finalizzati all'apostolato popolare.&lt;br /&gt;L'editoria salesiana e scolastica&lt;br /&gt;I salesiani avevano come finalità l'istruzione religiosa per mezzo della stampa: l'attività tipografica può essere campo di formazione professionale e di promozione religiosa – e in effetti arrivarono a controllare tutte le fasi dalla produzione alla diffusione del materiale religioso (e poi scolastico).&lt;br /&gt;Attraverso canali privilegiati:&lt;br /&gt;1.    articolazioni territoriali della congregazione,&lt;br /&gt;2.    reti di cooperatori e corrispondenti,&lt;br /&gt;3.    apertura di librerie salesiane&lt;br /&gt;diffondono la loro produzione: fascicoli di letture cattoliche, collane di letteratura amena per ragazzi, pubblicazioni per la scuola, opere di Don Bosco, collane destinate alla scuola, POI il bollettino salesiano e i cataloghi generali delle edizioni salesiane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1908 viene fondata la Società anonima internazionale per la diffusione della buona stampa (SAID  buona stampa), che nel 1911 diventa Società Editrice Internazionale, conquistando credibilità e fette di mercato nell'editoria  scolastica – effettivamente con i salesiani la stampa cattolica assume un livello sovranazionale.&lt;br /&gt;Nel ventennio successivo decolla definitivamente l'editoria salesiana, soprattutto in campo scolastico a causa dell'arretratezza e dell'intransigenza degli editori fondamentalisti cattolici e dell'impreparazione di quelli laici. I salesiani portavano avanti un modello propositivo, non solo contrappositivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo la rivista per maestri Scuola italiana moderna riesce ad avere una forza e diffusione tali da fondare la casa editrice La Scuola.&lt;br /&gt;I periodici di cultura come centri editoriali&lt;br /&gt;In generale si riferivano a gruppi intellettuali più o meno omogenei e ristretti, ma sempre orientati.&lt;br /&gt;La Civiltà Cattolica, redatta da un collegio di scrittori appartenti alla Compagnia di Gesù (1850) e stampata a Roma con il visto della segreteria ufficiale vaticana ebbe una diffusione capillare non solo nelle biblioteche cattoliche ma anche nella rete di abbonamenti; col tempo diventa un laboratorio di idee, giudizi e anatemi.&lt;br /&gt;Sul versante opposto sta la Rassegna Nazionale, destinata a un pubblico decisamente più colto e ricco ma meno numeroso, per cui fu tenuta in vita con interventi una tantum. Era espressione della cultura cattolica liberale.&lt;br /&gt;Entrambe le riviste interagivano con il mondo più strettamente editoriale con il trasferimento o lo sviluppo in pubblicazioni autonome, anticipazione parziale di testi ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Rivista internazionale di scienze sociali e di discipline ausiliarie, organo dell'Unione cattolica per gli studi sociali fondata da Toniolo, autore poi anche della Società cattolica italiana per gli studi scientifici di cui sopra. Ma i progetti di Murri riguardo la fondazione di un partito cattolico si scontrarono con una condizione generalizzata nell'ambito della Chiesa: lo scontro disarticolante e contraddittorio sotto diversi punti di vista:&lt;br /&gt;1.    piano politico elettorale: prevalenza della linea clerico-moderata&lt;br /&gt;2.    piano associativo: distinzione fra organizzazioni di azione cattolica e movimenti politico-sindacali&lt;br /&gt;3.    piano religioso: emarginazione per via disciplinare delle tendenze moderniste&lt;br /&gt;4.    che dal canto loro non riescono a organizzarsi e si esprimono solo per antagonismi interni. La maggiore risonanza della questione modernista si ebbe sulle pagine di quotidiani e periodici laici (il Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale d'Italia, La Voce) o attraverso case editrici laiche o non dichiaratamente cattoliche.&lt;br /&gt;La nuova editoria nel primo dopoguerra&lt;br /&gt;Si nota uno sviluppo strutturale e qualitativo causato da una nuova coscienza cattolica nata in parte con la guerra. Di base il senso di una persistente inadeguatezza per contenuti e strumenti della cultura cattolica, causati dal confronto con la cultura modernista, dalla crisi politico-ideologica della prima democrazia cristiana, il confronto con le più avanzate situazioni delle culture cattoliche tedesche francesi e svizzere e infine il confronto con la cultura moderna in un momento in cui, in particolare, era particolarmente attenta e pronta a cogliere i suggerimenti e l'ispirazione da parte del mondo cattolico. Un certo influsso ebbero anche la fondazione del Partito Popolare italiano (1919) e, ovviamente, la venuta del fascismo e i diversi modi con cui il mondo cattolico reagì: in parte rifiutandolo (Sturzo, Giordani, Galati...) ma per la maggior parte accettandolo e fortificando la propria e la sua posizione fondendovisi.&lt;br /&gt;1918 nasce la Società editrice Vita e Pensiero, con alle spalle un lungo cammino di azioni e studi scientifico-sociali&lt;br /&gt;1920 la Compagnia di San Paolo &gt; Pia Opera Cardinal Ferrar, che nel 1927 acquisisce L'Avvenire d'Italia&lt;br /&gt;1921 Pia Società di San Paolo di don Giacomo Alberione, la cui editrice pubblicò successivamente una serie di giornali popolari fra cui Famiglia Cristiana (1931)&lt;br /&gt;1925 fondata la Tipografia Editrice Moricelliana, di ispirazione nettamente  più democratica e aperta rispetto a Vita e Pensiero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La breve stagione dell'editoria socialista (pp. 321-338+)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Gli anni dell'anticlericalismo sono dal 1860 al 1890.&lt;br /&gt;Nel secondo ottocento la lettura è chiaramente mezzo di elevamento culturale. Oltre ai borghesi e ai cattolici cercano di entrare in questo mercato e in questa fetta di popolo anche i socialisti, all'inizio attorno al periodico La Plebe che va dall'adesione alla comune all'internazionalismo.&lt;br /&gt;Alla fine degli anni settanta l'attività di Bignami si concretizza con la collana di Propaganda socialista e con la Biblioteca socialista italiana, dalle chiare idee in campo economico, meno chiare in campo politico-ideologico.&lt;br /&gt;1890-1910&lt;br /&gt;Gli editori di testi di indirizzo socialista sono in questo periodo sia le grandi strutture imprenditoriali (Sonzogno, Bocca, Treves, Hoepli, Sandron) che soprattutto i piccoli e piccolissimi editori a Milano:&lt;br /&gt;        Kantorowicz è fra le figure più emblematiche: la Biblioteca sociale (letteratura utopica e profetica), Teatro contemporaneo internazionale (letteratura naturalistica e sentimentale: Ibsen, Tolstoj, Turgenev...), Biblioteca Ibsen (per promuovere la lettura di autori del nord Europa).&lt;br /&gt;        Flaminio Fantuzzi: Biblioteca popolare socialista traduce autori dell'anarchismo e del socialismo europeo (a cura di Pietro Gori), Biblioteca dei lavoratori più chiaramente propagandistica ma ancora indecisa fra la scelta libertaria e quella marxista del socialismo europeo.&lt;br /&gt;A Genova invece si trova la Libreria Moderna che nasce dalla cooperativa editoriale tra Giovanni Ricci e Giovanni Lerda che fonda L'Era nuova (?) e con la Biblioteca popolare socialista riesce ad attirare anche le fasce di pubblico più raffinate con autori sia stranieri che italiani.&lt;br /&gt;A Firenze Luigi Contigli (Almanacchi socialisti, Libreria socialista popolare) e l'Elzeviriana editrice (opuscoli + Il vero monello, settimanale satirico diretto da Augusto Novelli).&lt;br /&gt;        Ma soprattutto Nerbini riesce ad allargare la rete distributiva e rende più solida la pubblicistica di materiali poveri che facessero circolare le idee socialiste e risponde alle necessità del pubblico più basso e poco abituato alla lettura accattivandolo con prodotti scandalistici, narrazioni ad effetto. Molti periodici: Garofano rosso, l'Avanti della domenica, Quo vadis?. Per arginare l'influenza della stampa illustrata borghese tra i lettori popolari. Attività cmq di eclettismo per interessare il pubblico più che per indottrinarlo. Collane di impegno politico-culturale (Biblioteca educativa sociale, Letture moderne sociali, Saggi di filosofia sociale, Teatro socialista... che usano la narrativa ottocentesca per acculturare il popolo sulla propria condizione: Zola, Hugo, Dickens, Tolstoj...) si alternano a collane che seguono mode editoriali e interessi commerciali e Nerbini è talmente criticato che gli viene sottratta la pubblicazione dell'Avanti!.&lt;br /&gt;PSI&lt;br /&gt;Con la nascita del PSI crescono le necessità e le richieste per le “buone letture” ma il partito decide di non creare una sezione centrale per la stampa ma coordinare le attività editoriali dei gruppi di periodici locali, raccogliere presso la Libreria Centrale le pubblicazioni più importanti (già nella Libreria del settimanale Lotta di classe) e affidare all'Agenzia libraria giornalistica di Milano le edizioni a basso costo.&lt;br /&gt;Importante la Biblioteca di propaganda della rivista Critica sociale, che si affermò come strumento essenziale nella formazione della coscienza socialista e nella trasmissione di riferimenti ideali comuni alla cerchia dei costruttori dell'identità politica.&lt;br /&gt;Dopo la Libreria centrale presero importanza le biblioteche dell'Avanti! e la Libreria socialista italiana, il cui lavoro fu il primo progetto organico di pubblicazioni idonee alla formazione di una coscienza socialista: 300 titoli e numerose collane, autori in molte lingue, Monografie sociologiche e Opere letterarie che comprendevano Zola, Tolstoj, Dostoevski, Turgenev, De Valera, De Amicis ecc. Economicamente dura poco e viene rilevata da Mongini che da cassiere del partito si era fatto un nome con la pubblicazione di scritti di patriarchi (Marx, Engels...) e ha successo grazie al sostegno della distribuzione del PSI: l'offerta si amplia molto (200 titoli) anche in seguito alle nuove esigenze (antimilitarismo, educazione al voto...) e quindi al mutato clima politico, che influenza (per contrasto o assimilazione) con pulsioni idealistiche e nazionalistiche.&lt;br /&gt;Oltre a queste figure di rilievo bisogna considerare che le voci del socialismo (e quindi i testi che le esprimevano) erano molteplici e molto differenziate fra loro, dal marxismo al massimalismo fino ad accenti messianici ed evangelici che facevano emergere scritti di “profeti” e “precursori”e che facevano leggere in questo senso anche Zola e altri scrittori simili.&lt;br /&gt;Da un quadro così disomogeneo ne emerge che il primo interesse del partito fu far innamorare dei libri il proletariato, a prescindere di quali libri si trattasse, senza grosse speranze nelle campagne ma nelle città con leghe per l'educazione primaria prima e poi con biblioteche popolari, Società umanitarie sia promosse dal partito, ma soprattutto neutre, apolitiche. In effetti ebbe un certo successo, soprattutto sul piano della formazione di un comune riferimento ideale, dai diari degli operai e dei dirigenti socialisti emerge che gli orientamenti politici derivavano più dalla narrativa che dalla lettura del capitale &amp;amp; similia. Purtroppo sono edizioni malissimo curate, in cui i testi erano trattate senza alcun rispetto (tagli, intromissioni, patetismo...); ma è così che si diffonde il libro come mezzo di riscatto sociale e come progetto condiviso. Le liste delle biblioteche circolanti mostrano che si leggeva molta più narrativa che testi di dottrina politica e divulgazione.&lt;br /&gt;Dal PSI al PCD (1911-26)&lt;br /&gt;La situazione in Europa non è uniforme (c'è chi ha un'editrice, c'è chi no) e in Italia con la guerra di Libia il PSI si assume una specifica attività editoriale: Società editrice socialista Avanti! presieduta da Turati. All'inizio spingono sulla distribuzione commerciale (rivendite presso associazioni partitiche ed economiche sul territorio nazionale) e sui periodici quindi collane di carattere politico-sociale e propagandistico e più in generale gradevoli al pubblico letterario, ma c'è spazio anche per la propaganda elementare, soprattutto negli anni prebellici, mentre negli anni del dopoguerra si separa nettamente dalle influenze comuniste. Cambiano i titoli della letteratura (da De Amicis, De Valera, Zola, Tolstoj, Gorkij, Hugo, Balzac a Papini, Wilde, Barbusse, Rolland, Latzko) e teatrali (da  Gorkij,  Hugo, Shakespeare e Ibsen a titoli meglio selezionati sul piano del contenuto nel senso della tradizione democratica). Un principio sostenuto fin dall'inizio dalla Società editrice socialista Avanti! era di non tutelare il diritto d'autore.&lt;br /&gt;Dagli anni '20 si cominciano a pubblicare (in ritardo secondo Gramsci) i testi della III Internazionale e della rivoluzione russa (Problemi della Rivoluzione, Documenti della Rivoluzione e Atti della Rivoluzione), dal '21 a Roma viene fondata una Libreria editrice comunista, ma i tempi politici si fecero più stringenti e uscirono la Biblioteca dell'Internazionale comunista, la Piccola biblioteca dell'Internazionale comunista, oltre alla nascita di editrici piccole attorno a sezioni di partito o periodici, tipografie locali.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;Gli anni del Fascismo&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;Modernizzazione autoritaria della società. Industrializzazione dell'editoria generalizzata a tutto il mondo nel periodo fra le due guerre mondiali, che implica criteri di produzione ed esperienze rivolte a un potenziale mercato di massa.&lt;br /&gt;Durante il ventennio si impongono i nuovi mezzi di comunicazione: cinema, radio, grammofono, telefono, pubblicità. Il libro e la stampa diventano una delle tante forme di consumo culturale urbanizzato, si muovono verso la creazione di nuovi pubblici.&lt;br /&gt;Impatto con la dittatura&lt;br /&gt;Si crea una relazione originale fra l'editoria privata e lo stato fascista che elimina del tutto la libertà d'espressione limitandosi a favorire imprese e aziende inquadrate con normali forme di sostegno statale (sgravi fiscali, facilitazioni finanziarie e nelle spedizioni postali, nel costo della carta), distribuzione editoriale interna ed estera, distribuzione dei libri di testo e organizzazione delle rappresentanze delle categorie. D'altra parte gli editori stessi si allineano molto velocemente al potere e ai nuovi ideali, eccetto la casa editrice di Gobetti e quella di Dall'Oglio (Corbaccio), che comunque dal gennaio 1925 è costretta ad uniformarsi.&lt;br /&gt;La diffusione del libro fascista è sostenuta dallo stato anche con mostre (a Buenos Aires, New York, San Francisco 1927-9) e fiere e congressi (Congresso mondiale delle biblioteche e di bibliografia 1929, Fiera internazionale del libro dal 1922).&lt;br /&gt;In generale le imprese vengono ristrutturate inserendo negli organi di controllo uomini del PNF e rapidamente l'Istituto Nazionale Fascista di Cultura ingloba e coordina tutti gli enti culturali di carattere locale (Accademia d'Italia 1926, Direzione generale delle accademie e biblioteche, SIAE, Associazione Editori e Librai Italiani), nasce la Federazione Nazionale Fascista dell'industria editoriale, che si sposta da Milano a Roma con la direzione di Ciarlantini, deputato e membro del Gran Consiglio del fascismo; è lui che ha l'idea di trattare il libro come una qualunque altra merce e mette l'AEI a disposizione del partito con la Federazione nazionale fascista editori, organo periferico dello stato con il dovere di collaborare con il potere centrale.&lt;br /&gt;Il fascismo si sforza di razionalizzare il mercato in senso centralizzato e controllabile ovviamente e separa le rappresentanze di librai ed editori, avvicinandoli piuttosto ai tipografi. È il momento di maggiore crescita delle Messagerie Italiane dei fratelli Calabi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La crisi del libro (che periodicamente colpisce l'editoria italiana) ha le sue punte ovviamente nel periodo dopo la guerra e cede il passo a una crescita soprattutto a partire dal 1933.&lt;br /&gt;Anche in questo periodo, e in parte per volere dello stesso stato, le zone di maggiore importanza dal punto di vista editoriale sono la Lombardia (Milano), il Piemonte (Torino) e il lazio (Roma); Firenze invece è in netta crisi in parte per impreparazione industriale: è una produzione ancora artigianale, arretrata dal punto di vista dei macchinari, a gestione familiare e dalle scarse capacità di investimento.&lt;br /&gt;Inoltre viene duramente danneggiata dalla decisione (1928) di adottare un libro unico nelle scuole elementari. La mediazione di Ciarlantini ottiene che la produzione e la distribuzione del libro sia affidata alle imprese locali, secondo le possibilità di ciascuno, ma questo non impedisce gravi scompensi in Bemporad e altre imprese fiorentine che cedono definitivamente il passo alle torinesi (SEI, Paravia, Editoriale libraria) e in generale alle imprese nuove come la Mondadori, che raddoppia il suo fatturato nel giro di tre anni.&lt;br /&gt;Gli anni venti&lt;br /&gt;Sono caratterizzati dall'opposizione fra adesione al regime della maggioranza e tacito dissenso della minoranza, spesso quella acculturata.&lt;br /&gt;In generale si nota un'inedita presenza dell'editoria cattolica nella cultura medio-alta sul piano nazionale.&lt;br /&gt;A partire dal 1928 il Provveditorato dello Stato si occupa di distribuire incarichi culturali anche oltre i testi per la scuola: all'inizio gli editori si rivoltano, poi accettano vedendo che ne viene un po' a tutti: le imprese vengono selezionate in base al loro peso reale e politico.&lt;br /&gt;Dal punto di vista della politica bibliotecaria l'Italia si arricchisce: vengono acquistati molti nuovi libri per le biblioteche governative e viene allargato il numero di quelle popolari.&lt;br /&gt;Gli intellettuali acquistano in questo quadro un peso diverso: o si privano della loro capacità di confronto ideologico oppure alimentano il piccolo, tacito dissenso che sembra l'unico ruolo possibile per la cultura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si consolida il primato di Milano ma perde importanza Treves a favore prima di tutti di Mondadori (vedi su), affiancato da alcune nuove aziente: Bompiani (da una costola di Mondadori e per la diffusione della letteratura contemporanea) e Rizzoli sui periodici di consumo. Sonzogno si concentra sull'editoria per ragazzi e sulla narrativa di non alta elezione (gialli, classici, collane divulgative). In generale si registra l'adesione al regime anche nel muto cambiamento di rotta di Dall'Oglio, che smette di produrre testi troppo esplicitamente politici. Per l'editoria cattolica nb Vita e pensiero e Moricelliana.&lt;br /&gt;In Piemonte sono in cirsi i Fratelli Bocca mentre cresce il settore scolastico: De Agostini, Paravia, Lattes, UTET, fra cui molte cattoliche: SEI, Marietti, Lega Italia Cattolica Editrice, Editrice San Paolo di Alba.&lt;br /&gt;A Firenze sono in difficoltà molte case editrici (Barbèra e Sansoni), mentre altre prosperano: Bemporad passa dallo scolastico e dai romanzi per ragazzi a testi storici e poi nettamente politici (fascisti); Vallecchi è la più vicina al fascismo grazie agli impianti tipografici, ma si dà anche molto da fare per promuovere i nuovi autori italiani e la filosofia dell'idealismo militante, appoggiata da Gentile e salvata dal dissesto economico dall'IRI. Gentile appoggia anche Le Monnier, che si occupa di studi storici in chiave nazionalista. Olschki e Salani continuano nella produzione di libri di pregio e nella divulgazione letteraria rispettivamente. Nerbini passa dalla letteratura impegnata a quella commerciale e ai giornalini per ragazzi.&lt;br /&gt;A Bologna Zanichelli e Cappelli imperversano coi sussidi statali. A Napoli la Ricciardi è in crisi.&lt;br /&gt;A Palermo la Sandron è la principale editrice sicula con opere letterarie latine e greche e collane di Scienze sociali e politiche, mentre Giannotta si occupa solo di opere sicule e Principato di temi storico-politici.&lt;br /&gt;Laterza è l'unico editore indipendente al sud, fra i pochissimi in Italia, e solo grazie alla protezione di Croce. Dà spazio a molti intellettuali non allineati e in generale si limita, come tutti, al tacito dissenso.&lt;br /&gt;Altre aziende in tacito dissenso sono La Nuova Italia (Codignola), la Slavia (Polledro), Frassinelli (Antonicelli) e Corticelli (Morandi), tutte piccole e legate a singole figure di intellettuali.&lt;br /&gt;Anche Formiggini, a Roma, fa una certa resistenza (piuttosto assimilabile con la distanza che passa fra letteratura e vita) e si scontra con Gentile. Per il resto inedito peso editoriale acquista Roma, sede di tutto e che vede crescere Treccani, La libreria dello stato, Tumminelli (letteratura di propaganda), Berlutti.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Gli anni '30&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Dinamica pubblico-privato inedito per le ingerenze e finanziamenti delle istituzioni negli affari delle case editrici (Ist. Fasc. di cultura pubblica con Treves la Biblioteca di cultura politica ecc).&lt;br /&gt;Nuovi sistemi promozionali: vendita rateale per corrispondenza, diffusione dei club della lettura e del libro, promozione radiofonica, vendita nelle edicole. Resta il problema dell'alfabetizzazione: media 20% con analfabetismo al 5-6% N, 19% C, 48% S.&lt;br /&gt;Notevole dinamismo editoriale e disomogeneità fra le varie aree.&lt;br /&gt;Ampliamento dei generi editoriali soprattutto narrativi in relazione a nuovi pubblici e nuovi gruppi sociali emergenti (insegnanti, militari, commercianti, impiegati, professionisti, bambini e donne), il libro si riferisce ad un ipotetico lettore medio: gialli, fumetti, fantascienza, romanzi rosa... a volte sono gli stessi autori e gli stessi tagli editoriali delle collane di un secolo prima, ma vengono presentati con sistemi promozionali nuovi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sistema di censura indiretto e differenziato: pressione su singoli editori, veline, preferenze per i rapporti politici, interventi singoli. La censura più aspra dalla fine degli anni '30, ma fino ad allora possono ancora lavorare intellettuali non allineati anche in Mondadori e in Sansoni.&lt;br /&gt;È un periodo controverso dal punto di vista culturale in tutta Europa e particolarmente in Italia il regime si dibatte fra repressione e tolleranza (del futurismo, per esempio, o di Pirandello) ma mantiene il paese in uno stato di provincialità. È il periodo in cui muta la cultura di riferimento da francese a americana, periodo con un forte blocco reazionario al potere e spinte innovatrici che seminano per il futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(2) L'intervento degli intellettuali nella direzione e nelle scelte delle case editrici amplia gli orizzonti culturali delle pubblicazioni, che si allargano all'Europa: è il grande periodo delle traduzioni (Frassinelli, Einaudi, Mondadori, Sansoni, Corbaccio, Treves, Sonzogno, Bompiani, Slavia, Baldini e Castoldi, Sperling &amp;amp; Kupfer, Alpes….), anche per i costi relativamente bassi dei diritti d'autore.&lt;br /&gt;Nell'ambito della nuova importanza degli intellettuali e delle istituzioni nelle scelte delle case editrici rientra l'importanza enorme che riveste la figura di Gentile in questo periodo: è a capo di numerosi istituti di cultura di vario genere (INFC, la SNS, la Scuola di filosofia dell'Università di Roma ecc), possiede la Sansoni, ha partecipazioni nella Le Monnier e nella Bemporad, collabora con Olschki e con tutte le principali case editrici.&lt;br /&gt;Condizionante la presenza politica ma anche finanziaria dell'organizzazione statale: molte c.e. Vengono salvate da interventi dell'IRI e questo causa una generale omologazione alle idee politiche dominanti. Poi ci sono le imprese editoriali ideate e finanziate dallo stato come l’Istituto dell’Enciclopedia italiana (progetto culturale di Gentile) che sarebbe servita a costruire l’identità nazionale insieme al Dizionario biografico e al Lessico italiano a cui vengono chiamati a collaborare molti intellettuali anche non schierati (il progetto era di Formiggini).&lt;br /&gt;Particolarmente dopo la proclamazione dell'impero è il momento di maggiore adesione al regime delle case editrici, con un gran numero di pubblicazioni diverse e la corsa delle c.e. ad assicurarsi le memorie di Badoglio e Graziani; in questo momento anche le c.e. più lontane ideologicamente mostrano un atteggiamento cauto e prudente (Barion di Milano, Dall'Oglio, La Nuova Italia e Guida di Napoli), per lo meno ambiguo con cataloghi misti di testi antifascisti e non. Anche Laterza, tradizionalmente non fascista, tiene fuori dalla sua produzione i comunisti e cerca di restare aperta all'Europa in modo critico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Momento in cui prendono particolare importanza anche i temi religiosi (particolarmente in Einaudi, Laterza e Guanda) e le nuove c.e. cattoliche: Civiltà cattolica, Studium, Vita e pensiero (Mi), Sei, Marietti (To) che cercano di rispondere alla crisi della civiltà con la fede cattolica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Milano si conferma capitale dell'editoria di consumo grazie alla nuova produzione di Mondadori e Rizzoli di periodici, mentre Treves è in crisi definitiva, Sonzogno boccheggia e Hoepli si cimenta in letteratura per ragazzi, scolastica e periodici.&lt;br /&gt;Torino si conferma negli interessi per la scolastica e le opere divulgative: UTET e Paravia, che si occupa di diffusione della cultura in Tripolitania, Cirenaica, Somalia, Albania e America Latina (legami con le gerarchie fasciste).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'editoria di cultura le case editrici legate al positivismo (Bocca, Sandron) non resistono al nuovo idealismo e l'egemonia culturale (e della poesia) passa a Firenze (dominata dalla presenza di Gentile). Bemporad e Barbéra sopravvivono solo grazie agli aiuti statali mentre Vallecchi prosegue nella valorizzazione nazionalista della letteratura italiana d'avanguardia insieme alla meno nazionalista Parenti;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guanda propone da un'altra ottica delle risposte alla crisi di civiltà insieme a un quadro di scrittori internazionali di ampio respiro ed interesse, l'unica in Italia con Einaudi e Laterza.&lt;br /&gt;Einaudi nasce nel 1933 e, oltre le collane economiche volute dal padre, pubblica e fa lavorare un gran numero di scrittori non allineati – infatti prima del dopoguerra pubblica pochissimo ma imposta tutte le collane che le daranno fortuna.&lt;br /&gt;Si caratterizzano invece come editrici di regime quelle effimere nate a Roma in quel periodo: Edizioni Roma, Lentini, Edizioni Augustee, L'Urbe con la finalità di sostenere e diffondere i valori costitutivi della cultura fascista.&lt;br /&gt;Ci sono poi le c.e. che collaborano con regime senza condividere profondamente i suoi valori, ma non è tanto importante quantificare i testi di evidente contenuto propagandistico quanto gli effettivi rapporti di potere: Bemporad, Salani, SEI, Lattes (per bambini e ragazzi), Hoepli (che si salva pubblicando l’Opera omnia di Mussolini), Mondadori, Paravia, Treves.&lt;br /&gt;Verso la guerra&lt;br /&gt;L'industrializzazione tende a superare la separazione fra pubblico colto e popolare. Ma il mercato resta diviso e differenziato fra nord, centro e sud.&lt;br /&gt;Cresce il settore letterario e i periodici mensili (religione, politica, fascismo, tecnologia, industria), ma resta alta anche la produzione di saggistica di scienze umane e politiche, mentre diminuiscono le pubblicazioni tecniche. I dati non sono precisi, ma all'industrializzazione della produzione non sembra ci sia un innalzamento esagerato dei consumi, né della stampa periodica né nell'utilizzo delle biblioteche pubbliche, ma piuttosto nel consumo privato, particolarmente di letteratura d'evasione.&lt;br /&gt;L'editoria italiana sembra modernizzarsi attraverso un rinnovamento dell'offerta, un aumento delle tirature e soprattutto un processo di concentrazione dei capitali in poche aziende: Mondadori innanzitutto che cavalca l'onda della sua abilità e della nuova pubblicità negando che ci sia una crisi del libro in Italia.&lt;br /&gt;Al contrario le altre aziende non stanno tanto bene e il mondo del libro si mobilita: Convegno (1937) a Firenze promosso dal MinCulPop che costituisce una Commissione Permanente per la diffusione del libro, altri incontri a Macerata (bibliotecari) e Bologna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 1938 si inasprisce la censura: commissione per la “bonifica dei libri” che controlla tutti i testi stranieri e elimina dai cataloghi gli scrittori ebrei (lettere inviate agli editori perché “controllino” i loro collaboratori e cataloghi conservate in L’elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei); dal 1941 la bonifica elimina anche gialli e fumetti. Varie aziende subiscono confische di libri e alcuni collaboratori vengono incarcerati, altre devono cambiare nome: Olschki &gt; Bibliopolis, Lattes &gt; ELIT, Bemporad &gt; Marzocco ecc. Formiggini si suicida per protesta contro le leggi razziali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine degli anni '30 si fanno sentire le prime lamentele e le polemiche degli editori per la troppo poca attenzione dello stato nei loro confronti e le troppo scarse commesse statali.&lt;br /&gt;Inoltre la scelta del libro di testo unico per la scuola elementare (irreggimentare la popolazione inculcando fin da piccoli i valori fascisti) riduce in grosse difficoltà alcune c.e. che si occupavano esclusivamente di scolastica alterando fortemente il mercato e avvicinandolo al monopolio: sopravvivono poche case editrici&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allo scoppio della guerra sono S.p.A. 24 aziende editoriali: Mondadori in testa poi UTET quindi Garzanti Rizzoli e Paravia, solo dal 10° posto le editrici fiorentine. Vallecchi diventa presidente della Federazione degli editori.&lt;br /&gt;Con l’ingresso in guerra il quadro resta piuttosto vivace e le aziende sembrano reggere bene, in particolare Mondadori, che rilancia Verga e la Sansoni e LeMonnier; più in difficoltà La Nuova Italia.&lt;br /&gt;È il momento delle collane universali tascabili già provate da Mondadori e Dell’Oglio, mentre altre editrici rimettono in circolazione i classici della letteratura, storia e filosofia italiana per rafforzare le radici del paese.&lt;br /&gt;Con l’avvicinamento ai tedeschi dal partito arrivano normative grottesche sulle restrizioni per gialli e simili: l’assassino non può essere italiano, non esiste il suicidio (corrette anche opere importanti come Anna Karenina), Topolino si chiama Toffolino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con l’inasprirsi dello scontro naturalmente scendono e poi crolla la produzione libraria, mentre resta abbastanza stabile quella di periodici. La guerra danneggia gli archivi Sonzogno e Hoepli e uccide tutta la vecchia generazione, che aveva però preparato il ricambio.&lt;br /&gt;Dal punto di vista culturale si fanno risentire preoccupazioni positivistiche, ma soprattutto i filoni spiritualeggianti e cattolici. Ma in generale l’editoria cattolica non si segnala per particolare attivismo.&lt;br /&gt;Dall’Oglio e Einaudi sono presto costretti all’esilio in Svizzera per l’inasprirsi del clima politico e perché mostrano più scopertamente i loro interessi politici. Ovviamente problemi quando le c.e. del nord restano isolate dalle filiali romane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-7236998847939681281?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/7236998847939681281/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=7236998847939681281' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/7236998847939681281'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/7236998847939681281'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/05/leditoria-italiana-nel-primo-novecento.html' title='L&apos;editoria italiana nel primo novecento'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-5470075045336227893</id><published>2008-05-03T00:54:00.000-07:00</published><updated>2008-05-03T00:58:19.957-07:00</updated><title type='text'>L'editoria italiana nell'ottocento</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;L'editoria italiana fra l'Ottocento e il Duemila&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Nell'ottocento si creano in Italia le condizioni per passare dall'editoria d'Ancien Regime tipographique, che aveva ancora le caratteristiche di corporatività e artigianalità impostate al tempo di Gutenberg, alla moderna editoria industriale, sebbene un po' malata e segnata dai caratteri di uno sviluppo industriale lento.&lt;br /&gt;A cavallo del secolo&lt;br /&gt;Durante il periodo della rivoluzione francese (e in particolare sotto il regime napoleonico) l'influsso culturale della rivoluzione e dell'impero si fanno sentire anche nella realtà italiana.&lt;br /&gt;L'industria tipografica muta soprattutto in relazione a:&lt;br /&gt;~    l'abolizione della censura preventiva: diffusa dalle armate di Napoleone come linea di principio della Costituzione francese del 1791, ma nei fatti si realizza in forme di controllo dei principali diffusori di princìpi e opinioni diverse dal regime: i giornali innanzitutto; nasce quindi la Direzione generale della stampa e della libreria.&lt;br /&gt;~    l'istruzione elementare obbligatoria (e ovviamente gratuita), che non era mai stata presa in considerazione dai governi preunitari eccetto nel Lombardo-Veneto di Maria Teresa d'Austria, con gigantesche conseguenze sul mercato dei libri che diventa di massa. L'iniziativa napoleonica diffonde ovunque l'obbligo tranne che in Sicilia e per un breve periodo, ma la situazione resta comunque molto differenziata con la Toscana e il Piemonte che arrancano dietro il Lombardo-Veneto, irraggiungibili dal Mezzogiorno.&lt;br /&gt;~    l'abolizione delle corporazioni e il rafforzamento del libero mercato: Napoleone liberalizza l'accesso al mestiere ma con un il decreto del 1810 riduce il numero delle stamperie a quelle capaci di competere sul mercato (forti per dotazione tecnologica e capitale finanziario e risarcisce le altre), condizione per la crescita della competizione. Le piccole botteghe sono inoltre potenzialmente sovversive e/o potenzialmente ricattabili, quelle grosse si controllano meglio; inoltre finanzia iniziative editoriali e operazioni di aiuto e consolidamento dei grossi stabilimenti. Si preoccupa anche di togliere ogni tipo di privilegio alle Stamperie governative.  Il risultato è che l'attività editoriale si concentra a Torino, Milano, Firenze, Roma Napoli e Bologna, mentre muoiono Genova e Venezia. Resistono anche alcune piccole aziende decentrate (Prato, Macerata, Bassano del Grappa) che stampano soprattutto opere tradizionalmente di largo consumo: vite dei santi e dei reali, libretti religiosi, lunari e almanacchi.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La nuova figura dell'editore (pp.55-76)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Gli anni fra il 1780 e il 1830 fenomeni analoghi si rincorrono in tutta Europa:&lt;br /&gt;•    abolizione delle strutture corporative&lt;br /&gt;•    abolizione (e poi ripristino) della censura repressiva&lt;br /&gt;•    veloce ampliamento del pubblico dei lettori&lt;br /&gt;•    innovazione tecnologica&lt;br /&gt;•    riorganizzazione dei mercati su scala nazionale&lt;br /&gt;contemporaneamente però restano&lt;br /&gt;    il carattere artigianale delle botteghe&lt;br /&gt;    la funzione editoriale dei librai&lt;br /&gt;    la struttura generale del torchio a mano&lt;br /&gt;    l'assenza di protezioni giuridiche per la proprietà intellettuale&lt;br /&gt;Solo con il biennio 1830-40 si può cominciare a parlare di seconda rivoluzione del libro, dettata da:&lt;br /&gt;⇒    meccanizzazione dei processi produttivi&lt;br /&gt;⇒    crescita esponenziale del pubblico&lt;br /&gt;⇒    attenzione degli editori verso prodotti di più largo consumo&lt;br /&gt;⇒    nascita di una figura di editore svincolato dalla libreria e dalla tipografia&lt;br /&gt;⇒    chiusura dell'orizzonte dell'editore all'interno dell'ambito statale rispetto al respiro europeo che aveva prima, a causa delle motivazioni di cui sopra&lt;br /&gt;In Italia questi stravolgimenti si fanno sentire anche nel riassestamento degli equilibri geografici del paese con Venezia che cede decisamente il posto a Milano e Torino.&lt;br /&gt;Qualcuno tenta la via dell'industrializzazione (i Ramondini da Bassano), altri (il conte Pepoli e A. F. Stella) costituiscono aziende editoriali ambiziose che sperimentano le prime biblioteche a uscita periodica per sottoscrizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La figura stessa dell'editore resta ambigua e indeterminata.&lt;br /&gt;Notevole l'impegno di BETTONI nel rinnovamento tecnologico (il torchio a rullo) e nella ricerca di prodotti editoriali ad alta tiratura.&lt;br /&gt;Al contrario STELLA si caratterizza per maggiore qualità nell'impegno editoriale ma anche per la cautela del mercante, che gli consente di attraversare gli alti e i bassi del secolo senza rovinarsi.&lt;br /&gt;Altro esempio tipico del secolo è VIESSEUX, che aveva un'ottica più progredita e lungimirante (le biblioteche per il popolo, la necessità di diffondere l'abitudine alla lettura) in un paese con pochissimi lettori e molti scrittori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con gli anni '30-40 si costituisce anche agli occhi della società la figura dell'editore come imprenditore,  colui che stampa o fa stampare a proprie spese le opere altrui distinto dal libraio e dallo stampatore: era un intermediario che si occupava di politica editoriale, che si riuniva con i suoi funzionari in un ufficio, separato e inessenziale alla bottega, che doveva mediare fra i gusti del pubblico e le volontà degli autori tramite il suo gusto. Con il passare del tempo questa figura si rafforzò (anche grazie alla Convenzione Austro-sarda del '40) fin troppo, dato che venne accusata di seguire esclusivamente l'interesse delle proprie tasche ed non produrre le opere di genio aperte a tutti di cui il paese aveva bisogno. Polemica fra POMBA (che difende gli editori e accusa i librai), TENCO (che se la prende esclusivamente con gli editori) e VIESSEUX.&lt;br /&gt;In effetti editori tipici di questo periodo sono LE MONNIER, autore di pregevole edizioni ma che non disdegnava un po' di pirateria ogni tanto e LONGO, il quale invece aprì diverse tipografie in cui stampava per conto d'altri e per sua iniziativa.&lt;br /&gt;POMBA invece rappresenta il passaggio dall'antico regime (proviene da una famiglia di stampatori di lontana tradizione) e porta la sua impresa nel nuovo con attenzione alle innovazioni tecnologiche (stampatrice a cilindro Cowper) e soprattutto ai nuovi mercati, a cui arrivò con la Biblioteca popolare, distribuita attraverso le poste. Inoltre era convinto che oltre a stamparli i libri andavano letti, convinzione che condivideva con Barbéra, anche lui convinto che il suo mestiere era più che un traffico.&lt;br /&gt;Lettori e luoghi della lettura (pp. 77-112)&lt;br /&gt;La generazione del '770 oscilla fra amare considerazioni sulla società italiana (ripiombata nelle tenebre dell'ignoranza dopo il 1815) e la convinzione di trovarsi alla vigilia di una benigna e generalissima rivoluzione.&lt;br /&gt;In realtà il patrimonio librario (oltre che, ovviamente, di monumenti, chiese, quadri, statue ecc...) in Italia era già nel settecento amplissimo e abbastanza organizzato: biblioteche private, regie o monastiche arricchiscono  enormemente il patrimonio culturale della penisola, sebbene l'accesso soprattutto ai libri risulti spesso difficoltoso, e lo stato di conservazione molto relativo; soprattutto pesa su questi istituti di cultura la tradizione antica, che spesso frena l'apertura agli sviluppi moderni e agli aggiornamenti bibliografici.&lt;br /&gt;Nel periodo dal 1748 alla fine del secolo i luoghi della cultura vivono un momento di floridezza e nuove nascite (librai, caffè, gabinetti di lettura), un generale rinnovamento ed espansione di occasioni, modalità e oggetti della lettura, diffusi abbastanza uniformemente sul territorio (pre)nazionale. Lo sviluppo resta comunque troppo legato al modello francese e non crea una base di lettori abbastanza ampia e forte da resistere agli stravolgimenti politici e culturali, e da liberarsi del fardello della tradizione culturale. Le società letterarie nate a Firenze, Venezia e Padova fanno sforzi embrionali in questo senso.&lt;br /&gt;Con l'arrivo delle armate napoleoniche gran parte delle proprietà anche librarie italiane viene accuratamente esplorato (ed eventualmente asportato), ma si dà anche impulso a due movimenti fondamentali: l'incameramento dei beni degli ordini religiosi soppressi (con il problema di dove mettere i libri e le opere d'arte confiscate) e l'impulso all'istruzione pubblica, nonostante le difficoltà e la capillare presenza e controllo del mondo ecclesiastico. Grazie all'impulso francese muta il modo di concepire la lettura, che diventa bildung necessaria, passaggio imprescindibile per la mobilità sociale, tant'è che il controllo della lettura di massa diventa tema importante della cultura della Restaurazione.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Il Gabinetto Viesseux&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il Gabinetto nasce (1819) con caratteristiche simili a quelli già esistenti (Gabinetto di lettura privato), ma con un respiro molto più ampio, più profondamente radicato in Europa; Viesseux infatti intende fondare un'impresa economicamente redditizia, oltre che culturalmente fondata.&lt;br /&gt;Si paga per iscriversi, per leggere e prendere in prestito libri e un numero gigantesco di giornali anche stranieri; il Gabinetto acquisisce presto una dimensione europea e diventa il centro di una rete distributiva estremamente ampia, fuori norma rispetto alla Toscana. Dai fondi che questa attività assicura vengono promosse diverse iniziative editoriali (l'Antologia, l'Archivio storico italiano) e un salotto intellettuale a cui ha accesso chiunque venga invitato espressamente da Vieusseux (Manzoni e Leopardi).&lt;br /&gt;Nel giro di due anni il Gabinetto si dota di una biblioteca circolante, oltre che fornire abbonamenti e acquisti di libri e allarga molto la sua offerta sia di generi che di prodotti diversi, secondo la sensibilità romantica (narrativa, saggistica ecc).&lt;br /&gt;Il suo impegno si rivolge anche (ma con minori risultati) al pubblico meno colto, convinto che sia una necessità abituare alla lettura il numero maggiore possibile di persone: pubblica almanacchi simili ai lunari tradizionali, la cui diffusione non viene però intaccata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La multiforme offerta del Gabinetto è unificata dal motore economico, e dall'organizzazione culturale coordinata dall'adesione di Viesseux alle principali battaglie di modernizzazione culturale, economica e politica del paese, che a loro volta gli garantiscono la frequentazione del Gabinetto da parte della migliore cultura toscana e nazionale. D'altra parte l'iniziativa privata va a coprire i vuoti lasciati da quella pubblica, consapevolmente inesistente e anzi spaventata dall'associazionismo culturale, e a mettere in raccordo le società intellettuali con il mondo del libro (lettura/circolazione delle idee).&lt;br /&gt;La volontà di far circolare le edizioni e le idee che circolavano suscita la necessità e la richiesta di poter far circolare liberamente le stampe in Italia e di limitare e punire le copie pirata. Vieusseux non richiede soluzioni personali ma è profondamente convinto della necessità di questi sviluppi per la società culturale italiana: è convinto che dalla libera circolazione delle idee debba nascere un ceto intellettuale che vive del proprio lavoro, venduto nel mercato italiano (è uno dei pochi che retribuisce con regolarità il lavoro degli autori).&lt;br /&gt;Il successo di quest'operazione economico-culturale è testimoniato dalla differenziazione e dalla quantità dei sottoscrittori (700 il primo anno) ma è sostenuto dalla disponibilità ad accondiscendere alle necessità del pubblico moderno: l'incontro del sabato, svincolato dalla quota associativa e a cui aveva accesso chiunque fosse stato invitato espressamente dal Viesseux raccoglieva gli uomini professanti liberalismo, poco curati dalla politica della Restaurazione, tesa a separare nettamente popolo ignorante e signori dotti. Il numero di iscritti aumenta nei momenti di maggiore progettualità politico-culturale e minore attenzione censoria, e al contrario si restringe nei momenti di stanchezza della cultura liberale o di stagioni repressive (1845-9 e 1850-4) – in generale però, al di là del successo iniziale, è molto difficile ampliare veramente il pubblico del Gabinetto, raccogliendo già la composita ma limitata classe intellettuale-progettuale del tempo. Conscio di questi limiti Viesseux si occupa anche di educazione popolare con apposite collane (Guida all'educatore, La Domenica) e con una certa pressione politico-culturale, ma con scarsi risultati soprattutto per le scarse risposte che ottiene dalle istituzioni e il ristretto margine di azione, vista anche la composizione dei soci del Gabinetto.&lt;br /&gt;Alla morte di Viesseux, finalmente, il paese si unifica e il Gabinetto vive periodi difficili a causa della quantità di istituti simili.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I luoghi della sociabilità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Iniziative simili a quelle di Viesseux sono presenti anche in altre città d'Italia: Il Conciliatore a Milano nei progetti di Confalonieri doveva diventare un modello di sociabilità culturale multipla (lettura, discussione, istruzione) per rispondere a una profonda necessità di ammodernamento. In generale le iniziative di questo tipo che si appoggiano a un programma culturale troppo avanzato politicamente vengono travolte dalla repressione statale es. Il Conciliatore viene chiuso a causa dei sommovimenti del 1821-2.&lt;br /&gt;Quando le finalità sono meno scopertamente (o profondamente) politiche le possibilità di sopravvivere sono maggiori; questa tipologia è prevalente anche nel Mezzogiorno borbonico, ma qui manca il costante aggiornamento librario e il centinaio di fogli periodici stranieri, manca una reale integrazione fra lettura e circolazione delle idee.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo periodo sono tenute in grande considerazione anche le ACCADEMIE, per quanto poco permeabili alle novità intellettuali, ristrette a un piccolo numero di soci e di difficile accesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dei SALOTTI invece si rinnova la fortuna (se mai declino c'era stato) e negli anni '30 sono luogo nuovo per il dibattito culturale dell'attualità. A Napoli, in particolare, si creano salotti sia aristocratici che borghesi (Ricciardi, Gargallo, donna Lucia de Thomasis, la scuola di Basilio Puoti). In generale i salotti in tutta Italia riflettono la ristretta fissità dell'universo sociale di riferimento. &lt;br /&gt;Questa fissità è peraltro poco smossa dall'atteggiamento paternalistico degli stati borghesi e in generale dalla difficoltà che ha a passare l'idea della lettura come molla di mobilità sociale.&lt;br /&gt;Le letture del popolo&lt;br /&gt;Alfabetizzazione bassissima, fratture e vuoti allarmanti fra città e campagna, capoluogo e provincia, Nord e Sud. Manca il mercato per la crescita dell'editoria. Tentativi arrivano da Milano, Firenze e Torino ma la gran parte dell'iniziativa è vincolata dalla religione, veicolo necessario al passaggio di idee di riscatto. Leggere non è considerato, né dal popolo né dai dirigenti, come un valore in sé. Poche sono le iniziative che implichino efficaci ponti di approccio alla lettura il Giannetto di Parravicini scalfisce un universo che per un secolo si è nutrito di Guerin Meschino e dei Reali di Francia. Anche la data dell'unità non è immediatamente periodizzante perché sul momento cambia poco: ci vuole una lunga e convinta intenzione statale per allargare definitivamente il gruppo dei lettori. Una possibilità è la lettura ad alta voce, sia per i gruppi di incolti (attraverso letture patetiche che catturino l'attenzione) che per i ragazzi che cominciano a leggere: prima in forma orale e manuale poi autonomamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Italia preunitaria [ovvero: Geografia e dinamica degli insediamenti editoriali, pp. 11-54]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Regno di Sardegna (Piemonte, Val d'Aosta, Liguria, Sardegna)&lt;br /&gt;Paese fortemente arretrato anche dal punto di vista editoriale.&lt;br /&gt;La stamperia reale ha il privilegio per i libri di testo e quelli religiosi, quindi resta un mercato librario piuttosto esiguo che non cresce.&lt;br /&gt;Piemonte: Pomba&lt;br /&gt;In Piemonte nasce il primo grande editore italiano: Giuseppe Pomba, che nasce come libraio e diventa editore e stampatore (è un iter piuttosto frequente in Italia: probabilmente sono i librai a capire meglio come si muove il mercato e in che modo soddisfarlo).&lt;br /&gt;Tanto per cominciare sconfigge il cartello delle stamperie torinesi e col tempo riesce a liberalizzare il numero di apprendisti per azienda. Quindi crea un modello nuovo di produzione: oltre alle tradizionali opere classiche, periodici d'informazione e biblioteche popolari crea una “Raccolta di opere classiche italiane, non che latine e greche tradotte” che si rivolge al crescente pubblico di artigiani impiegati e studenti con poca disponibilità economica; la raccolta è facilmente distinguibile e diffusa attraverso il sistema delle sottoscrizioni e raggiunge tirature record che costringono Pomba a una costante innovazione tecnologica, prima in Italia (prima macchina a vapore). L'altro grande successo è quello della Biblioteca popolare Pomba (1828-32), progetto editoriale di acculturazione popolare: è una raccolta di tutti i volumi utili (un centinaio) per la cultura della popolazione media a bassi costi e non molto curata filologicamente; (in genere i volumi delle biblioteche popolari venivano venduti a fascicoli che il proprietario provvedeva a far rilegare, mentre Pomba è fra i primi a venderli in formato unico, con la stessa copertina rosa con un riquadro in cartoncino: vende l'idea).&lt;br /&gt;Pomba fonda la casa editrice UTET negli anni '50 e dieci anni dopo diventa presidente dell'Associazione Italiana Editori (padre nobile dell'editoria italiana).&lt;br /&gt;Inoltre si cura anche degli aspetti culturali e del dibattito: allo sviluppo tecnologico spinto da Pomba si oppone un sistema di regole e legislature inesistenti in Italia ma necessarie: lo rivendica insieme a lui Vieusseux e altri intellettuali, con i quali scrive un pamphlet in cui chiede protezione dalle copie pirata e dalle stampe fraudolente fatte negli altri stati (in particolare Napoli), in difesa della proprietà editoriale come di quella d'autore. Questo tipo di rivendicazioni sono liberali per conseguenza immediata più che per natura: il mercato frantumato impedisce la libera circolazione delle merci e lo sviluppo di grosse case editrici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Francia e Inghilterra questo diritto e la legislazione in materia esistevano, ma venivano regolarmente infrante in paesi vicini ma con la stessa lingua (Irlanda e Belgio); in Germania, invece, c'è una legislazione autonoma ultrastatale che danneggia gli editori pirata. Pomba cerca di muovere in questa direzione le autorità politiche piemontesi e italiane.&lt;br /&gt;Venezia&lt;br /&gt;Risorta nel '700, ma quando viene venduta all'Austria decade a causa di:&lt;br /&gt;1.    perdita di centralità&lt;br /&gt;2.    espulsione dell'ordine dei Gesuiti&lt;br /&gt;3.    modificazione del mercato in senso laico e urbano.&lt;br /&gt;Gli intellettuali si trasferiscono a Milano, resistono solo alcune imprese ma sono minori rispetto alle milanesi e allo sviluppo che aveva avuto in precedenza, resta sempre più periferica anche sul piano commerciale; questo è causato dalle dinamiche autoritarie che esaltano le capitali degli stati regionali e reprimono le attività periferiche.&lt;br /&gt;Milano&lt;br /&gt;A Milano la situazione è più sofferta perché ha attraversato l'esperienza di essere capitale della repubblica e del regno durante il periodo francese, mentre ora è solo un centro della periferia dell'impero; malgrado questo e un forte controllo censorio ha una grande vivacità intellettuale per il gran numero di intellettuali appunto che sotto napoleone si erano riuniti a Milano per lavorare come intellettuali-funzionari (es. Gioia) nella burocrazia statale e che adesso sono in cerca di impiego e status sociale e quindi girano fra editori e stampatori per scrivere prefazioni, traduzioni o pezzi propri: grande fermento soprattutto in riviste e giornali (es. Il conciliatore).&lt;br /&gt;Dal 1815 per esigenze di controllo politico vengono sanciti:&lt;br /&gt;    • il ritorno alla patente per gli stampatori, concessa solo a chi presenta garanzie di liquidità finanziaria ma anche cultura e competenze tecniche&lt;br /&gt;    • il ritorno alla censura preventiva, che, sebbene svolta da funzionari di governo e di polizia (e non più da intellettuali), non è inappellabile (si ricorre al ministero di Vienna).&lt;br /&gt;Nonostante il controllo teorico sulle aziende il numero delle stamperie resta pressoché invariato per il fortissimo ricambio interno e il commercio delle patenti: le case editoriali nascono e muoiono a gran velocità segno della vivacità intellettuale ma anche della carenza di liquidità finanziaria.&lt;br /&gt;Milano è allora il centro dell'attività editoriale italiana, a Milano si deve spostare chiunque abbia ambizioni di resistere al secolo entrando in contatto con finanziatori, stampatori, autori. Gli editori hanno però ancora un catalogo misto di opere proprie e altrui (i pagamenti avvenivano soprattutto col baratto) e continuano ad essere in gran parte degli umili o semi-illetterati, a proprio agio in mezzo ai dotti ma provenienti dalle esperienze più diverse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo periodo si sviluppano i nuovi generi editoriali che si adattano ai nuovi lettori: le biblioteche innanzitutto, si appoggiano a progetti culturali per individuare il mercato di riferimento e si diffondono con il metodo dell'associazione (scavalcando il problema della distribuzione attraverso i librai); es. l'editore Stella pubblica la Biblioteca per le donne gentili: individuazione di nuovi pubblici.&lt;br /&gt;        Si espande anche il mercato dei i giornali e dei periodici illustrati, segno della maturazione di un nuovo pubblico, ma in questo inizio di secolo le tirature non superano mai le mille unità.&lt;br /&gt;        Resistono alcuni progetti di acculturazione più ad ampio respiro: gli Annali universali di statistica di Francesco Lampato, seguiti dagli Annali universali di medicina.&lt;br /&gt;        Importantissimi sono anche i romanzi e le opere di narrativa spesso in traduzione e arricchiti dalle incisioni di Gonin o delle litografie di Hayez (per Scott).&lt;br /&gt;        Altro settore in crescita è quello delle strenne, a metà fra la narrativa e il periodico di lusso, con ricche illustrazioni e rilegature.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo fiorire di pubblicazioni non salva Milano da una crisi che la prenderà negli anni '30 facendole cedere il passo, soprattutto del rinnovamento tecnologico ad altre capitali come Torino.&lt;br /&gt;Barengo, Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione&lt;br /&gt;Granducato di Toscana&lt;br /&gt;Pisa decade insieme a Lucca e Livorno, poli importanti almeno commercialmente: a Pisa resistono alcune iniziative editoriali ma niente di innovativo, solo stampe di classici e ristampe pirata (Rosini e Nistri) e anche a Livorno prosegue una certa attività libraria, di carattere addirittura europeo, ma non di produzione editoriale.&lt;br /&gt;Al contrario Firenze cresce e risorge. I granduchi reintroducono le severe norme del 1743, che comprendevano la censura preventiva, ma queste stesse sono inapplicate e aggirate dalle stesse autorità di controllo.&lt;br /&gt;Particolarmente stimolante è l'attività di Vieusseux, editore svizzero di formazione calvinista che trova un'aristocrazia illuminata pronta a finanziarlo perché ne condivide il programma politico liberale che mira alla modernizzazione della società italiana (cfr Lettori e luoghi della lettura).&lt;br /&gt;Stato pontificio&lt;br /&gt;Situazione triste e contraddittoria: Roma aspira ad essere caput mundi, aperta a tutti e cosmopolita MA subisce la sindrome da accerchiamento dei papi da Pio VII in poi: la città è stata violata più volte (repubbliche varie, spoliazioni delle armate francesi...) soprattutto da parte di borghesi nazionalisti e si teme per il potere temporale del papa =&gt; profonda chiusura, ritorno al sistema corporativo, censura fra le più dure gestita da funzionari doganali o di polizia, non più persone di cultura.&lt;br /&gt;La restaurazione vede il rinnovo dei privilegi alle stamperie di proprietà pontificia per tutto lo stampabile – alle minori non resta che attendere commesse ufficiali o chiedere agli autori che contribuiscano alle spese di edizione.&lt;br /&gt;Gli autori sono i primi ad andare a pubblicare altrove, resta solo la poesia accademica e d'occasione e la letteratura devozionale edificante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resiste solo Bologna, che sul modello della sociabilité francese mantiene viva la richiesta di libri (università, salotti, gabinetti di lettura). Non si sviluppa però una vera iniziativa editoriale: i tipografi vivono di commissioni ufficiali.&lt;br /&gt;Regno Borbonico&lt;br /&gt;Dal 1821 Ferdinando alza vertiginosamente i dazi su libri, fascicoli e periodici stranieri, tutti assimilati come mezzi di diffusione di idee politiche sovversive: se li possono permettere in pochissimi. E' anche un modo per difendere le stamperie napoletane che possono riprodurre tutti i libri stampati al nord con notevole risparmio: si diffondono le stampe pirata.&lt;br /&gt;Si crea un'alleanza organica tra stampatori e potere: è conveniente per entrambi mantenere il dazio e far sì che gli stampatori si controllino fra loro (es. a Malta ci sono fuoriusciti siciliani e napoletani che riportano volantini od opuscoli politici). Al momento di aderire alla Convenzione sono gli stampatori a non volere, addirittura si autosvalutano per mantenere un piccolo privilegio.&lt;br /&gt;Le stamperie stanno tutte a Napoli e Ferdinando I e II concedono privilegi per libri di testo o amministrativi, scoraggiano l'insediamento di stamperie fuori centro secondo il modello parigino. Si assiste però a una polverizzazione delle aziende, che sono molte, ma tutte piccole e artigianali, che vivono spesso di edizioni pirata, anche se ogni tanto spiccano alcune imprese editoriali di rilievo come il Vocabolario Universale Italiano (Liberatore, Dragonetti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo regime di sicurezza le aziende non si ammodernano sotto nessun punto di vista, né culturale (continuano a pubblicare manuali e opere di smercio sicuro) né tecnologico, e al momento dell'unificazione del mercato è un disastro e lo sviluppo editoriale verrà da fuori: Palermo (Sellerio poi Sandron), Catania (Giannotto), Bari (Laterza).&lt;br /&gt;Dopo l'apertura riformistica di Ferdinando II (anni '30) si sviluppa un lungo dibattito fra stampatori e la rinnovata società culturale napoletana, che nel '39 si vede definitivamente sconfitta e va a ingrossare le fila degli intellettuali emigrati al nord.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'editoria italiana quindi dal 1815 all'Unità (repubbliche scomparse e il nuovo equilibrio trono &amp;amp; altare orchestrato da Metternich) soffre di mali oggettivi:&lt;br /&gt;        - alleanza fra istituzioni per impedire la diffusione della propaganda sovversiva, liberale, unitaria; regime fortemente censorio e forme di collaborazione interessanti: la chiesa mette all'indice un libro e subito segue la condanna statale e viceversa. Ma cfr Silvio Pellico, Le mie prigioni.&lt;br /&gt;        - nel momento del rischio ci si chiude: i libri sono la peste, soprattutto se francesi, quindi vengono chiuse le frontiere, aumentati i dazi e i controlli di polizia, in particolare nel regno borbonico; la censura statale non è più appannaggio di letterati e uomini di cultura, ma di funzionari statali.&lt;br /&gt;        - mancanza di tutela del diritto d'autore.&lt;br /&gt;Il mancato riconoscimento della proprietà editoriale e del diritto d'autore in un mercato così frammentato e chiuso impediva del tutto lo sviluppo di imprese di una certa consistenza, e questo era ben chiaro a chi si occupava di aziende importanti, ma anche, ovviamente, agli autori; dall'altra parte della barricata stavano gli stampatori artigiani e di provincia che sulle ristampe più o meno legali avevano costruito le loro fortune. Implicitamente agli antipodi di questo scontro stanno anche dei contenuti politici e di principio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Convenzione austro-sarda (che presto comprese anche lo Stato Pontificio e il Granducato) si rifà a forme simili già attuate in Germania e richieste a Parigi nei confronti di tutti gli operatori del mercato francese, ma in Francia come in Italia manca bilateralità negli accordi, che non riescono a risolvere il problema: rimane la minaccia dei tipografi napoletani; il progetto era di rendere il mercato editoriale italiano unito dal punto di vista della legislazione: tutti gli autori godono in tutti gli stati che partecipano alla Convenzione degli stessi diritti degli autori di quello stato.&lt;br /&gt;Felice Le Monnier nel 1840 pubblica un'edizione fiorentina del '30 dei PS appellandosi al fatto che la legge non si applica alle opere pubblicate prima del 1840. Manzoni si sfava (e scrive pure un pamphlet sulla proprietà letteraria) e arrivano in Cassazione. La vicenda finisce nel '67 con la vittoria di Manzoni (probabilmente perché era Manzoni) ma Le Monnier commenta di averci guadagnato molto comunque; i comportamenti ai limiti della legge erano molto diffusi, particolarmente fra i piccoli editori, perché tutti camminavano sul filo del rasoio a causa dell'esiguità del mercato italiano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un altro tentativo di costituire un mercato italiano è la proposta e la costituzione di un Emporio librario a Livorno, proposto da Pomba al Congresso di Milano del 1844. Sarebbe stato creato un deposito centrale delle produzioni tipografiche d'Italia e una Libreria commissionaria, inoltre avrebbe scoraggiato ristampe non autorizzate con un Bollettino bibliografico di tutta la produzione italiana. L'impresa si rivela un fallimento: aderiscono sei aziende oltre Pomba e si ritira perfino Vieusseux.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Il biennio 1848-9&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;A partire dal '47 gli stati si aprono a riforme che allentano il controllo censorio. Il primo segnale è dato da Papa Mastai (Pio IX), che apre alle pubblicazioni periodiche la possibilità di trattare di storia contemporanea e istituisce una commissione censoria di laici; seguono a ruota Toscana e Piemonte e perfino il Regno delle Due Sicilie vede velocemente mutare la censura da preventiva a repressiva, almeno nelle definizioni di legge - rimaste poi inapplicate a causa dei mutamenti politici.&lt;br /&gt;Con la liberalizzazione della stampa il mercato si ubriaca di periodici e quotidiani, sottraendo quasi spazio all'editoria di libri, a causa dell'urgenza politica e della risposta inarrivabile in termini di rapidità, brevità e incisività delle notizie. Gli editori erano consapevoli che quest'ondata era comunque positiva perché allargava il mercato dei leggenti e quindi del libro.&lt;br /&gt;Il mercato librario, a parte il furoreggiare dei periodici, spesso di breve durata, non sembra mutare particolarmente, anche perché la maggior parte degli editori preferisce aspettare tempi politicamente più sereni per tentare imprese rischiose. Si stampano pamphlet, giornali e fogli volanti (opuscoli politici e discorsi elettorali) ma pochi libri. Sebbene le aziende soffochino un po' in questo periodo, si è aperto un mercato che richiede libri di poche pretese per la veste tipografica, ma che richiede di essere informato o dilettato nel modo più breve ed efficiente possibile: decadono le strenne e non aumentano le edizioni di lusso e aumenta la produzione di almanacchi, opuscoli e giornaletti spesso con un'impaginazione accattivante, da consumare collettivamente nei caffé.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Anni '50&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Con la chiusura della possibilità rivoluzionaria torna in Italia la censura e la stampa non sembra essersi giovata molto delle trasformazioni precedenti. Il ritorno della censura ecclesiastica lascia libero solo il Regno di Sardegna, in cui chiaramente si assiste al confluire di una quantità di intellettuali da tutto il paese e ovviamente allo sviluppo caotico e vitalissimo di imprese editoriali che si giovano della stabilità politica e della solidità precedentemente acquisita per tentare imprese editoriali importanti (la Biblioteca dell'economista e il Dizionario della lingua italiana). Fra l'altro a Torino si assiste a un fenomeno (raro) di concentrazione delle imprese, mentre il Meridione è sempre segnato dalla polverizzazione, anche in zone d'Italia in cui già esista una buona quantità di imprese editoriali, non stanno al passo con le torinesi per tecnologie e numero di impiegati.&lt;br /&gt;In questo periodo tace il dibattito sulla questione libraria, in parte per paura della censura, in parte per disillusione che le riforme legislative possano comprendere fra gli obiettivi forme di unificazione nazionale.&lt;br /&gt;In compenso, il fulcro dell'iniziativa si sposta sull'organizzazione interna delle imprese, tecnologico e gestionale: per esempio Pomba si fonde con la Tipografia sociale per dare vita alla UTET (1854), riunificando attività tipografica ed editoriale; un altro stabilimento attento alle innovazioni tecnologiche è Barbèra di Firenze, che si reca addirittura a Parigi per comprare nuove macchine. Si tratta di editori dal forte senso pratico e fiuto imprenditoriale, dalla scarsa propensione per l'ideologia, consapevoli di doversi ritagliare fette di mercato precise per poter sopravvivere. Anche nel Regno delle Due Sicilie si comincia a diffondere la consapevolezza del rischio insito nell'arretratezza culturale, ma ai ragionamenti non segue una risposta tempestiva dal governo.&lt;br /&gt;Si assiste ancora alla crescita del mercato giornalistico, ovviamente soprattutto in Piemonte, dove si concentrano 53 testate politiche e letterarie, ma il pubblico di riferimento è anche quello, nuovo, delle donne e dei fanciulli.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Dopo l'unità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nell'ottocento cambia la prospettiva della cesura: nel cinque-seicento la revisione prima del libro era un'operazione condivisa dagli autori, mentre adesso diventa censura libraria perché i libri non contamino il tessuto sociale, si arriva al punto di temere la diffusione della cultura per motivi politici, etici: i giovani potevano diventare sovversivi, le donne ricevere i biglietti dei loro amanti ecc. Si creano mercati regionali separati.&lt;br /&gt;Nel 1859 viene approvata la Legge Casati, che rende obbligatoria e gratuita l’istruzione elementare; l’onere viene affidato ai comuni ma non c’è nessuna legislazione coercitiva né alcun sostegno finanziario alla costruzione delle scuole, mantenimento dei maestri ecc. Nel 1877 passa la Legge Coppino, che aumenta di un anno (3° elementare) l’obbligo ma ancora nessun indennizzo per i comuni, né soluzioni per il lavoro infantile, che vengono inserite solo nel 1905, ma ancora con ambiguità e insufficiente protezione.&lt;br /&gt;Le nuove dimensioni dell'impresa editoriale (pp.115-)&lt;br /&gt;IL RISORGIMENTO DELLA PRODUZIONE LIBRARIA&lt;br /&gt;A partire dall'Unità è notevolissima la crescita che coinvolse l'industria editoriale italiana, sia in campo giornalistico che in quello più strettamente editoriale: mentre la produzione di libri quintuplicava fra il 1836 e il 1872, il numero di testate pubblicate in Italia aumentò di sette volte in quarant'anni (1836-1873), per quanto la maggior parte di queste riviste avesse vita effimera.&lt;br /&gt;I maggiori editori furono anche i maggiori stampatori e in generale si ampliarono tutti i rami dell'industria della stampa, compresi quelli collaterali (carta, macchinari, inchiostri, tipi...). Ovviamente la crescita non avvenne in modo uniforme in tutta la penisola, lasciando indietro il mezzogiorno e perfino alcune aree di antica tradizione come Venezia. Il mercato meridionale fu colto impreparato e invaso dalle agenzie delle case editrici del nord, dalla cultura allo scolastico.&lt;br /&gt;Milano invece era il vero centro dell'editoria italiana, sia per il numero di testate ed edizioni che per l'aggiornamento tecnologico di cui godevano le industrie locali, non paragonabile a nessun altro luogo del paese.&lt;br /&gt;I PROBLEMI DELLO SVILUPPO&lt;br /&gt;Cronica carenza di mercato, pesante ancora 10 anni dopo l'unità. Il giornalismo assorbe gran parte dei lettori di libri, ma, come capiva Pomba, questo non è male.&lt;br /&gt;Difficoltà nella commercializzazione dei libri, che spingono a creare succursali e commissionarie un po' dovunque nella penisola e addirittura all'estero.&lt;br /&gt;Inelasticità del mercato dovuta in parte alle inadeguate politiche di governo sul piano legislativo, doganale e per le tariffe postali, ritenute troppo alte – inoltre gli editori criticavano fortemente la regolamentazione del diritto d'autore.&lt;br /&gt;Inoltre i dazi aumentavano i prezzi dei macchinari in entrata, bloccando lo sviluppo delle aziende di medie dimensioni e impedendo alle grandi di alzare i salari degli operai.&lt;br /&gt;LE GRANDI AZIENDE&lt;br /&gt;Furono quelle che assorbirono su di sé tutto il mercato e in particolare se ne distinsero tre:&lt;br /&gt;             RICORDI&lt;br /&gt;Simbolo se non artefice della rinascita musicale italiana della fine dell'ottocento. Era stata fondata nel 1808, a partire dal 1884 diventa un enorme stabilimento modello, in continuo ampliamento, con numerosi succursali nel mondo e con relazioni con tutti i principali autori di musica dell'epoca: Verdi, Rossini, Puccini.&lt;br /&gt;es. Biblioteca di musica popolare con le opere teatrali, il libretto, cenni biografici e ritratto del musicista, Arte antica e moderna, Biblioteca del pianista, Biblioteca musicale tascabile ecc.&lt;br /&gt;Per un certo periodo si occupa anche di editoria comune e periodica, producendo fra l'altro il primo giornale di critica musicale italiano e alcune riviste che ospitarono firme illustri.&lt;br /&gt;             SONZOGNO&lt;br /&gt;I rivolge al pubblico della piccola borghesia e dei ceti operai cittadini, finora estranei alla lettura, con stampa periodica illustrata, giornali femminili e romanzi popolari – spesso a prezzi bassissimi a discapito della qualità, con forme spregiudicate di pubblicità a tappeto, vendita in dispense e in edicola, con gadget ecc. Anche in ambito più strettamente culturale si rivolge a queste fasce con la Biblioteca romantica illustrata e poi economica, I processi celebri illustrati ma pubblica anche la Biblioteca legale e la Biblioteca del popolo, di argomento pratico vario (agricoltura, anatomia, belle arti...).&lt;br /&gt;Pubblica giornali umoristici (Lo spirito folletto), poi molte riviste illustrate e soprattutto Il Secolo, quotidiano democratico a più alta tiratura in Italia e il più simile per spirito giornalistico a quelli francesi o inglesi.&lt;br /&gt;Rispetto ai nuovi pubblici creò I libri bijou illustrati e la Biblioteca illustrata di educazione, e tentò pure, con una serie di collane economiche, di scalzare la Ricordi dal suo monopolio senza riuscirci.&lt;br /&gt;Anche dal punto di vista tecnologico era all'avanguardia, soprattutto per conservare altissime tirature.&lt;br /&gt;            TREVES&lt;br /&gt;Anche lui editore-tipografo occupa l'altra metà del mercato editoriale, quella della borghesia colta che quindi chiedeva opere di qualità ma non erudite né retoriche: prima letteratura scapigliata, poi verismo, De Amicis e molti altri italiani e stranieri; la veste tipografica era sempre piuttosto curata, anche se a volte si rivolgeva a un pubblico più popolare; Biblioteca utile, Biblioteca dei viaggi, Biblioteca amena ecc.&lt;br /&gt;Sul piano dei periodici invece fu in concorrenza con Sonzogno, pubblicando riviste per donne (Margherita) e bambini (Mondo piccino), ma anche l'Annuario scientifico e il Giornale popolare di viaggi. L'impresa più riuscita fu però L'Illustrazione italiana che si distingue per intelligenza divulgativa e varietà e qualità di articoli e illustrazioni.&lt;br /&gt;LE PICCOLE IMPRESE&lt;br /&gt;Altri nomi sono: CIVELLI, ZANICHELLI (Modena-Bologna), che si occupa fin da subito di letteratura di qualità (Carducci) e opere destinate alle scuole di ogni ordine e grado.&lt;br /&gt;A Firenze si trovano i successori di LE MONNIER, che proseguono indebolendolo (per i tempi cambiati) l'impegno politico che era stato del padre e si buttano in particolare sull'editoria scolastica e sui dizionari, senza dimenticare i vecchi progetti (Biblioteca nazionale) di cui vengono fatte versioni economiche e per le giovinette, in ossequio ai tempi. Si trova anche BARBÈRA, editore “patriottico” ma anche impegnato nella pubblicazione di opere letterarie di grande respiro e spessore; per non farsi mancare nulla comunque fa anche libri per la scuola e opere “popolari”.&lt;br /&gt;SPECIALIZZAZIONE E NICCHIE DI MERCATO&lt;br /&gt;Una nicchia di mercato molto grossa è quella di libri di devozione (vite di santi, prediche, testi biblici ed evangelici, libri di preghiere ecc.): AGNELLI a Milano, legato all'Orfanotrofio.&lt;br /&gt;Nell'ambito economico-giuridico era importante l'UTET (Torino), che si ampliò anche nel settore scientifico dei dizionari e delle grandi opere a dispense. Anche VALLARDI (Milano) si occupa di opere di carattere scientifico, soprattutto medicina per formazione.&lt;br /&gt;Altri editori si occupavano solo di editoria popolare: SALANI e PERINO fanno opere di consumo di qualità medio-bassa, magari illustrate e rivolte appunto al popolo basso.&lt;br /&gt;Editori come GARBINI e PAGGI invece si rivolgono (come alcuni grandi editori) alle pubblicazioni per donne e bambini.&lt;br /&gt;L'EDITORIA SCOLASTICA&lt;br /&gt;Era forse l'ambito più interessante e redditizio in quel momento, anche per l'incontro fra interessi politici e editoriali. Comunque la produzione fu sempre improntata all'eclettismo e non fu uniformato dalla dirigenza politica.&lt;br /&gt;I due editori principali sono PARAVIA, di antichissima tradizione torinese, in grado di produrre nella sua officina molti sussidi per la scuola: mappamondi, carte in rilievo... L'altro è LOESCHER (vedi). Ci sono anche MAISNER, TREVISINI e SANSONI, l'ultimo di maggiore impegno e spessore anche culturale.&lt;br /&gt;GLI STRANIERI&lt;br /&gt;Il fatto che il mercato italiano fosse comunque interessante sebbene difficile è testimoniato dall'immigrazione di librai (poi editori) stranieri: il flusso migratorio inizia alla seconda metà dell'ottocento ed è preceduto dall'arrivo di VIESSEUX: l'Italia era un businnes, luogo in cui sviluppare imprenditorialità e guadagno; in genere si tratta di librai-editori che scendono con un progetto editoriale specifico o che per lo meno crescono dopo essersene fatto uno: da società a conduzione familiare diventano società anonime con partecipazione bancaria, soprattutto dopo il primo novecento.&lt;br /&gt;DUMOLARD, giunti dalla Francia (1794) che si occuparono soprattutto di pubblicazioni scientifiche spesso d'importazione: veicolo d'ingresso del positivismo in Italia.&lt;br /&gt;HOEPLI invece è svizzero e da una libreria a Milano (1870) tira fuori un'impresa editoriale che, oltre a caratterizzarsi per il suo eclettismo, batte sul terreno delle pubblicazioni di manuali  tecnico-scientifici anche le grandi case. La prima pubblicazione è quella dell'ingegner Colombo (operazione di divulgazione dell'informazione culturale e pratica per la vita quotidiana con tanto di informazioni storiche). Nasce come libraio, non ha una tipografia né capitali per i macchinari né rapporti con la manodopera.&lt;br /&gt;Leone OLSCHKI arriva a Firenze, è un ebreo tedesco e fonda una libreria antiquaria che all'inizio tratta prodotti di lusso come aldine e cinquecentesche: l'Italia era un mercato interessante, grazie alla presenza di un ricco patrimonio bibliografico (biblioteche anche antiche). Diventa produttore di edizioni raffinate e di lusso, molto curate anche nelle illustrazioni, nonché di riviste di bibliofilia che portano réclame di opere antiquarie con descrizioni accurate e attente.&lt;br /&gt;LOESCHER immigrato tedesco che comincia con una libreria e finisce per occuparsi di scolastica di alto livello a Torino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La letteratura popolare e di consumo (pp. 165-192)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Le appendici letterarie e il romanzo sociale&lt;br /&gt;Dopo il 1860 l'appello che in Manzoni era ironico richiamo e affabulazione diventa coscienza precisa e necessaria del proprio pubblico, dei lettori e delle lettrici. Con l'unità infatti cadono le barriere doganali, si estende l'alfabetizzazione, aumenta il consumo di giornali e riviste e gli scrittori cominciano a ricercare un modo di scrivere più vicino alla lingua parlata; inoltre viene importata dalla Francia la moda del feuilleton, del romanzo messo a puntate in appendice ai giornali. &lt;br /&gt;In particolare la fin de siècle vede aumentare in modo vertiginoso le vendite dell'editoria minore e minima, rivolta al pubblico semi-alfabetizzato (almanacchi, lunari...) e incentivata dai parroci (1858: Don Milani).&lt;br /&gt;Cresce la produzione di libri e il numero di titoli stampati all'anno, organicamente cresce anche la produzione di giornali e in entrambi i casi si fa regola fondamentale l'attenzione al lettore, padrone di giornalisti scrittori ed editori. I pubblici poi sono ben individuati e circoscritti: si scrivono romanzi per donne, per bambini, per operai.&lt;br /&gt;La letteratura popolare o di consumo si caratterizza per:&lt;br /&gt;1.    produzione seriale rivolta alle classi subalterne&lt;br /&gt;2.    funzione consolatoria e compensatoria, giocata sull'opposizione bene/male&lt;br /&gt;3.    narrazioni situate nel presente e nell'ambiente umano e sociale della città, di norma descritta nei suoi aspetti tenebrosi e squallidi&lt;br /&gt;Gli archetipi stanno nei Misteri di Parigi di Sue e, in Italia, in Ginevra o l'orfana della Nunziata di Ranieri (1839): secondo il modulo dell'autobiografia l'autore fa una denuncia sociale a scopo filantropico e riformista, oscurato dal successo del racconto e dalla seguente produzione di genere. L'esempio migliore è Mastriani, I vermi. Studi storici su le classi pericolose in Napoli. Linguaggio colorito e capacità pittorica ne fanno una denuncia sociale di grande effetto. Nascono molti libri-inchiesta sui misteri delle città.&lt;br /&gt;L'editoria quindi si rilancia spostando il suo baricentro, specializzando e settorializzando le proposte editoriali in base alle differenze professionali, territoriali, religiose (ancoraggio del narratore al lettore, collaborazione richiesta).&lt;br /&gt;Un'innovazione ancora è portata da Arrighi, che crea intreccia alle vicende amorose e basse del suo protagonista una decisa e convinta linea politica e bohémien (La scapigliatura e il 6 febbraio). Sulla stessa linea Evelina di Tronconi, che richiama in continuazione la sua appartenenza alla realtà (una reale tragedia domestica... di una vera giovinetta) per polemizzare contro la società che giudica e condanna. Ancora: Valera attraverso un linguaggio colorito e violento si allontana dai “ruffiani del popolo” perché la sua e solo la sua è un'inchiesta veritiera e compartecipe.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Gli editori&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;I più grandi sono sicuramente Sonzogno e Treves, l'uno più popolaresco, l'altro attento a un pubblico più colto, più ricco (lett. seflhelpista); entrambi sostenuti dalla produzione giornalistica, su cui i libri vengono pubblicizzati, si scontrano particolarmente proprio nell'ambito della produzione periodica. Treves in particolare applica battage pubblicitari di grande effetto per dare risonanza alle sue iniziative.&lt;br /&gt;Un altro editore, minore rispetto ai primi, è Salani che comincia pubblicando libretti a bassissimo prezzo (25 centesimi), praticamente fogli volanti che raccolgono riduzioni di operette, tragedie, fatti di cronaca nera truculenta, romanzi. Presso Salani pubblica anche la prolifica Carolina Invernizio.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I libri più letti e il genere femminile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Un'indagine di quali siano i libri più letti e le categorie che leggono di più viene fatto per iniziativa della contessa Pasolini-Ponti e si rivolge (seppure in modo frammentato) a diverse categorie: librai, lettori, biblioteche. Dato confermato ovunque è che le principali consumatrici di libri sono le donne, anche se non a scopo di vera cultura. Leggono Fogazzaro, Serao, la Marchesa Colombi, Neera, Vertua-Gentile, Cordelia  e per la poesia Negri e Pascoli; le donne della piccola borgesia consumano soprattutto autrici straniere in traduzione e sono attratte dall'intreccio, le “serve” invece sono il pubblico delle appendici; le contadine ovviamente sono escluse dal regno della lettura. In generale la Commissione promossa dalla contessa fa emergere una preferenza verso i libri a tesi sentimentale, spesso non di buona qualità. Anche le informazioni provenienti dai lettori confermano la presenza di Fogazzaro, ma preceduto da De Amicis e Manzoni, ma seguito da Negri e Invernizio.&lt;br /&gt;Nella seconda metà dell'ottocento il rapporto con la lettura da parte del pubblico femminile cambia, a partire dall'iconografia: le donne sono intensamente catturate dal libro con cui vengono ritratte (un vero e proprio libro di lettura), e in effetti in quel periodo si afferma un folto gruppo di scrittrici che crea un nuovo tipo di personaggio: le protagoniste dei romanzi sono nuovamente realistiche, sobriamente in lotta con la morale comune e la comune immagine di donna. Es. Neera, L'indomani e Emma, Una fra tante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;2. Nuovi pubblici&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Alla fine dell'ottocento grande slancio hanno le iniziative rivolte ai nuovi pubblici: i fanciulli (pubblicazioni illustrate) e le donne (soprattutto pubblicazioni periodiche specialistiche), per quanto fin dalla fine del '700 fosse ritenuta preoccupante l'attitudine femminile alla lettura da parte di chiesa ed educatori anche laici: è non-necessario e dannoso che le donne sappiano leggere e scrivere, ci sono fortissime resistenze a livello planetario, controllo diffuso sulle pubblicazioni per le donne con racconti moraleggianti ecc. &lt;br /&gt;        es. Piccole Donne (fine anni '860 a Boston), viene tradotto per la prima volta in Italia all'inizio del '900 con una prefazione alle madri e alle educatrici perché facciano da mediatrici nella lettura con consigli sulla disciplina – il libro contiene una contestazione del sistema scolastico e viene censurato un passaggio sulla tolleranza evangelica.&lt;br /&gt;        es. contrario: Cuore di De Amicis esalta le istituzioni statali (esercito, scuola, famiglia ecc.)&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La letteratura per gli operai&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La letteratura pedagogico-popolare di fine ottocento ha fra i suoi topoi il catalogo di libri utili, introdotto a mo' di bibliografia direttamente nel racconto o in nota dall'autore. Vengono indicati oltre ai libri e agli autori (Smiles, Strafforello, Lessona, Franklin, Rosa, Gennari, Zardo...) anche gli editori, in effetti in questo momento altrettanto importanti e specializzati sul piano del contenuto e dell'indirizzo del libro.&lt;br /&gt;        BARBÈRA lancia il genere della letteratura selfelpista (Volere è potere, Consigli al popolo italiano di D'Azeglio, Franklin...), è l'editore che fa scuola, ma anche l'UTET pubblica i nuovi di Strafforello, antologie di biografie smilesiane ecc.;&lt;br /&gt;        AGNELLI vira il tipo di pubblicazione travestendola con una forma narrativa d'intrattenimento (racconti, romanzi, commediole), si propone come libri di lettura e di premio delle scuole serali e festive delle società di mutuo soccorso. Questo tipo di pubblicazioni è iscrivibile nella categoria del romanzo missionario o catechistico (McCarthy) in cui nella contrapposizione di personaggi diversi è chiaramente distinto dalla parte di chi deve pendere la preferenza del lettore; inoltre si utilizzano lunghe conversazioni (sermoni) e il patto di lettura si fonda sulla presunzione di aver copiato dal vero.&lt;br /&gt;        Un altro genere ancora è quello della biografia in azione (anche questa di origine smilesiana) pubblicata per la prima volta a Padova. Altre case editrici sono TREVES (fondamentale) CARRARA in Milano, BEUF LIBRERIA SALESIANA e PARAVIA (tutte di Torino).&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;3. Nuovi generi letterari&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Se la narrativa (insieme alla scolastica) è il genere trainante fra ottocento e novecento gran parte ha anche la letteratura selfelpista: educazione alla vita sociale attraverso manualetti rivolti alle classi subalterne, ma che esaltano i valori della società borghese: risparmio, lavoro, amore per le istituzioni, studio per la mobilità sociale. Es. la Vita di Franklin, Volere è potere, Chi s'aiuta Dio l'aiuta e varie biografie di self-made men che dal nulla raggiungono una nuova posizione sociale. Nascono i romanzi dedicati agli operai, tentativo di produrre opere a per dell'irreggimentazione per rendere omogenea la classe allo sviluppo industriale, cosa che richiede maggiore istruzione e lavoro con disciplina borghese (Cantù, Il portafoglio di un operaio: cattolico e controllato ma sulla via dell'emancipazione), ma sempre più vicino al calvinismo per quanto tende a valorizzare l'etica del lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1879 TREVES “Il letterato oggi scrive per il grande pubblico, il tipografo e l'editore non si aspettano le munificenze che del pubblico”: è nato il mercato in grado di decidere vita e morte di un'opera, sono maturate le figure dell'editore e quella professionale dell'autore. Nel 1886 per Treves esce Cuore, nel giro di 18 anni vende 301.000 copie, al 1910 sono 500.000; Pinocchio (per Felice Poggi poi Bemporad) esce nel 1873 e al 1901 ha venduto 350.000 copie. Gli altri seguono da distante: Piccolo mondo antico 44.000 copie, Storia d'una capinera 20.000 copie – con le edizioni MONDADORI  di D'Annunzio si arriva a cifre simili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-5470075045336227893?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/5470075045336227893/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=5470075045336227893' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/5470075045336227893'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/5470075045336227893'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/05/leditoria-italiana-nellottocento.html' title='L&apos;editoria italiana nell&apos;ottocento'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-5901029984370448629</id><published>2008-05-03T00:52:00.000-07:00</published><updated>2008-05-03T00:54:55.607-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia della stampa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia dell&apos;editoria'/><title type='text'>Il libro, questo fermento</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Il libro, questo fermento (pp. 315-383)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Dal manoscritto al libro a stampa&lt;br /&gt;Il passaggio è estremamente rapido e, se all'inizio viene presa solo come una comoda innovazione tecnica,  presto appare chiaro quanto sia stravolgente la differenza di un mondo con 15.000 libri in circolazione e 100 milioni di abitanti di cui per la maggior parte illetterati.&lt;br /&gt;Importante ricordare che gli editori lavoravano esclusivamente per guadagnare, quindi oltre che un'opera di diffusione operarono anche una selezione dei testi più facilmente vendibili, quindi i primi testi stampati furono libri che tutti avrebbero potuto voler acquistare: i libri religiosi (45% del totale)&lt;br /&gt;•    innumerevoli edizioni della Bibbia, completa, commentata, in latino soprattutto ma anche in volgare – particolarmente l'Apocalisse, i Salmi e il libro di Giobbe autonomi e in volgare&lt;br /&gt;•    breviari e messali, indispensabili ai preti per dire messa e officiare i culti&lt;br /&gt;•    libri d'ore per i signori laici, in cui trovare i testi delle preghiere quotidiane&lt;br /&gt;•    libri di devozione e soprattutto gli scritti mistici: Imitatio Christi, Agostino La città di Dio, Bernardo, Bonaventura, san Francesco Fioretti, santa Caterina, santa Brigida ecc&lt;br /&gt;•    opere pratiche per gli ecclesiastici: raccolte di prediche, guide per il confessore&lt;br /&gt;•    libri di pietà soprattutto con le vite dei santi e di Maria, figura di culto particolare in questo periodo&lt;br /&gt;•    trattati religiosi e di morale pratica&lt;br /&gt;•    grandi classici della filosofia e della teologia medievale per il pubblico delle università (Pietro Lombardo, Duns Scoto, Ockham, Tommaso) – si vendono soprattutto nelle grandi città commerciali oltre che in quelle universitarie per facilitare lo smercio&lt;br /&gt;Fra gli incunaboli le pubblicazioni di carattere religioso rappresentano il 45% del totale dei testi stampati, seguono i libri letterari classici, medievali e contemporanei (30%), quindi i libri di diritto (10%) e libri di carattere scientifico (10%).&lt;br /&gt;Di questi la stragrande maggioranza è in latino (77%), gli altri divisi fra i principali volgari: italiano 7%, tedesco 5-6%, francese 4-5%, fiammingo 1%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'operazione di rendere più accessibile a tutti la lettura arriva nel momento in cui in Italia stava nascendo l'umanesimo e in generale in tutta Europa fiorivano gli studi sulla classicità; i primi scritti latini a venir prodotti sono quelli utilizzati frequentemente nel medioevo:&lt;br /&gt;•    le grammatiche: il Doctrinale di Alexandre de Villedieu e il De octo partibus linguae latinae di Donato&lt;br /&gt;•    le favole di Esopo e i distici di Catone&lt;br /&gt;•    Boezio e gli altri testi medievali&lt;br /&gt;Subito dopo come numero di stampe vengono i classici medievali e poi latini, sempre sull'onda dell'amore per il latino e soprattutto per il buon latino. Bisogna comunque aspettare gli sgoccioli del quattrocento per vedere stampate edizioni filologicamente corrette di questi testi e libri di autori greci.&lt;br /&gt;•    Gerolamo, Lattanzio, Sant'Agostino&lt;br /&gt;•    Virgilio, Ovidio – e poi Giovenale, Persio, Lucano, Plauto, Terenzio&lt;br /&gt;•    Sallustio, Tito Livio, Vegezio, Cesare&lt;br /&gt;•    Seneca e soprattutto Cicerone, il vero mito di questo periodo (lettere, scritti filosofici, orazioni)&lt;br /&gt;•    in risposta a questa messe di pagani si tentò di riesumare anche i grandi scrittori cristiani: Giovenco, Prudenzio, Sedulio, Aratore, Battista Mantovano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I testi in volgare rappresentano una parte minima (22%) della produzione degli incunaboli e sono per lo più traduzioni di opere latine sia classiche che medievali, per gli scritti originali in volgare resta ben poco:&lt;br /&gt;•    in Italia: Dante, Boccaccio, Petrarca, Leonardo Bruni&lt;br /&gt;•    in Francia le opere della letteratura cortese: il Roman de la Rose, il Procès de Bélial, l'Abuzé en Cour...&lt;br /&gt;•    cominciano ad aver successo anche i romanzi cavallereschi, particolarmente quelli di materia mitica medievale: Fierabras, Conquete du Gran Charlemagne, Faitz et gestes de Godefroy de Bouillon, Merlin, Lancelot, Tristan, Robert le diable... ma anche la Historia destructionis Troiae, la Mer des histoires&lt;br /&gt;•    e poi i racconti pii o moraleggianti, i trattati sulle gioie del matrimonio, le farse, le Ars de mourir, i Calendrier des bergers, gli almanacchi, i calendari, le poesie popolari illustrate...&lt;br /&gt;In campo scientifico non ci sono novità di rilievo, sarà perché sia in campo naturalistico che matematico si preferisce stampare compendi e compilazioni piuttosto che i testi originali delle auctoritates, medievali o classiche. Ci sono edizioni in questo senso (Aristotele, Plinio, Tolomeo, Avicenna) ma non hanno grande seguito. Fra gli scritti originali domina l'astrologia pratica, bisogna aspettare il cinquecento per trovare attenzione per i racconti di Marco Polo e le pubblicazioni di Alberti. Pubblicazioni che comunque interessano più l'ambito delle scienze tecniche, in vero grande sviluppo in questo periodo: architettura, agricoltura, meccanica, stampa.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Il libro e l'umanesimo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nel cinquecento è chiaro che la stampa ha vinto sul manoscritto: se nell'ultima metà del quattrocento erano state pubblicate 30-35˙000 edizioni, nel secolo successivo si arriva almeno a 150-200˙000 con una tiratura media di 1˙000 unità, senza contare i giornali, gli opuscoli eccetera.&lt;br /&gt;I possessori di biblioteca ovviamente aumentano in numero, ma cambiano anche come composizione: dalla fine del quattrocento alla fine del cinquecento aumentano moltissimo in proporzione gli uomini di legge (dai parlamentari ai membri della corte ai giudici in giù) a possedere un'ampia biblioteca, seguono in discreto numero i membri della nobiltà di spada e gli uomini di guerra, soprattutto nelle campagne, ma cominciano a mostrarsi i primi borghesi e commercianti ricchi: in numero molto minore sicuramente rispetto agli ecclesiastici, ma crescente.&lt;br /&gt;Naturalmente, la maggior parte della produzione delle stamperie finisce in case ben più modeste sotto forma di libri d'ore e di pietà, almanacchi ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dai primi del cinquecento la stampa di libri religiosi passa decisamente in secondo piano rispetto alla stampa dei classici, in corrispondenza col crescere dello spirito umanistico in Europa: nel generale crescere del numero di libri stampati i classici detengono la percentuale maggiore.&lt;br /&gt;L'Italia in questo periodo ha un netto predominio come centro d'innovazione e produzione di testi, resi più gradevoli e leggeri dalle belle edizioni di Manuzio; innanzitutto i latini fra i quali continua la moda di Terenzio e Virgilio, ma esce ex novo anche Tacito e sono molto amati gli elegiaci, Catullo, Tibullo, Properzio, Orazio, Persio, Sallustio, Tito Livio, Svetonio, Cesare e Valerio Massimo. Ovviamente Cicerone continua a primeggiare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Manuzio è anche il primo a produrre testi in greco: fino a quel momento si lasciavano spazi vuoti o ci si faceva fare su misura serie incomplete di tipi greci a cui venivano unite le lettere latine più simili (A, B, o...) ma sempre senza spiriti né accenti.&lt;br /&gt;Dal 1474 compaiono, prima in Italia poi nel resto d'Europa (1520 ca.) testi in greco con tanto di spiriti e accenti, che diffondono enormemente la conoscenza del greco (anche grazie a grammatiche e libretti di introduzione alla lingua) fra i dotti.&lt;br /&gt;Dal 1525 è vero e proprio entusiasmo: addirittura Francesco I fa produrre a Garamond i cosiddetti “grecs du roi”, caratteri simili alla scrittura del calligrafo di corte; ma è notevole anche il fatto che in molte università europee nascano cattedre e insegnamenti della lingua e della letteratura greca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche lo studio dell'ebraico è in deciso aumento: nonostante le accuse di volersi convertire al giudaismo e sfidando i pregiudizi i letterati del cinquecento si avvicinarono al mondo ebraico per impararne la lingua.&lt;br /&gt;Comunque la maggior parte della produzione in ebraico era rivolta agli ebrei e spesso prodotta da ebrei: l'alfabetismo era piuttosto diffuso nelle comunità (soprattutto se paragonato a quello europeo) e c'era una gran necessità di testi scritti sia per officiare i culti che soprattutto per i doveri religiosi dei fedeli. I primi torchi sorgono in Italia (da cui il primo datato: 1475 e altri non datati ma probabilmente precedenti) e in Spagna (da cui alcuni probabilmente precedenti il 1475), dove ci furono grosse difficoltà quando gli ebrei vennero espulsi (1492); inizialmente si trasferirono in Portogallo (fino al 1498), poi si dispersero, lasciando unico polo quello italiano. Nel resto d'Europa compaiono più tardi (Francia 1488, in Germania 1475, in Boemia 1512, in Svizzera 1516, in Polonia 1534 ecc.).&lt;br /&gt;I testi sono soprattutto libri di culto: bibbie, commenti, codici religiosi e opere di casistica, libri di preghiere e di devozione; seguono i calendari, grammatiche e dizionari, opere letterarie, di poesia e filosofia, pochi libri di viaggi, medicina e storia.&lt;br /&gt;Nel cinquecento aumentano dizionari, grammatiche e manuali perché crescono gli studiosi della lingua, quasi al pari del greco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mercato unitario europeo è inoltre tenuto unito dall'enorme numero di traduzioni: gli editori fanno di tutto per allargare il mercato e interessare il pubblico, anche trasformarsi in officine di traduzione. In particolare in Francia i sovrani seguono una politica unificatrice di sviluppo della lingua nazionale incoraggiando traduzioni e versioni, mentre in Spagna e Inghilterra questo movimento è più lento – spesso per le opere spagnole accade che ci siano più edizioni tradotte di quante ne fossero state fatte in lingua nazionale; in Germania e nei Paesi Bassi, poi, gli editori si affidano ai soli romanzi cavallereschi e libri di devozione in lingua nazionale.&lt;br /&gt;Si traducono ovviamente soprattutto i classici (come al solito: Virgilio e Ovidio sopra tutti e poi in particolare gli storici: Cesare, Svetonio, Flavio Giuseppe, Tacito, Valerio Massimo, Plutarco, Eusebio, Polibio, Erodiano, Paolo Diacono, Senofonte e Tucidide) dal greco in latino o da entrambe nelle lingue nazionali; vengono tradotti anche i testi sacri e perfino quelli della cultura neolatina soprattutto italiana (Battista Mantovano, Tommaso Moro, Guicciardini, Bracciolini ecc.), ma sono numerose anche le traduzioni fra lingue moderne, soprattutto di Petrarca e Boccaccio e degli autori spagnoli ma anche di Machiavelli, Sannazaro, Bembo, Ariosto, Tasso, Ficino, Castiglione... traduzioni che tengono unito, ancora per poco, il mercato librario europeo.&lt;br /&gt;Fra i grandi umanisti spiccano sicuramente per numero di edizioni Erasmo e Rabelais, ma anche gli altri (Budé, Moro ecc.) non sfigurano e testimoniano quanta fame di testi ci fosse e quanto disponibile al nuovo fosse il pubblico del cinquecento: si creano vere e proprie mode, tendenze, entusiasmi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda gli scritti scientifici nel cinquecento ci si occupa più di stampare e venerare gli antichi (Aristotele, Teofrasto, Tolomeo, Euclide, Archimede, Galeno, Ippocrate, Plinio, Avicenna ecc.) liberi da glosse e commenti più che verificarli e studiarli sul serio, e in generale le opere scientifiche originali restano manoscritte o vengono ignorate a lungo, per non parlare dei testi medievali, attorno a cui nasce una congiura del silenzio (salvo alcuni stampatori umanisti che li editano con falso nome).&lt;br /&gt;Lo sviluppo veramente importante che la stampa aiuta è quello delle scienze che più avevano bisogno di illustrazioni: le scienze naturali e l'anatomia. A breve distanza e con grande successo escono volumi illustrati (spesso di gran lusso e di grandi dimensioni) di anatomia (Vesalio De humani corpori fabrica 1543), botanica (Brunfels Herbarum icones ad naturae imitationem effigiatae 1530), zoologia (Fuchs Historia stirpis 1542) e addirittura mineralogia (Agricola De re metallica 1555).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In generale nel Cinquecento il pubblico sembra rivolgersi con maggiore facilità agli autori del passato, alle auctoritates piuttosto che alle nuove idee e non suscitano grande curiosità nemmeno le scoperte geografiche: fino agli inizi del cinquecento le lettere di relazione sui viaggi oltreoceano o in Africa faticano a trovare degli editori. Le lettere di Colombo, Magellano e Hernan Cortéz vengono stampate tardi rispetto alla loro stesura, e almeno all'inizio non trovano un pubblico vasto quanto i classici latini. Solo dopo il 1550 e crescendo col finire del secolo il movimento intorno alla letteratura delle scoperte cresce, particolarmente in Spagna e Portogallo. In Francia la situazione è particolarmente devastante: fino al 1560 nessuno si interessa ai nuovi mondi e anche successivamente vendono meglio (e vengono ristampate più spesso) opere relative al medio Oriente, la Terrasanta, la Tartaria, le Indie Occidentali e la Cina, molto meno le Americhe, quasi per nulla l'Africa e i paesi nordici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molto presenti nelle biblioteche sono i testi di diritto, oggetto di commercio attivissimo in particolare a Lione e Venezia, sede di librai specializzati. Naturale, essendo i principali possessori di biblioteche dei giuristi (ma si trovano anche presso commercianti e borghesi) che hanno bisogno innanzitutto del corso di diritto civile e del corso di diritto canonico, quindi dei frammenti delle Institutiones, del Digesto del Codice e delle Novelle di Giustiniano, del Decreto di Graziano o delle Decretales di Gregorio IX; a questi si aggiungono i vari Flores legum e Speculum juris ecc., ma si moltiplicano anche i testi di diritto moderno e consuetudinario. Ben presto inoltre, i re incaricano specifici stampatori di produrre fogli volanti con le ordinanze regie appena vengono emesse, e col tempo diventa consuetudine anche dei tribunali principali e minori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il genere davvero più di moda all'epoca è la storia: non solo quella antica (Tito Livio, Cesare, Giuseppe Flavio, Eusebio, Plutarco, Erodoto, Tucidide, Tacito, Svetonio, Valerio Massimo) ma anche e soprattutto quella contemporanea scritta dagli umanisti (e presto tradotta) prima italiani (Bruni, Bracciolini, Bembo, Piccolomini poi Guicciardini) poi anche spagnoli e francesi (Martire, Emili, Gaguin) e, fatto sorprendente, vanno moltissimo anche le cronache medievali (tradotte) e in particolare quelle che trattano di storia nazionale o locale.&lt;br /&gt;Il pubblico non è fatto solo di eruditi e studenti, ma anche di giuristi, cortigiani, militari, mercanti, perfino artigiani – ma non è un pubblico che distingua con chiarezza fra storia e mito: le illustrazioni di questi volumi vengono rese negli arazzi al pari dei miti e delle leggende.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al pari della storia (reale e mitica) hanno grande fortuna in questo periodo tutte le “storie” in senso lato: i romanzi cavallereschi in primis, ricercati dagli editori anche nei vecchi manoscritti stare dietro alle richieste del pubblico. Si ristampano il Roman de la rose, Fierabras, Quatre fils Aymon, Pierre de Provence, Faits merveilleux de Virgile... per non parlare dei classici romanzi sulla tavola rotonda, Tristan, Pecival ecc. Hanno successo antichi romanzi di Apuleio e Eliodoro, la Fiammetta del Boccaccio e, sulla stessa scia, l'Utopia di Moro e le opere di Rabelais.&lt;br /&gt;In Spagna e in Italia in particolare è tutto un fiorire di racconti, nuovi e vecchi, come l'Amadis de Gaula, da cui nacque un vero ciclo di racconti, di solito di argomento sentimentale e suscettibili alle mode del momento (romanzi pastorali, opere simili alla Fiammetta, romanzi cavallereschi ecc), mentre in Italia questo è il momento di Morgante e di Orlando.&lt;br /&gt;La stampa e le lingue&lt;br /&gt;La stampa ha una forte azione di normalizzazione sulle lingue moderne, sia sugli usi linguistici che sull'ortografia; unita alla politica accentratrice dei nuovi regnanti (soprattutto in Francia e Spagna) rende in breve (dai primi del cinquecento all'inizio del seicento) stabili ortografie oscillanti da secoli, causa (in parte) il forte indebolimento del latino e la scomparsa dell'irlandese e del provenzale, relegati nel mondo manoscritto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I motivi della scomparsa del latino dall'uso vivo sono molteplici, innanzitutto gran parte del nuovo pubblico che legge è semi-letterato: donne e borghesi non hanno necessariamente molta praticità col latino ma rappresentano pur sempre una buona fetta di mercato, sufficiente perché gli editori stiano dietro anche alle loro esigenze.&lt;br /&gt;Ancora, alla citata politica linguistica protezionista dei sovrani di questo periodo si aggiunge nell'ambiente culturale una riscoperta del latino ciceroniano, opulento e corretto, scomparso ormai da secoli: il latino smette di essere lingua viva, modificabile e aperta per diventare lingua morta, fissata nel canone degli antichi.&lt;br /&gt;Il passaggio da una lingua all'altra è particolarmente evidente in Francia e Germania, centri tipografici centrali.&lt;br /&gt;    In Francia fin dalla fine delle guerre di religione la maggior parte delle edizioni è in francese e basta.&lt;br /&gt;    Per la Germania è più complicata: durante la riforma la stragrande maggioranza delle edizioni è in tedesco e l'azione di Lutero è fondamentale, è praticamente l'ideatore della lingua tedesca, all'inizio in modo incosciente poi (1524) sempre più consciamente verso una lingua accessibile a tutti. Ma è pur vero che con la controriforma il latino ricompare nelle edizioni e dura maggior fatica a sparire che in Francia.&lt;br /&gt;In Inghilterra la lingua viene fondata sul ristretto campo lessicale delle traduzioni “authorized” della Bibbia e dei salmi: Booke of Common Prayer and Administracion of the Sacramentes (1549), il Whole booke of Psalmes (1567) e soprattutto l'Authorized Version della bibbia appunto (1611). Fino a quel momento (e anche oltre) la maggior parte dei libri arrivava dal continente, spesso in francese o tedesco, cosa che causa una reazione conservatrice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il peso rivestito dai tipografi in materia di scelte ortografiche in questo periodo è incredibile: per evitare un restringimento del mercato e la complicazione del lavoro resistettero a lungo ai tentativi di innovazione e sistemazione ortografica operata anche in francese nel XVI secolo, favorevoli piuttosto a una lenta sedimentazione. I tentativi di riforma sono molteplici, sia da parte di grammatici e linguisti (Tory, Meigret, Estienne: quello che ottiene maggiori risultati grazie a dei vocabolari e grammatiche di facile utilizzo) che negli ambienti ufficiali: la cancelleria reale, il parlamento e la camera dei conti; ma chi detta veramente le regole sono gli stampatori, perfino quelli pirata: le semplificazioni introdotte dagli Elzevir e dai Plantin si impongono, almeno in parte, nell'ambiente culturale francese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel cinquecento ovunque si scrivono grammatiche e il latino è condannato. Ciononostante, resisterà ancora a lungo nelle lettere dei dotti e in tutte le composizioni (polemiche, scientifiche, divulgative) rivolte a un pubblico più che nazionale. Nel pieno del secolo e ancora nel seicento viene usato per l'epica e l'epopea, ed è sostenuto soprattutto dai gesuiti come lingua letteraria vera e propria (soprattutto per rappresentazioni teatrali). La chiesa cattolica naturalmente favorirà ancora per molto tempo l'uso del latino non solo per la comunicazione interna ma anche per tutti i territori a lei soggetti.&lt;br /&gt;Nel 1630, con la decadenza della fiera di Francoforte, il latino riceve il colpo finale. Resta ancora, non molto a lungo, come lingua della comunicazione ufficiale internazionale e lingua di comunicazione di alcuni ambienti (soprattutto scientifici: matematica e astronomia) ma col finire del secolo viene definitivamente soppiantato dal francese, che non riesce però, ad occuparne tutti gli antichi utilizzi che restano, spesso, privi di una lingua di riferimento.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-5901029984370448629?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/5901029984370448629/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=5901029984370448629' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/5901029984370448629'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/5901029984370448629'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/05/il-libro-questo-fermento.html' title='Il libro, questo fermento'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-5047255418676860447</id><published>2008-04-30T02:01:00.000-07:00</published><updated>2008-04-30T02:06:52.052-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia della stampa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia dell&apos;editoria'/><title type='text'>La geografia del libro, il Libraio e la Censura</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La Geografia del libro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;A partire dal 1454 stampatori itineranti si spostano dalla Germania in tutta Europa, ovunque trovino finanziatori per le loro opere, spesso si tratta di signori che usano i loro torchi per autocelebrarsi: tutta la tradizione a stampa è ben collegata col potere.&lt;br /&gt;    es. uno dei primi stampatori si insedia a Fivizzano, al servizio dei Malaspina&lt;br /&gt;    es. Parigi, sede di monarchia da diversi secoli è fra le prime città francesi sede di stampa, come Roma ecc.&lt;br /&gt;Oppure gli stampatori si stabiliscono in città sedi di commerci perché luogo di fiera o per vocazione commerciale naturale, il libro è una merce come le altre da vendere nelle fiere generali.&lt;br /&gt;    es. Venezia, Aversa, Lubecca: in questo periodo i commerci via mare sono più rapidi e meno dispendiosi di quelli via terra.&lt;br /&gt;Oppure gli stampatori trovavano sede nelle città sedi naturali di smercio di libri: città universitarie come Bologna o ancora Parigi.&lt;br /&gt;Dati sulle stamperie insediate in Europa fra 1450 e 1500:&lt;br /&gt;1455-60: da Magonza si irraggiano varie stamperie, Füst e Schöffer sono proprietari della più famosa e smerciano i loro prodotti attraverso gli stationarii delle varie città (Francoforte, Lubecca,);&lt;br /&gt;1460-70: diffusione a Strasburgo, Colonia, Norimberga + pochi nomi che si spostano, fra questi Schweinheim e Pannartz a Subiaco, poi Giovanni da Spira a Venezia, altri a Foligno; la Germania conserva la sua preminenza per opulenza e presenza di molte miniere;&lt;br /&gt;1470-80: con impressionante rapidità (rispetto alla lentezza dei trasporti e delle frontiere) si diffondono stamperie in tutta Italia (Milano, Bologna, Napoli, Pavia, Ferrara, Brescia, Trevi, Mantova, Mondovì, Fivizzano) e in Francia (Parigi, Lione, Poitiers, Angéres, sede degli Angiò, Tolosa), una sola in Inghilterra, ovviamente a Londra per opera di William Caxton a Westminster.&lt;br /&gt;1480-90: se ne trovano ancora di più: 50 in Italia, 30 in Germania, 9 in Francia, 8 in Olanda e in Spagna, 5 in Belgio e Svizzera, 4 in Inghilterra, 2 in Boemia, una in Polonia. L'estrema ricchezza di insediamenti in Italia naturalmente è dovuto al numero ridotto di grandi centri di potere politico-economico rispetto a un gran numero di piccoli centri, città, potentati; culturalmente parlando questa polverizzazione è una ricchezza, ma a lungo andare si rivelerà una strategia perdente, laddove altrove le stamperie come tutto il resto dell'apparato tipografico sono tenuti ben vicino e sotto controllo dal potere centrale (cfr Parigi in particolare ma anche la politica dei Tudor).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venezia nel 1480-2 ha almeno 156 edizioni: è la capitale del libro, seguita da Milano, Agusta, Norimberga, Firenze, Colonia (Parigi, Roma, Strarburgo, Basilea ecc) – in generale l'Italia è un luogo importante della produzione: fino alla fine del '400 circolano 15-20 milioni di esemplari, un numero straordinario.&lt;br /&gt;Il Cinquecento:&lt;br /&gt;In questo periodo l'industria del libro appare dominata da grandi capitalisti, età di commerci internazionali, anche se le grandi stamperie si concentrano nelle grandi città universitarie o commerciali.&lt;br /&gt;Germania&lt;br /&gt;Si differenzia in base alle fiere: luoghi di vendita generalizzata quindi anche di libri, torchi, caratteri.&lt;br /&gt;Anversa: all'inizio si occupano soprattutto di libri di pietà e romanzi cavallereschi per i borghesi della città, poi cominciano a lavorare per l'esportazione verso l'Inghilterra e in breve verso il mondo.&lt;br /&gt;Strasburgo: in Germania è centro di primaria importanza soprattutto per la qualità delle edizioni curate, con preziose illustrazioni, e per il commercio della carta.&lt;br /&gt;Basilea: Amerbach vi fonda tipografie per trattati di teologia e diritto canonico, Sant'Agostino, con caratteri nuovi e preziose incisioni.&lt;br /&gt;Magonza: esiste ancora casa Schöffer ma comincia a perdere importanza a favore di Lubecca (Germ. del Nord).&lt;br /&gt;Agusta: vengono creati caratteri che riproducono la calligrafia dei cancellieri imperiali.&lt;br /&gt;Dopo la riforma la Germania si spacca in un nord protestante (fiera di Lipsia) e un sud cattolico (Francoforte), ma in generale i tedeschi tendono a leggere sempre più libri in tedesco e Lipsia e Colonia, la cui importanza era stata messa in pericolo dagli scossoni della Riforma e Controriforma, assorbono le perdite con l'editoria universitaria.&lt;br /&gt;Francia&lt;br /&gt;Recupera il ritardo del '400: da 4 a 40 città sede di stamperie ma Parigi resta sempre il polo principale e più importante insieme a Lione, tanto che la Francia in questo periodo sembra quasi divisa in due parti: il nord sotto l'influsso di Parigi (Troyes e Rouen le sono complementari) e il sud dominato da Lione, in forte collegamento con le stamperie tedesche e italiane, in concorrenza con Venezia.&lt;br /&gt;Italia&lt;br /&gt;Venezia continua ad essere la prima stamperia d'Italia, ma a parte le gli esperimenti umanistici, nelle altre stamperie si sacrifica la qualità alla quantità. Roma resta un centro importante, mentre a Milano si nota una decisa decadenza.&lt;br /&gt;Spagna&lt;br /&gt;Non ci sono sviluppi di rilievo, la stampa è un'attività importante solo nelle città universitarie o sede di governo (Madrid, Salamanca, Barcellona, Siviglia, per il resto povertà diffusa) e resta cmq un ottimo mercato per i librai stranieri. La scelta di Filippo II di concedere il privilegio per la stampa dei libri liturgici ai Paesi Bassi è finalizzata a evitare il più a lungo possibile l'instaurazione di un'industria tipografica in Spagna per controllare meglio il consenso ma sul lungo periodo si rivela una scelta suicida: la Spagna resterà un paese subalterno, ancora nel '700 sarà Venezia a fornire i messali agli spagnoli!&lt;br /&gt;Inghilterra&lt;br /&gt;Nel quattrocento si era cercato di incentivare stampatori stranieri a venire sull'isola, esonerandoli da alcune tasse. Col cinquecento però le stamperie prolificano e la corona attua una politica di rigido protezionismo per costruire una solida manovalanza tutta inglese più facilmente controllabile: comincia a eliminare i privilegi agli stranieri, limita il numero delle tipografie e le concentra nella capitale (1586) e nelle città universitarie (Oxford, Cambridge, una piccola a York, per un breve periodo sede di capitale).&lt;br /&gt;Il conflitto con Roma anche dal punto di vista culturale è evidente sotto questo profilo, basti pensare che nel momento della fondazione della prima biblioteca pubblica inglese ad Oxford il bibliotecario prese l'Index librorum prohibitorum come consigli per gli acquisti. &lt;br /&gt;La riforma luterana&lt;br /&gt;Fino al '500 lo spazio europeo è uno spazio unico, un mercato uniforme per libri e stampatori, soprattutto libri religiosi e di studio pubblicati in latino, lingua franca letta ovunque, con la riforma luterana cambia tutto: il mercato prevalentemente unico diventa sempre più diviso in base alle linee linguistiche e religiose. Nel 1517 Lutero denuncia il papa e la chiesa di Roma, secondo Eisenstein (La rivoluzione inavvertita) la riforma non ci sarebbe stata o per lo meno sarebbe stata molto diversa se Lutero e i suoi non avessero utilizzato intelligentemente la stampa: cambia l'ottica della comunicazione per fare proseliti e indottrinare chiunque avesse una minima cultura, Lutero scrive di nuovo in tedesco sia i pamphlet che le opere letterarie che la bibbia stessa (nasce addirittura una letteratura polemica scritta su pamphlet stampati). Da questo momento cominciano a costituirsi le lingue nazionali standardizzate, il mercato sovranazionale si frantuma in piccoli mercati locali in modo anche drammatico: guerre, contrasti, massacri (notte di S.Bartolomeo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fragnito, La Bibbia al rogo: i cattolici per molti secoli non poterono leggere il Vecchio e il Nuovo Testamento da soli, i protestanti a partire dal '500 sì; addirittura fino al 1750 non esisteva nessuna traduzione approvata e quelle non approvate vennero allora messe al rogo (es. la bibbia di Diodati, 1641, che era stata diffusa a cura dei protestanti italiani). In generale si crea in questi anni una spaccatura fra sud cattolico (Italia, Spagna) e nord protestante (Inghilterra, Germania, Olanda...), in cui circolavano le bibbie in lingua e che rappresentano una significativa perdita di mercato per i librai e stampatori del sud; la Francia resta divisa fra cattolici e ugonotti per un lungo periodo di guerre civili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venezia a causa di questa prima separazione del mercato decade, anche perché i tedeschi smettono di comprare anche le opere in latino (grammatiche, testi universitari) nella quantità precedente, malgrado Venezia non sia certo mai stata una roccaforte papale, anzi. Ad ogni modo alla metà del '500 cede il passo alle stamperie dei Paesi Bassi.&lt;br /&gt;Anche Lipsia decade, a causa delle persecuzioni degli stampatori protestanti, a favore di Wittenberg, sede di una recente università (1500). In generale, grazie a Lutero e alla riforma, la superiorità dei torchi del nord su quelli del sud diventa meno netta.&lt;br /&gt;A causa delle guerre di religione anche in Francia l'industria editoriale incontra dei problemi: molti stampatori lionesi calvinisti devono emigrare in Svizzera, a Ginevra, presso Calvino; inoltre la fiera di Lione perde peso rispetto a quella di Francoforte.&lt;br /&gt;In Italia dopo il Concilio di Trento si riprende l'editoria religiosa, con la stampa della nuova bibbia e di tutta una letteratura di opere pie. Riprendono forza anche le stamperie cattoliche fuori d'Italia (Germania del sud, Colonia, Anversa), al punto che la stampa nei paesi cattolici supera e mette in crisi quella dei paesi protestanti.&lt;br /&gt;Nell'Olanda settentrionale, liberatasi dal giogo spagnolo, fiorisce l'editoria protestante e si pubblica teologia, filologia, carte geografiche e atlanti monumentali, edizioni di autori classici ricercati dai letterati di tutta Europa (Elzevir). Si stampano e diffondono anche copie pirata degli autori inglesi francesi e tedeschi con false indicazioni di luogo. &lt;br /&gt;dalla metà del Seicento&lt;br /&gt;Si sviluppa in questo periodo una crisi prima larvata poi aperta causata in parte dalla divisione del mercato europeo nei mercati nazionali, in parte dalla diminuzione generale della ricchezza e della disponibilità economica: gli editori si appoggiano a libri di sicuro e rapido smercio: romanzi cavallereschi in lingua nazionale e simili. Nasce una guerra di contraffazioni che causa la rovina di molti editori, per esempio ad Anversa. In Francia la lotta è fra Lione e Parigi, e la fondazione di nuove stamperie alla fine viene limitata per legge.&lt;br /&gt;È questo il momento del Libro Olandese, che fa da tramite agli intellettuali di Francia, Germania e Inghilterra, nazioni che fra loro si ignorano. In particolare Amsterdam diventa il secondo centro dell'editoria francese subito dopo Parigi.&lt;br /&gt;I paesi slavi&lt;br /&gt;Dal 1470-80 comincia a diffondersi la stampa a caratteri mobili a Cracovia e Praga, ma il vero problema è la Russia: i caratteri cirillici vengono fusi veramente tardissimo (inizi '800) e fino a quel momento le classi alte russe leggono in latino poi francese, mentre quelle basse per il poco uso che fanno della lettura usano testi manoscritti.&lt;br /&gt;Boemia&lt;br /&gt;Centri fondamentali Pilsen (1468) e Praga; nella prima si stampa il primo libro in lingua ceca, un testo non religioso molto bello pubblicato da un anonimo. In generale si sviluppa velocemente una discreta industria, non sufficiente però a soddisfare le richieste del mercato, per cui si ricorreva all'importazione.&lt;br /&gt;Il cinquecento è l'età dell'oro dell'editoria cecoslovacca, con pubblicazioni laiche e religiose ad altissimo livello, decaduto nel secolo successivo e rinato solo col settecento.&lt;br /&gt;Polonia&lt;br /&gt;Cracovia è l'unica città ad avere laboratori tipografici nel XV secolo perché capitale, città universitaria e centro culturale (incrocio fra Ungheresi, Cechi, Ucraini, Bavaresi, Slesiani, Alsaziani e Franconi) ma nel resto del territorio non si sviluppa per tutto il secolo. Il primo libro stampato è l'Explanatio in Psalterium e la figura fondamentale è Swiatopolk Fiol di Franconia, grande produttore di letteratura liturgica slava. In seguito Fiol viene scacciato e diventa primate Johann Haller di Franconia, il primo ad assumere su di sé la figura di libraio stampatore ed editore, fu anche mecenate per molti intellettuali. Infine Florjan Ungler stampatore del primo libro polacco pervenutoci e il primo ad adattare alla stampa la lingua parlata dalla gran massa dei polacchi.&lt;br /&gt;Dalla metà del cinquecento le officine tipografiche nascono ovunque in Polonia con la Riforma: è l'età dell'oro, che decade nel secolo successivo e si riprende solo col settecento.&lt;br /&gt;Jugoslavia&lt;br /&gt;Tutta la zona slava meridionale deve il suo sviluppo soprattutto a Venezia, da cui arrivano torchi, libri e stampatori, a parte la Croazia che risente della vicina Cecoslovacchia. In molte zone, però, la produzione è limitata a libri liturgici e stamperie dalla vita effimera.&lt;br /&gt;Russia&lt;br /&gt;La stampa dovrebbe risalire più o meno al 1553, il primo esempio datato è del 1563-4. Fin dall'inizio fu appannaggio e preoccupazione esclusiva dello stato e della chiesa, con il problema dei caratteri cirillici. Il primo funzionario che sottoscrisse un libro a stampa è Ivan Fedorov, a cui risalgono i primi libri liturgici e il modello unico a cui rifarsi fino al seicento. Dalla metà del XV secolo cominciarono ad essere stampati anche libri profani.&lt;br /&gt;La maggior parte della produzione, quella per gli strati più bassi della popolazione, rimase cmq in forma manoscritta almeno fino al settecento inoltrato.&lt;br /&gt;Fuor d'Europa: Nuovo mondo protestante&lt;br /&gt;I padri pellegrini portano e insediano la stampa nelle prime colonie inglesi, la prima nel 1638 a Cambridge, dopo grandi peripezie, e solo dopo 40 anni nel resto del paese. Resta a lungo un'arte strumentale e povera, non ha nessuna grande espansione e resta sempre legata all'informazione e all'ambito liturgico, i libri veri e propri vengono importati dalla madrepatria per tutta la produzione più corposa in ampiezza e impegno culturale o scientifico.&lt;br /&gt;La stampa si diffonde veramente solo nel settecento con la comparsa dei giornali, indispensabili in un territorio così ampio e dispersivo: ogni stampatore produce anche almeno un giornale, di cui spesso è editore e redattore; a questo punto dello sviluppo, però, i nordamericani dimostrarono di sapere ben distribuire e coordinare le stamperie sul territorio, seppure vasto.&lt;br /&gt;Nuovo mondo cattolico&lt;br /&gt;La stampa arriva attraverso i missionari gesuiti soprattutto quindi si occupa di religione e catechismo + qualche pubblicazione d'informazione. Gli stabilimenti più grossi stanno a Città del Messico prima di tutto, poi a Lima e in tutti i più grandi insediamenti missionari. Tutto il resto viene importato dalla madrepatria e l'introduzione di libri di fantasia è teoricamente vietata, nella pratica tollerata.&lt;br /&gt;Importanza della stampa e diffusione dei libri cavallereschi nell'epica delle conquiste.&lt;br /&gt;Estremo Oriente&lt;br /&gt;I primi a diffondere la stampa a caratteri mobili nelle colonie africane e asiatiche sono i portoghesi, che fin dal 1515 esportano libri in Abissinia, e quindi in tutte le altre zone d'influenza: Goa, Macao, il Giappone. I sovrani portoghesi spediscono gli esploratori con casse di libri, in India la stampa a caratteri mobili comincia dal XVI secolo, anche se all'inizio si stampano solo libretti di preghiere e catechismi, solo dal seicento cominciano i contatti con gli intellettuali del luogo.&lt;br /&gt;In Cina e Giappone la diffusione della stampa a caratteri mobili è più difficoltosa perché si stampava già con caratteri di legno adatti all'uso degli ideogrammi. Le prime stampe giapponesi sono ricercate da collezionisti ed eruditi come grandi preziosità. In Cina invece arrivò all'inizio del seicento una raccolta unica di testi della cultura europea grazie ai gesuiti, e si conservò fortuitamente in mezzo ai cataclismi dei quattro secoli successivi, arricchendosi dei doni delle altre missioni. La biblioteca doveva servire a tradurre in cinese le principali opere della cultura europea, e l'impresa venne cominciata con un'enciclopedia matematico-scientifica, ma il cambiamento brusco di dinastia interruppe l'esperimento; così accadde ad altri esperimenti simili nei secoli successivi, poi con l'arrivo della colonizzazione inglese e americana, mossa da minore ammirazione per le realtà locali indebolite, questi scambi alla pari smisero del tutto sostituiti dall'impero culturale inglese.  &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Il Libraio (ovvero: i modi della diffusione del libro come merce)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Uno dei problemi della stampa d'Ancien Regime era l'assorbimento lento della produzione: prima bisognava far passare la notizia della pubblicazione, poi l'opera e aspettare le lettere di cambio eccetera. Al contrario adesso in libreria si trovano solo i libri del momento, mentre quelli rari, che resistono più facilmente nel tempo sono libri da catalogo che fanno magazzino e sono gestiti direttamente dalle case editrici.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Le tirature&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sin dagli inizi della stampa non c'erano grossi problemi tecnici a impedire alte tirature, eppure difficilmente gli editori tentavano imprese rischiose soprattutto all'inizio a causa del problema fondamentale: l'assorbimento lento.&lt;br /&gt;Le prime stampe in Italia (Giovanni da Spira) si aggirano attorno alle 100-150 copie per mandata, non di più, addirittura Schweynheym e Pannartz tentano 250-275 copie, infatti lamentano grosse difficoltà nella diffusione e devono spostarsi a Roma.&lt;br /&gt;È a partire dal 1460-70 che le tirature cominciano ad aggirarsi attorno alle 1000 copie (Vindelino da Spira, Leonard Wild).&lt;br /&gt;Intorno al 1480 il mercato comincia a organizzarsi: emergono i primi editori internazionali (Koberger), diminuisce moltissimo il prezzo dei libri e aumenta la cifra media delle tirature da 4-500 crescendo.&lt;br /&gt;Le 1500 copie vengono raggiunte sin dal 1490 e da allora la cifra delle tirature sembra stabilizzarsi per molto tempo intorno alle 1000-1500 copie, numero stabile anche per opere di grande successo per non rischiare: la bibbia di Lutero viene stampata e diffusa rapidamente in 4000 copie ma insomma è un “caso editoriale”. Nella seconda metà del secolo un grande editore come Plantin stampa intorno ai 1250-1500 esemplari e solo eccezionalmente ha tirature minori o maggiori (solo libri scolastici e liturgici, bibbie...).&lt;br /&gt;Le cifre restano simili nel seicento che si tratti di Corneille, Boileau o Grozio, ancora gli unici libri che superano regolarmente i 2000 esemplari sono libri religiosi o scolastici.&lt;br /&gt;Ancora nel settecento superano le 2000 copie solo eccezionalmente le opere di grande fortuna (l'Encyclopédie in 4250, le opere dei philosophes).&lt;br /&gt;Nb che anche in Italia oggi le cifre purtroppo non sono molto diverse.&lt;br /&gt;Il trasporto&lt;br /&gt;In generale bisogna inoltre considerare che a ogni singolo libraio venivano spedite poche copie per ogni opera stampata, per velocizzare i ritorni e assicurare l'assorbimento a partire dal cinquecento fino al seicento, con un lieve aumentare in ragione dell'aumentare del numero degli esemplari prodotti per tiratura.&lt;br /&gt;Inoltre il libro è merce preziosa ma anche pesante e ingombrante: forti spese di trasporto che gravavano sul prezzo finale; i libri venivano spediti in balle di fogli sciolti dentro botti – sistema non privo di problemi perché spesso i commessi di magazzino facevano confusione.&lt;br /&gt;I libri erano anche merci fragili, che soffrivano facilmente del trasporto in battello o col carro soprattutto per l'acqua e le intemperie. Per non parlare delle complicazioni che aggiungevano guerre, pirati, cambiamenti di mezzi di trasporto, molto frequenti per raggiungere la Francia o le Americhe dall'Olanda per esempio. Era comodo che un agente dell'editore sorvegliasse sul posto alla giusta ripartizione del carico.&lt;br /&gt;Grosse difficoltà c'erano anche al momento del pagamento: il sistema bancario non era pronto agli scambi internazionali e prevedeva solo contanti (scomodi), baratti (soprattutto in Germania, ma col tempo si rivelò poco comodo restavano degli invenduti ecc.) o lettere di cambio. Le lettere di cambio venivano spesso mosse in modo triangolare, con complicazioni grosse quando superano i tre passaggi e vengono commerciate e scambiate; successivamente si passò alle girate bancarie.&lt;br /&gt;Oltretutto in caso di interruzione del commercio fra due paesi molti editori rischiavano di fallire, trascinando con sé una catena di altri: spesso si preferiva aiutarsi che reggere a un fallimento, almeno fin al diciottesimo secolo.&lt;br /&gt;Gli agenti e i librai&lt;br /&gt;Il primo sistema per far conoscere e smerciare la propria produzione a stampa era quella degli agenti mandati dagli editori in città grandi e piccole a pubblicizzare la produzione, spesso con dei feuilles d'annonce a stampa che la riproducevano. Gli agenti erano quindi l'equivalente del mediatore, del distributore attuale. es. Decio Sandron, padovano, agente di una libreria di Venezia fonda una casa editrice in Sicilia nell’ottocento.&lt;br /&gt;Questi feuilles si trasformarono velocemente in cataloghi, per i quali non esiste un corrispettivo moderno se non nei cataloghi online degli editori o nei cataloghi dei librai antiquari: non c'è differenza fra libri appena usciti e libri già “vecchi”, ci si possono trovare tutti i libri a magazzino dall'inizio dell'attività. I cataloghi giravano con gli agenti, appunto, ma venivano anche  mandati ad altri librai, stampatori e agli intellettuali: in breve a tutta la società delle lettere, come risulta dagli scambi epistolari del sette-ottocento in cui il catalogo emerge come canale di informazione personale.&lt;br /&gt;Un altro sistema di acquistare libri era la raccolta di associazioni o sottoscrizioni, cioè raccolte preventive di adesioni all'acquisto che garantivano all'acquirente un certo sconto e servivano all'editore per avere una prima liquidità con cui coprire la prima parte delle spese ma era anche una prima indagine di marketing. Naturalmente si faceva soprattutto per opere importanti e costose, spesso in molti volumi. Talvolta poteva succedere che l'editore non si sentisse abbastanza coperto o che la produzione si bloccasse per altri motivi, e non c'era da parte dell'acquirente nessuna possibilità di rivalersi – c'erano anche quelli che scappavano con la cassa, addirittura venivano fondate società apposta. Era un discreto problema, ma troppo utile per edizioni raffinate e costose, particolarmente quelle con incisioni e simili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Naturalmente era conveniente per gli agenti frequentare le città nel momento della fiera, per incontrare una maggior quantità di pubblico e mercanti interessati. Col tempo alcuni agenti impiantarono botteghe stabili nelle città di maggior smercio. Il mercato librario si organizza rapidamente nel quattrocento con grandi editori autonomi e associazioni di piccoli e medi editori uniti nella necessità di farsi conoscere e vendere. es. a Venezia la “Nicolaus Jenson sociique” riesce ad avere agenti in molte città italiane. Con il costruirsi del mercato le tirature aumentano e diminuisce il prezzo dei libri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Naturalmente nelle città più grandi e più ricche c'erano anche le botteghe di libraio, spesso lui stesso stampatore se non addirittura editore. I librai prima di tutto erano intellettuali che conoscevano la produzione del periodo ed erano tanto più bravi quanto più conoscevano il mercato e i gusti o le necessità del cliente, le librerie erano un luogo di ritrovo.&lt;br /&gt;Le fiere&lt;br /&gt;Ben presto però si rivelò importante anche partecipare alle fiere, un sistema sicuro e comodo di vendere, incontrarsi, scambiarsi libri e commissioni, regolare debiti e crediti; alcune si specializzarono per settore: nel nostro caso ci andavano librai, fonditori di caratteri, editori, venditori di inchiostri o torchi, stampatori, venditori ambulanti ecc., c'era anche commercio al minuto e in generale si regolavano i conti fra i commercianti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La più importante fu la fiera di Lione; la città era di per sé un centro tipografico importante, a cui si aggiunge un'ottima posizione commerciale sia per le vie di mare che per quelle di terra, mette in comunicazione la Spagna, la Germania e l'Italia e quindi l'Oriente e infine l'Inghilterra. Era quindi già rilevante per altri commerci e la monarchia francese li incoraggiarono con politiche di apertura e protezione dei mercanti, sgravamento dai dazi ecc. Le fiere si tenevano due volte l'anno per 15 giorni e occupavano vie e piazze. Alla fine del periodo di vendita ci si incontrava per regolare i conti con lettere di cambio e contanti. Lione diventa anche centro finanziario importante, vi si trasferiscono molti banchieri italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'altra fiera fondamentale è quella di Francoforte. Centrale per la Germania si occupava di ogni genere di merce e anche se la stampa vi si sviluppa tardi gli agenti dei grandi librai la frequentavano già da tempo con grande profitto: non passa molto tempo perché diventi il centro di riferimento anche dei fonditori e degli incisori di caratteri. È un crocevia di ogni genere di personaggi: autori, letterati in cerca di lavoro, editori, fonditori, rilegatori, librai. Inizialmente è il polo di riferimento per la produzione libraria cattolica e dei macchinari, ma col tempo si regionalizza come fiera del libro tedesco e nell'ottocento, nonostante il paese non esistesse ancora, i cataloghi della fiera di Francoforte rappresentavano il corrispettivo della produzione annuale tedesca: l'identità nazionale tedesca si forma in qualche modo prima sui libri che come stato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un'altra fiera importantissima è quella di Lipsia, di tradizione editoriale antica (1479) ma che aveva incontrato alcune difficoltà nel primo periodo della Riforma: gli elettori avevano la sgradevole abitudine di bandire gli editori di fede diversa dalla loro. In questi casi il rifugio era la Svizzera, ma a partire dal 1697 circa gli elettori seguirono una politica di tolleranza sistematica, che permise a Lipsia di diventare il principale mercato delle edizioni tedesche non più solo protestanti (ma sempre più in lingua tedesca), a cui nel tempo si aggiunsero russi, polacchi e olandesi. Ma siamo già nel periodo della frantumazione del mercato europeo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di importanza fondamentale è la pubblicazione dei cataloghi delle fiere. Gli antenati di queste pubblicazioni precedono il 1470 nelle mani degli agenti, prima per un singolo editore poi per associazioni e gruppi più o meno grossi di piccoli editori. Ma presto si rende utile e necessario stampare cataloghi che riuniscono tutte le opere disponibili a Francoforte o a Lipsia nel periodo della fiera.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La pubblicizzazione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il problema fondamentale era la conoscenza del prodotto, la pubblicità e la comunicazione che avveniva:&lt;br /&gt;1.    attraverso il rapporto con i librai, la gente, la comunità intellettuale; c'erano alcuni eruditi che funzionavano da canale d'informazione per gli intellettuali di tutta Europa (es. Peiresc, i fratelli Dupuy).&lt;br /&gt;2.    in Europa i primi giornali sono riviste sui libri, giornali bibliografici. Il primo è il Journal de Savants che dal 1665 (con la committenza di Colbert) raccoglie mensilmente informazioni sulle scoperte e pubblicazioni scientifiche e non in Francia, dandone spesso anche la recensione. Venne tradotto in Italia e Germania, anche in latino, e dette impulso a tutta una serie di pubblicazioni dello stesso tipo in Francia e soprattutto in Olanda, da cui arrivavano le informazioni e le idee dei philosophes e dei pensatori inglesi.&lt;br /&gt;3.    le varie bibliografie nazionali, che nascono intorno alla metà del '600 in Francia e hanno grande sviluppo in Inghilterra, utili soprattutto ai librai.&lt;br /&gt;4.    gli agenti&lt;br /&gt;5.    si sviluppò anche un fiorente commercio di libri d'occasione: una volta duravano di più, venivano considerati oggetti da rispettare e alla morte di studiosi o letterati senza eredi le loro biblioteche venivano acquisite in blocco dai librai d'occasione o messe all'asta per i gusto (e le lotte) dei bibliofili e degli specialisti. Se ne occupavano sia i bouquinistes che i librai ambulanti, ma anche librai specializzati.&lt;br /&gt;6.    i commercianti ambulanti o Col Porteurs che portavano libri nelle città piccole e nelle campagne fin dal quattrocento; oltre a libriccini, abbecedari, lunari e effemeridi portavano con sé articoli di merceria, pronostici, immagini sacre.&lt;br /&gt;    es. Un ricordo attuale resta nel Premio Bancarella di Pontremoli, che ricorda appunto un'attività tipica dei librai di Pontremoli e Montereggio: partivano con giare piene di libri, almanacchi, lunari ecc e per una stagione andavano a venderli in giro per il mondo&lt;br /&gt;    es. la casa Remondini di Bassano del Grappa utilizzava gli abitanti di Tesi per diffondere le loro opere: si sono trovate tracce dei libri portati dai tesini fin nelle Americhe meridionali, portavano soprattutto immagini sacre, calcografie, libretti illustrati.&lt;br /&gt;Soprattutto in alcuni momenti della storia questo commercio ambulante serviva a distribuire opere proibite (talvolta ancora manoscritte): es. nel periodo della controriforma, prima del 1789 e durante il risorgimento,&lt;br /&gt;    es. Luigi Dottesio impiccato dall'Austria nel 1751 perché libraio sovversivo.&lt;br /&gt;In momenti in cui stampatori e librai si trovavano senza lavoro divenne lucrativo vendere questo genere di articoli, soprattutto quelli proibiti, a volte molto costosi. Era anche molto difficile fermare questi traffici per il loro carattere ambulante, imprendibile.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Privilegi e contraffazioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nei primi tempi della stampa non c'era bisogno di dividersi i libri da stampare: ce n'erano così tanti da bastare per tutti, inoltre non conveniva agli editori ancora deboli farsi la guerra fra loro.&lt;br /&gt;Dal cinquecento però si pone il problema dei libri di nuova edizione: la concorrenza si fece più aspra, produrre un libro appena uscito (magari a minor prezzo) era molto vantaggioso e rendeva bene. Questo sistema indeboliva gli editori più attenti e intraprendenti, che quindi presero a rivolgersi alle autorità perché concedessero loro dei privilegi, monopoli della stampa di determinati testi; probabilmente i primi furono degli editori milanesi nel 1481. In Francia il sistema dei privilegi venne utilizzato dal re per tenere sotto controllo le stamperie e accentrarle a Parigi mettendo in difficoltà quelle provinciali; negli altri paesi, meno centralizzati, le istituzioni ebbero maggiori difficoltà a controllare il mercato, anche perché non esistevano trattati o accordi internazionali.&lt;br /&gt;Finché il mercato si mantenne ricco e in grado di assorbire la produzione gli editori cercarono di evitare scontri aperti (sempre a causa delle guerre di contraffazioni) e rovinose cadute perché era un mercato strettamente interconnesso, ma con il seicento il mercato si restrinse e si frazionò, divennero meno vendibili gli articoli “sicuri” di una volta (grandi pubblicazioni religiose) e si diffuse la letteratura in volgare, le pubblicazioni scientifiche, i primi giornali – tutto questo parallelamente a una crisi editoriale e a una generale scarsità monetaria. Soprattutto tra Francia e Olanda si creò una guerra di contraffazioni che mise in gran difficoltà gli editori parigini e alla fine vide vincere gli olandesi, che divennero secondo polo editoriale in lingua francese, esportavano perfino a Parigi grazie alla carente legislazione internazionale in termini di privilegi e diritti d'autore.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La censura&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La censura è il controllo da parte delle istituzioni e del potere sia laico che ecclesiastico dei mezzi di comunicazione che cooperano alla formazione dell'opinione pubblica. Nasce in seno alla chiesa cattolica e assume forme differenti sia rispetto al secolo che rispetto al sistema politico in cui vivono.&lt;br /&gt;Si può parlare di censura preventiva, repressiva, auto-censura ecc. in generale è il controllo della scrittura o dei suoi contenuti.&lt;br /&gt;L'importante per noi è come questa condiziona la scrittura e la circolazione dei libri. Periodicamente sono stati stilati elenchi di libri proibiti in un certo stato, il più noto è l'Index librorum proibitorum ma anche negli ultimi anni del fascismo ('38) esisteva un elenco di libri da non stampare né diffondere, ovviamente in gran parte scritti da autori ebrei; in realtà tutti gli stati, sia protestanti che cattolici, da sempre (e ancora oggi) controllano la stampa, sia libraria che giornalistica – che è poi quella che fa più paura: infatti i libri li leggono solo gli intellettuali, i giornali anche il popolo.&lt;br /&gt;Già da prima della Riforma i papi avevano intuito il pericolo insito nella stampa (per quanto essa potesse essere utile nell'opera di evangelizzazione) e a poco a poco si diffuse l'idea che ci fosse bisogno di un controllo preventivo su ogni pubblicazione: nasce la censura preventiva, ovvero un ufficio in cui dei censori o revisori devono visionare qualsiasi testo prima della pubblicazione.&lt;br /&gt;    Dall'inizio del XVI secolo in Germania l'imperatore tentò di controllare la pubblicazione dei libri con una commissione imperiale che, passata in mano ai gesuiti, tentò di bloccare il commercio di libri protestanti con il risultato di favorire la fiera di Lipsia a spese di Francoforte e senza veri risultati sul piano del controllo.&lt;br /&gt;    In Francia invece il re attraverso il sistema dei privilegi (dal 1563) riuscì a tenere ben sotto controllo ogni nuova pubblicazione, anche se i libri proibiti sono così tanti che i librai li tengono lo stesso, rischiando. Inoltre la decisione di Colbert di limitare il numero degli stampatori determinò la rovina dell'editoria provinciale e in generale dell'intero paese, a tutto vantaggio degli editori clandestini e contraffattori che si inseriscono in questo mercato e creano catene di vendita ben organizzate e lucrative, appoggiate dalle autorità stesse che dovrebbero controllarle. In generale la censura preventiva e repressiva non funziona gran che, in questo periodo.&lt;br /&gt;Nella coscienza dei letterati non esisteva cmq già da prima l'idea che ci potesse essere libertà di espressione a mezzo stampa, fin dall'inizio (‘5-6-700) era normale il controllo dell'autorità sulle opere per la correttezza filologica. Il censore, d'altra parte, è un intellettuale, fa parte di quel mondo culturale da cui, talvolta, nasce l'eresia stessa. Di conseguenza la consapevolezza del diritto di manifestare il proprio pensiero è molto lenta, particolarmente in Italia.&lt;br /&gt;La censura varia in intensità a seconda delle necessità dello stato, e se generalmente vede alleati trono e altare ci sono stati casi nella storia di divergenze anche pesanti es. Pellico il cui libro (Le mie prigioni) Metternich chiede alla chiesa che sia censurato, ma essendo esempio di virtù, sopportazione e pietà cristiana non può esser messo all'indice.&lt;br /&gt;Gli strumenti che la Chiesa di Roma attua ai fini del controllo sono: la Congregazione  del Sant'Uffizio (n. 1542) e la Santa Inquisizione.&lt;br /&gt;L'Inquisizione esisteva già prima del Sant'Uffizio ma a un certo punto viene centralizzata a Roma e diventa Suprema, cioè centrale rispetto alle altre congregazioni. Ha come compito il controllo dell'ortodossia religiosa e delle coscienze, quindi immediatamente entra in rapporto coi libri e controlla possesso, uso e ovviamente scrittura di libri proibiti. Ricordiamo il caso di Menocchio, mugnaio friulano della fine del 1500, condannato a 15 giorni di prigione per aver posseduto due copie del Decameron: superiore alla modica quantità per uso personale.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Index librorum proibitorum&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel 1571 si forma la Congregazione dell'Indice, cioè una commissione di cardinali incaricata di stendere l'elenco dei libri proibiti.&lt;br /&gt;È un elenco da cui non vennero tolti libri (potere dei vescovi e del papa), salvo qualche piccola revisione sotto Pio XII (Lambertini); riporta autore e opera incriminata (con un'indicazione in corsivo della data e luogo della condanna) senza altre indicazioni perché ovviamente è proibita qualsiasi edizione o traduzione del testo, ne è proibita la scrittura pubblicazione vendita lettura, teoricamente sono libri che avrebbero anche dovuto essere bloccati alla dogana dello Stato della chiesa; è inoltre indicato che sono proibiti donec corrigatur, in effetti sono in molti a correggere le opere, la paura e l'autocensura durano a lungo, anche per la lunga alleanza di trono e altare anche per questi casi.&lt;br /&gt;All'inizio ovviamente non si occupava solo dei libri dei contemporanei, ma in drammatico furore teologico espunse anche molte opere classiche: il Decameron, Giovenale, Properzio, Marziale, Ovidio, Orazio ecc.: vengono eliminate le opere che potrebbero traviare i veri fedeli parlando male della chiesa o dei regnanti, insegnando cattivi costumi ecc. Col passare del tempo venne inserita tutta la tradizione illuministica (Encyclopédie, Voltaire, Rousseau, Diderot...) e in generale quasi tutta la tradizione letteraria francese, Dostoevskij non c'è solo per cause meccaniche: pochissimi sapevano il russo, venivano esaminate soprattutto opere in francese (7-8000 in totale), latino, tedesco (lingua dei filosofi e dei giuristi) e poche inglesi. Quando un libro usciva veniva denunciato e quindi esaminato dalla congregazione romana, se condannato veniva inserito nell'indice e nei casi più gravi seguivano processi, come quello a Galileo Galilei e a Giordano Bruno – se veniva considerato non pericoloso riceveva l'imprimatur, eliminato dai testi italiani nel 1861. Il buon cattolico, ovviamente, non doveva leggerli pena la scomunica nei casi (e nei momenti) più gravi, addirittura per leggere Machiavelli ci vuole la dispensa papale, per altri basta la licenza da parte del vescovo (es. Manzoni nel 1820 chiede al papa la dispensa per tutti i libri proibiti che aveva in biblioteca).&lt;br /&gt;Questa impostazione così aggressiva è tipica della chiesa riformata, fortemente militante e repressiva.&lt;br /&gt;L'Index porta in copertina una xilografia che riporta una scena degli atti degli apostoli, quando questi chiedono ai cristiani di portare i libri di magia allora molto diffuse e le bruciano. I roghi di libri sono stati effettivamente fatti non solo nell'ambito della chiesa cristiana. Cfr Storia della distruzione dei libri&lt;br /&gt;Quando si diffonde negli stati la libertà di stampa il potere proibitorio diminuisce: Gioberti, prete condannato per i suoi scritti dice che più che altro è propaganda.&lt;br /&gt;La Congregazione dell'Indice viene sciolta nel 1917 e passa i suoi poteri alla Congregazione del Sant'Uffizio, che si occupa soprattutto di questioni filosofico-religiose e per esempio condanna Gentile e Croce, ma ha potere reale solo nello Stato della chiesa, per il resto dipende dai legami politico-diplomatici con gli altri stati, es. Venezia nel Seicento si trova a difendere Paolo Sarpi e non Pietro Giannone per differente opportunità politica, es. ad inizio ottocento la maggior parte degli stati preunitari adotta l'Indice in virtù del legame fra trono e altare.&lt;br /&gt;Nel 1966 vengono eliminati anche i poteri dell'Indice, che diventa una vaga indicazione morale. Solo l'Opus dei continua a diffondere l'Indice oggi.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Libertà di pensiero&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ancora a metà settecento questa consapevolezza è indietro: la prima richiesta della libertà di stampa risale al 1644 con l'Areopagita di Milton, un appello che usava il riferimento alla tradizione ateniese nel momento delle rivoluzioni inglesi.&lt;br /&gt;In Italia bisogna aspettare l'inizio dell'ottocento con Gaetano Filangeri, giurista illuminista che scrive nella Scienza della legislazione che non è che non ci siano libri malvagi, ma il Tribunale della Pubblica Opinione deciderà quali opere sono buone e quali pessime – è un'ingenuità ma nel 1783 se lo può permettere. Le prime due formulazioni ufficiali sono nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 (ma un'espressione larvata si trovava già nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo americana: “la stampa è libera”) che diceva c'è libertà di opinione, per quanto tutte le costituzioni derivate stabiliscono una censura piuttosto repressiva: la stampa è libera salvo reati d'opinione, aboliti molto recentemente – naturalmente tutto questo è piuttosto ambiguo, e l'ambiguità si protrasse particolarmente in paesi come l'Italia, dove c'era libertà di religione ma il vilipendio alle istituzioni coinvolgeva anche quello nei confronti della chiesa cattolica (e quindi esaltazione di altre religioni come contestazione delle realtà cattoliche), religione di stato fino al concordato di Craxi.&lt;br /&gt;Ad ogni modo l'importante è che si arrivi alla consapevolezza del diritto, del principio ideologico, per quanto subito disatteso: fino al 1848 (es. secondo lo Statuto Albertino per un certo periodo in Piemonte c'è libertà di stampa eccetto calunnia e vilipendio, per i quali può intervenire il sequestro da parte della magistratura) non esiste libertà di pensiero da nessuna parte, anzi viene attuata la censura preventiva.&lt;br /&gt;Il fascismo e lo stesso regime comunista non hanno mai messo in discussione la libertà di stampa per principio perché non ce n'era bisogno, il controllo era più raffinato e più sottile (o più pesante), ma insomma c'erano molti altri strumenti utili a questo fine:&lt;br /&gt;1.    prima di tutto l'autocensura,&lt;br /&gt;2.    il MinCulPop attua un sistema di finanziamenti, sovvenzioni e agevolazioni ovviamente dirette solo verso gli editori vicini al regime e tutti tranne due o tre si adeguano&lt;br /&gt;3.    vengono attuati sequestri improvvisi soprattutto di giornali, che ne impediscono la riuscita editoriale e quindi la sopravvivenza&lt;br /&gt;4.    alla fine, dal 1938 si arriva a un controllo più severo, si stila un elenco di autori che non possono pubblicare, soprattutto ebrei. Croce, per quanto personaggio scomodo, continua a pubblicare grazie alla sua visibilità internazionale&lt;br /&gt;Oggi stampa e tv sono libere, ma i loro editori? Cfr Berlusconi e “l'editto bulgaro”. Ci sono principi costituzionali ma anche forme di controllo che hanno a che fare con finanziamenti e mercato, che operano una censura ben più operativa attraverso auditel e classifiche di mercato: la censura dell'editore. Ovviamente l'editore privilegia chi vende di più, e poi ci sono forme di finanziamento da parte di banche che privilegiano i marchi più noti o appoggiati o con buone garanzie es. ministeriali per le Edizioni Nazionali. È una forma di autocensura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-5047255418676860447?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/5047255418676860447/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=5047255418676860447' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/5047255418676860447'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/5047255418676860447'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/04/la-geografia-del-libro-il-libraio-e-la.html' title='La geografia del libro, il Libraio e la Censura'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-3809047387375618405</id><published>2008-04-30T01:53:00.000-07:00</published><updated>2008-04-30T02:01:49.086-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia della stampa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia dell&apos;editoria'/><title type='text'>Storia della stampa: nascita e figure</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Storia della Stampa e dell'Editoria&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Dall'attività individuale degli amanuensi si passa ad un'articolazione del lavoro di tipo imprenditoriale con la bottega fornita di lavoranti e precise richieste di manoscritti: i cartolarii nelle grandi città universitarie (innanzitutto Bologna e le città inglesi) dal 1000 in poi. Per imprenditoriale si intende promettente finanziariamente: si occupano di libri i mercanti, gli intellettuali, gli insegnanti, gli aristocratici (cfr iscrizione in Santa Croce di Vespasiano da Bisticci, cartolaro)... ci si occupa di manoscritti commerciali, bibbie miniate ecc.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Le teorie sulla nascita&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Motivi che rendono utile e necessaria la nascita della stampa:&lt;br /&gt;1.    Necessità per l'aumentare della domanda, produzione in serie più rapida e meno costosa. (interpretazione classica) Legato all'aumento della qualità della vita e quindi della necessità di avere un'istruzione&lt;br /&gt;2.    Necessità filologiche: esigenza dell'umanesimo legata al nuovo sviluppo dell'identità dell'autore del testo, della sacralità del testo (poter commentare, mutare o tagliare a pezzi), della proprietà del testo: con l'umanesimo nasce la necessità di riportare il testo alla volontà originale dell'autore. (interpretazione letteraria)&lt;br /&gt;Nb: il testo stampato è fisso, immobile, stamparlo chiude la possibilità di modificarlo e separa nettamente testo e glosse; nello schermo del computer come nel manoscritto il testo è mutevole, fluido.&lt;br /&gt;3.    Necessità dell'alto: istituzioni e poteri (Stati e chiesa) hanno bisogno di mettersi in relazione con i fedeli e i sudditi: la stampa dà questa possibilità immediata. Per esempio Schweynheym e Pannartz nel 1463 fondano la prima tipografia in Italia a Subiaco (grande monastero benedettino ricco di testi) ma falliscono; si spostano quindi a Roma, dove incontrano maggior successo perché il potere ha bisogno di loro per l'informazione e la costruzione del consenso, infatti i primi stampati ad alta diffusione sono avvisi o fogli volanti, fogli per le indulgenze (cfr Martin Lutero); (interpretazione di Petrucci: mentre Febvre e Martin sono entusiasticamente sicuri della positività della cosa, lui è più dubbioso). Nello stato laico, soprattutto se grande e complesso come l'impero i fogli stampati prendono in gran parte il posto dei banditori, diventano importanti anche nei grandi mercati e nelle fiere. Ad ogni modo le prime tirature difficilmente vanno esaurite perché l'organizzazione della produzione dei copisti era talmente elevata da avere copie sufficienti anche senza la stampa: i libri in realtà bastavano! Inoltre l'avvento della stampa non cancella la produzione e la vendita di manoscritti: fino all'ottocento resiste la produzione in serie dei manoscritti con il loro mercato particolare.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;La nascita del libro (L'apparition du livre)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;1.    La Storia del Libro: da interesse di bibliofili ed eruditi diventa mezzo per lo studio culturale e intellettuale&lt;br /&gt;2.    Bibliologia: in Italia un panorama desolante. Il libro arriva in Italia nel 1976 (18 anni dopo la prima edizione) grazie a Petrucci, dopo questa data si comincia a parlare di libro e stampe come parte di un processo sociale complesso ed articolato. Sconcerto per l'allargamento di orizzonte dei bibliotecari: da esterna e descrittiva a interna e storica, perfino retorico-letteraria&lt;br /&gt;3.    Ideologia e Metodo: positivismo bibliofilo di Febvre  e Martin, che considerano il libro (oggetto, valore, testo) come un fattore indifferenziato dal tempo, dalla società, dalla funzione e dalla fruizione – sottilmente mistificante, in realtà è oggetto del dominio dell'uomo sull'uomo&lt;br /&gt;4.    Dal Manoscritto alla Stampa:&lt;br /&gt;a)    passaggio che investe la produzione, non il prodotto perché i manoscritti sono sempre fonte del testo e della forma&lt;br /&gt;b)    i lettori di professione (università, scienziati, umanisti) erano soddisfatti dalla produzione 'industriale' nella forma dei cartolarii con la tecnica a foglio intero&lt;br /&gt;c)    i lettori borghesi sarebbero stati soddisfatti ancora per secoli dalla produzione manoscritta&lt;br /&gt;⇒ non sono esigenze di pubblico – piuttosto si tratta di esigenze di pubblicità, comunicazione e prodotti non librari da parte di istituzioni pubbliche, religiose o laiche,&lt;br /&gt;i prototipografi si rivolgono ad un pubblico tradizionale in forme tradizionali (abbreviazioni, lettere gotiche, 2 colonne fitte...)&lt;br /&gt;5.    Libro e Potere: piccole officine tipografiche nomadi in cerca di capitali si spostano dal 1475 verso i grandi centri urbani e si trasformano in ditte organizzate e fornite di capitali + collegamento col settore pubblico in ragione di dipendenza e subalternità: committenza: finanziamenti: controllo; la stampa è strumento di potere e del potere&lt;br /&gt;6.    in Italia:&lt;br /&gt;a)    Firenze: libro popolare e di devozione a larga diffusione ( alfabetizzazione diffusa, religiosità savonaroliana, tradizione manoscritta volgare e popolare) ma senza margini, incisioni xilografiche, poche pagine, formato ridotto&lt;br /&gt;b)    Napoli: libro di lusso manoscritto (corte aragonese) Giovanni Maria Cinico, Mattia Moravo, Francesco del Tuppo → influenze oltremontane + sintesi autonoma + pop - ma per quale pubblico?&lt;br /&gt;c)    Roma: produzione variegata ma destinata ai turisti di passaggio, non al popolo (semicolto), infatti difficilmente in volgare&lt;br /&gt;7.    Didattica e Apprendimento: fino a quel momento quasi esclusivamente orale (tavolette cerate, fogli volanti) ORA diventa scritto e basato sul libro + uniformazione dei processi didattici + possibilità di controllo diretto (es. Gesuiti). Nasce il libretto da mano (Manuzio, Enchiridion), un modo di leggere comodo, disimpegnato tipico del borghese.&lt;br /&gt;Cfr McLuhan: la cultura tipografica     e la cultura manoscritta&lt;br /&gt;Appercezione visiva&lt;br /&gt;lettura silenziosa&lt;br /&gt;omogeneizzazione degli schemi mentali&lt;br /&gt;omogeneizzazione degli schemi culturali    Appercezione sensitiva&lt;br /&gt;lettura ad alta voce&lt;br /&gt;diversità particolari&lt;br /&gt;8.    Cfr controllo e censura controriformistica sulla stampa: blocco delle opere protestanti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nb: Quando si parla di mondo ci si riferisce al nostro continente perché le cognizioni che abbiamo si riferiscono praticamente solo all'Europa. In Corea già molti secoli prima del 1400 venivano usati caratteri mobili in argilla e probabilmente non c'era stata comunicazione con Gutenberg, per quanto a questo proposito ci siano scarse notizie sull'attività sia di Gutenberg che di altri, in particolare qualcuna di più per il più famoso, che si suppone essere stato il primo; ad ogni modo in Germania la era l'invezione era matura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intorno alla metà del XV sec si profila la differenza fra Ars Naturaliter Scribendi e Ars Artificialiter Scribendi, quest'ultima caratterizzata dalla produzione in botteghe artigiane in cui dal '400 al '700 non ci sono grosse modifiche nella modalità di produzione. Cambia con l'applicazione del modo di produzione industriale alla stampa periodica: 1814 esce il giornale Times come informazione popolare, nello stesso periodo un'applicazione importante sono le liste che diffondono i morti napoleonici. In Europa si sviluppano innanzitutto i fogli volanti, poi i libri e infine i giornali, negli USA pochi libri e moltissimi fogli volanti e giornalismo ben prima di un vero sviluppo editoriale librario. Nel primo ottocento (interregno) coesistono il giornale stampato con la macchina a vapore e il libro impresso col torchio. La frattura cmq sta fra la produzione artigianale (Ancien Régime Tipographique [Chartier]) e quella industriale imprenditoriale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Le funzioni sociali del libro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Editore (ovvero: Il libro: una merce pp.129-154)&lt;br /&gt;Il termine deriva da EDO = mangiare oppure mandare fuori, rendere pubblico (cfr giochino di Tommaseo che nel secondo ottocento sottolinea la voracità degli editori che mangiano a spese degli scrittori, tema ricorrente fra gli autori cmq).&lt;br /&gt;Nel Dizionario della lingua italiana pubblicato a Bologna nel 1821 il vocabolo non esiste, neanche EDITOR nel senso latino né in dizionari di lingua latina.&lt;br /&gt;Nel Dizionario di Padova di Carrer viene definito “colui che ha cura di rivedere e dare alle stampe l'opera altrui” =&gt; quindi più simile all'editor inglese o revisore&lt;br /&gt;Nel Vocabolario della lingua italiana del 1861 viene definito come “quel tipografo o libraio che stampa o fa stampare a proprie spese le opere altrui”.&lt;br /&gt;La differenza sta proprio nel “a proprie spese”: l'editore è in sostanza il finanziatore.&lt;br /&gt;In vocabolari recenti cfr: DeMauro “imprenditore, società o ente che pubblica libri, giornali, musicassette, videocassette e sim., o che produce informazione attraverso testate giornalistiche televisive; agg.: che svolge attività editoriale”&lt;br /&gt;            su google “la società o persona responsabile della pubblicazione di un libro o documento bibliografico in quanto finanziatore =&gt; diverso dall'editor anglosassone&lt;br /&gt;cfr anche www.aie.it = Associazione Italiana Editori, che ne dà una definizione per negazione.&lt;br /&gt;Il prezzo di costo&lt;br /&gt;Nella fase manoscritta i costi di produzione derivano da: copista, carta, stilo, inchiostro; un processo molto costoso soprattutto all’inizio.&lt;br /&gt;Con l’invenzione della stampa i costi si abbassano ma è ancora una faccenda piuttosto dispendiosa:&lt;br /&gt;il TORCHIO era forse quello che incideva meno: valeva pressoché quanto un set di caratteri nuovi, e per di più i torchi si potevano affittare per somme relativamente modeste;&lt;br /&gt;la CARTA costa moltissimo (51% del totale o addirittura di più, con una proporzione stabile fino al ‘700): viene prodotta dagli stracci ma quella da stampa deve essere raffinata =&gt; con solo stracci di cotone bianco lavorati con acqua dolce depurata dal calcare; inoltre il torchio “mangia la carta”.&lt;br /&gt;i CARATTERI MOBILI (prima: libretti xilografici) sono prodotti colando in una matrice del piombo fuso con leghe varie ma avevano una serie di problemi: se provenienti da artigiani diversi potevano risultare diversi, inoltre si usuravano con una certa facilità e andavano rinnovati spesso. Inoltre per parecchio tempo vennero prodotti quasi esclusivamente in Germania quindi c'erano anche tutti i costi dovuti a dazi e trasporti.&lt;br /&gt;gli OPERAI STAMPATORI non erano facili da trovare sul mercato, eccetto chiaramente i torcolieri, responsabili solo di azioni manuali. (cfr)&lt;br /&gt;Una volta radunato il materiale servivano però ingenti capitali perché produrre e smerciare regolarmente libri era un'attività che restituiva lentamente gli investimenti (spedizioni in giro per l'Europa ma anche ASSORBIMENTO locale LENTO) e il magazzino (vera ricchezza di un editore) era costoso, inoltre l'editore tolti salari dei lavoranti aveva pochissimo margine per sé e per altri investimenti.&lt;br /&gt;Ecco perché gli editori puntarono sempre a opere di sicuro smercio e tentarono di portare avanti più di un testo per volta, per recuperare qui quello che perdevano là.&lt;br /&gt;Il finanziamento&lt;br /&gt;Per tutti questi motivi c'era bisogno di un finanziatore capace di stanziamenti consistenti: nel 400 gli stampatori impegnavano il loro materiale, col rischio di perdere tutto o dover scappare lasciando debiti; nel 500 giravano di città in città, sperando di trovare un capitalista che investisse su di loro; nel 600 vivono alla giornata e sono ridotti in miseria dai sussulti del mercato.&lt;br /&gt;Generalmente l’editore era un libraio stampatore: fino alla metà dell'ottocento resiste il modello tradizionale della bottega artigiana con una vetrina e la bottega, nel retrobottega al massimo tre torchi e qualche operaio quando non è il libraio stesso a imprimere le pagine. Raramente si trovano imprese che riproducono questo modello in scala più ampia: i Remondini di Bassano del Grappa possedevano una cartiera, torchi e una libreria – un ciclo integrale di questo tipo permetteva un abbattimento dei costi notevole, infatti la ditta sopravvisse con alterne vicende per duecento anni: dalla prima stampa nel 1661 alla cessazione attività nel 1861.&lt;br /&gt;A volte il finanziatore era esterno alla bottega artigiana, in generale è facile che istituzioni laiche o religiose diventino finanziatrici, a volte come committenti, a volte solo interessati al soldo:&lt;br /&gt;    es. il finanziatore di Gutenberg era il banchiere Füst   &lt;br /&gt;    Es: Hagenau. Cittadina situata fra Strasburgo e Basilea, non lontana da Norimberga e Francoforte era città di tappa, quindi di passaggio per i tipografi, non distante dalle cartiere francesi e dai mercati che rappresentavano le grandi città; c'è anche una discreta quantità di mano d'opera a buon mercato. Ma l'unico stampatore che riesce a fare fortuna è quello (Gran) che trova un finanziatore stabile (Rynman) con cui si accorda sulla carta, sui caratteri e sul formato, che si accolla i rischi e gli fa ordini; ben presto Gran riceve commesse anche da altri librai e mette in piedi un'officina dalle metodologie industriali, i tipografi affollano la città che diventa un centro importante.&lt;br /&gt;    Es: Lione, già grande centro commerciale (e finanziario), sede di fiere frequentate 4 volte l'anno. È anche centro intellettuale grazie alla presenza di un ceto dirigenziale colto (la famiglia dei Borbone e in particolare il reggente dell'arcivescovo decenne, più tardi l'arcivescovo stesso) e di una colta. Nella città cresce l'impresa di Barthélemy Buyer, figlio di un ricco commerciante con la passione per la cultura che accoglie in casa un tipografo ambulante (Le Roy) e mette su un'officina attivissima che apre succursali in molte città francesi (Avignone, Parigi, Tolosa) con grande fortuna quasi dappertutto.&lt;br /&gt;    es. Vérard a Parigi da direttore di un'officina di copia di manoscritti si fa libraio-editore, cambiando in parte clientela ma curando anche edizioni di lusso stampate su pergamena; ha due negozi a Parigi e succursali a Tours e Londra. Cose simili per Koberger di Norimberga.&lt;br /&gt;    es. Jean Petit è il prototipo del libraio capitalista: figlio di macellai ma persona colta diventa il libraio degli studenti e diffusore delle idee dell'umanesimo, diventa presto centro di molte iniziative (economiche) a Parigi. È in contatto con uno dei principali tipografi dell'epoca: Josse Bade, del cui lavoro non ha l'esclusiva ma a cui affida le edizioni più importanti. Ha contatti in tutta la Francia fino alla Normandia e in Germania.&lt;br /&gt;    es. il papa dopo il fallimento di Subiaco era il finanziatore ufficiale di Schweinheim e Pannartz&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Dall'inizio del cinquecento i grossi editori-librai perdono l'abitudine di prendersi i tipografi in casa e preferiscono rivolgersi a quelli già insediati sul territorio, senza esigere il monopolio del loro lavoro ma procurando solo per se stessi alcune serie di caratteri, lettere ornate o illustrazioni che distingueranno il lavoro da loro commissionato.  &lt;br /&gt;I grandi librai cercano sempre di aprire grandi tipografie, in cui il lavoro è diviso in modo razionale e senza dispersione di forze, per guadagnare in costo e qualità del libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    es. Torresano a Venezia affida la direzione della sua officina a un povero dotto: Aldo Manuzio, che la trasforma nel più grande centro di produzione culturale dell'umanesimo. Quando Manuzio si trasferisce da Bassano infatti ne sposa la figlia e lo convince a INVESTIRE finanziariamente sul suo progetto (salvare ripubblicandole le opere della tradizione greca); dopo una grande fioritura nel cinquecento nel ‘600 decade e rinasce nel 1700 grazie ai finanziamenti aristocratici per i messali rossi e neri da vendere in Spagna.&lt;br /&gt;    es. Christophe Plantin ad Anversa nasce privo di beni propri e comincia a lavorare in tipografie. Quindi si stabilisce ad Anversa, intuendo la ricchezza del mercato e vivacchia fino a trovare dei finanziatori che lo lanciano: sale fino al segretario di Filippo II, che gli finanzia la bibbia poliglotta grazie alla quale si fa un nome e gli viene affidato il privilegio delle opere liturgiche per la Spagna (= monopolio + forma particolare di finanziamento: naturalmente questo pesa negativamente sull'industria editoriale spagnola). Nasce così la più grande manifattura di libri fino all'800.&lt;br /&gt;    es. la famiglia Giunta. Per eredità familiare nipoti, cognati e fratelli si occupano di smercio (e stampa) di libri in tutta Europa, in modi di volta in volta diversi.&lt;br /&gt;    es. alla metà del '700 il regno borbonico (Carlo III) fa pubblicare a buona tiratura le Antichità di Ercolano a scopi celebrativi e di lustro&lt;br /&gt;    es. ancora: durante il fascismo (1938) il libro unico per le elementari viene affidato ad un unico editore&lt;br /&gt;    es. il finanziatore può essere una società, come la Società Palatina (società di intellettuali che si auto finanziano) si occupa dell'edizione delle opere di Muratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisogna ricordare che oltre a questi grandi capitalisti la maggior parte del mercato era gestita da piccoli artigiani, magari riuniti in associazioni temporanee, in piccole società costituite appositamente per certe edizioni e simili. È piuttosto raro che un libraio-editore prenda su di sé anche il rischio della tipografia, è più comodo demandarla ad altri.&lt;br /&gt;Di solito i grandi librai sono i banchieri e le librerie commissionarie di quelli più piccoli, in base al sistema delle lettere di cambio triangolari.&lt;br /&gt;Non bisogna neanche dimenticare l'importanza che ebbero le istituzioni sia religiose che laiche come finanziatori di tipografi e editori grandi e piccoli, per opere singole o in base al sistema dei privilegi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'editoria contemporanea si registra una disfunzione (EDITORIA ASSISTITA) fra piccoli e medi editori: in Italia la maggior parte di loro non sono editori perché non si assumono alcun rischio editoriale ma vengono pagati dai singoli o dall'università o da istituzioni locali (province, comuni, circoscrizioni...): sono praticamente sol prestatori di marchio; anche la collana Lorenzo Valla, per dire, edita da Mondadori, è completamente finanziata dallo stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Autore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La rivendicazione degli utili sulla stampa delle opere dell'ingegno degli autori non era immaginabile prima dell'invenzione della stampa: ognuno era libero di copiare i manoscritti e sarebbe stato folle immaginare il contrario. Anche all'inizio della stampa lo stampatore non aveva il monopolio sulle opere che pubblicava e se lo scrittore non poteva provvedere a se stesso da solo ricorreva agli aiuti dei mecenati, facendosi riservare al momento della stampa, un certo numero di copie da mandare in dono a signori dotti con dediche lusinghiere in cambio (non richiesto ma atteso) di doni in denaro o in natura. Con il passare del tempo, però, il mercato delle edizioni dei classici si esaurisce e si moltiplicano le contraffazioni. Gli autori vivono di composizione nelle case editrici che li pubblicano o del tradizionale mecenatismo: fino al seicento è ritenuto poco onorevole vendere l'opera del proprio ingegno, ma poi dall'omaggio di alcune copie a piccoli doni si passa, con il XVII secolo a un vero e proprio pagamento in denaro, in alcuni (pochi) casi anche piuttosto ingente: il più delle volte gli autori vivono della vendita di prefazioni, del mecenatismo dei signori.&lt;br /&gt;Con il settecento cambiano ancora le cose quando gli autori vedono gli editori arricchirsi su libri che avevano pagato una tantum e da cui non ricevono più nulla mentre quelli si vedono rinnovare il privilegio di stampa in continuazione. Allora gli autori cominciano a farsi stampare le opere per conto proprio, suscitando ovviamente le ire degli editori, che ostacolavano con ogni mezzo lo smercio di opere pubblicate per conto dell'autore. Eppure, sotto il peso dell'opinione pubblica, questo sistema stava diventando generale in Francia, mentre in Germania nascevano delle cooperative di scrittori.&lt;br /&gt;In Inghilterra invece a partire dal 1710 la regina Anna riconobbe un diritto che era stato di fatto si dice fin dal seicento: il copyright del testo all'autore, l'esclusiva della stampa e della vendita per 14 anni rinnovabile ad altri 14 se è ancora vivo. Durante il secolo XVIII i prezzi aumentano e gli scontri fra librai ed editori finiscono sempre più spesso nei tribunali, difesi ad alterne vicende dalla corona.&lt;br /&gt;Con un decreto del 30 luglio 1778 gli autori godono di privilegi illimitati, gli editori di privilegi temporanei (10 anni) non rinnovabili se non con l'aumento di un quarto.  Nel 1793 la tutela giuridica acquisisce la figura attuale, in cui si parla effettivamente di proprietà che si può cedere in parte o del tutto e che continua dopo la morte in favore degli eredi per dieci anni.&lt;br /&gt;Il mestiere dell'autore non garantisce sempre una sopravvivenza agiata, anzi da allora è il mercato a decidere chi arricchire e si va inesorabilmente verso un decadimento della qualità a vantaggio della quantità di pubblico e quindi dell'opera .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema della tutela della proprietà intellettuale trova inoltre ostacolo nella reciprocità necessaria fra stato e stato per evitare complicazioni sia sul piano economico che intellettuale.&lt;br /&gt;    es. in Italia il diritto d'autore esisteva in tutti gli stati preunitari ma c'era reciprocità solo fra il Granducato di Toscana e lo Stato di Milano, nel regno borbonico vengono prodotte stampe pirata che danneggiano editori e autori settentrionali. Nel 1861 la legislazione viene unificata e si risolve il problema. Nascono le associazioni degli autori e degli editori e quindi la SIAE, libera associazione fondata il 23 aprile 1982 che riunisce gli autori italiani e da subito si definisce società per la tutela della proprietà intellettuale ed artistica.&lt;br /&gt;Questione della Convenzione Internazionale: l'Italia aderisce subito alla convenzione di Berna (1886), che la unisce a Germania, Belgio, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Haiti, Liberia, Svizzera, Tunisi (USA alla fine degli anni '90) nella spartizione e nella tutela dei diritti degli autori e degli editori. Segue immediatamente la rivoluzione industriale e viene applicato anche alla stampa in serie. Diventa un'unione per la protezione dei diritti degli autori, che godono in tutti i paesi dei diritti delle loro opere nella misura in cui i vari governi li concedono ai loro stessi cittadini. Normativa unica per tutti i prodotti dell'ingegno.&lt;br /&gt;In Italia è vigente ancora la legge del 1941 e il problema non è rilevante solo per il settore librario. Il diritto d'autore vale per la durata della vita dell'autore più 70 anni, esclusi gli accordi e le scritture private fra autori e case editrici.&lt;br /&gt;Si riesce a vivere della professione intellettuale solo essendo presenti sul circuito mediatico. Il mercato librario italiano è esiguo e coincide con il mercato dello stato italiano, per altro affetto da analfabetismo di ritorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Stampatore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Termine d'antico regime, ora tipografo o proprietario di uno stabilimento tipografico; stampatore per conto proprio o per conto di terzi, può essere l'editore o lavorare finanziato da altri. Fin dai primi anni le officine si caratterizzarono per efficienza e razionalizzazione dei sistemi di produzione, seppure gli operai stampatori sono sempre considerati lavoratori manuali. Sono comunque lavoratori sui generis a metà fra operai e intellettuali, infatti i primi sindacalisti e socialisti nascono nell'ambiente del libro&lt;br /&gt;Competenze in bottega: usare il torchio, i caratteri ecc. Lo stampatore sovrintende e organizza: es. Manuzio conosceva latino, greco ed ebraico per correggere le bozze.&lt;br /&gt;Inizialmente escono molti testi inaccettabili perché stravolti da stampatori ignoranti o inesperti, mentre la stampa dovrebbe essere garanzia di assenza di manomissioni errori ecc. Nascono allora le corporazioni che stabiliscono le regole per accedere al mestiere, i requisiti: es. un tot (6-8) anni di tirocinio presso botteghe già avviate, conoscenze specialistiche in ambito tecnico o intellettuale (greco, latino...). La prima corporazione è quella di Venezia (1548: l'Arte della Stampa, che dura fino al '700), nel 1557 nasce la corporazione di Londra, nel 1570 quella di Parigi, nel 1608 a Roma (insieme di stampatori e librai). Limitare l'accesso alla professione è utile soprattutto in momenti di crisi, è utile anche in caso di discussioni con le controparti come lo stato e le fratellanze operaie/sindacati (il primo sciopero presso Plantin nella seconda metà del 500, aveva un centinaio di operai) e serve a regolare il numero di apprendisti/operai non pagati. &lt;br /&gt;I lavoranti (pp. 156-166)&lt;br /&gt;Si diventa apprendisti dai 12 ai 25 anni, in genere fra i 15 e i venti, essendo figli di borghesi o lavoratori di vario genere, più spesso di stampatori. l'apprendistato dura dai due ai cinque anni, in cui si è incaricati di svolgere tutte le mansioni spicciole e minori dell'officina, spesso mal visti dagli altri lavoranti perché gli apprendisti, costando poco (vitto, alloggio, vestiti e pochi spiccioli) venivano assunti al posto dei lavoranti veri e propri.&lt;br /&gt;Una volta conquistato il brevetto l'apprendista diventava lavorante e partiva per un lungo viaggio attraverso l'Europa o semplicemente il suo paese, ospite di stampatori per imparare nuove tecniche, spesso sposava la figlia di un maestro ma più facilmente tornava nella sua città d'origine e si faceva assumere in una bottega.&lt;br /&gt;    Il proto era il capo officina, guida, controlla e paga il lavoro di torcolieri e compositori, corregge le prime bozze, sorveglia la pulizia dell'officina.&lt;br /&gt;    I lavoranti di coscienza sono quelli chiamati per lavori particolarmente delicati&lt;br /&gt;    I lavoranti a cottimo sono compositori e torcolieri, poi ci sono i correttori di bozze, a volte studenti, intellettuali, autori, più spesso i maestri o un membro della loro famiglia.&lt;br /&gt;Generalmente i lavoranti sono divisi in squadre, ma queste differenziazioni e divisioni ci sono solo nelle officine più grandi e organizzate, le più rare – nelle officine più diffuse non c'erano più di un paio di lavoranti e per grossi lavori aiutavano anche la moglie e i figli del maestro.&lt;br /&gt;La giornata del lavorante era molto dura: 10-12 ore di lavoro al lume di candela in officine semi-interrate, con obiettivi di rendimento altissimi e d'altra parte la paga non era necessariamente maggiore rispetto a quella di operai non specializzati e mansioni non intellettuali, talvolta addirittura minore.&lt;br /&gt;Inoltre gli operai vivevano una situazione estremamente precaria: in momenti di scarso lavoro potevano venir licenziati e ridotti in miseria – in officine che vivevano delle pubblicazioni dei tribunali la chiusura stagionale provocava disoccupazione stagionale. Per questo spesso i lavoranti si davano al traffico illecito di libri o al commercio sottobanco dei libri del proprio maestro.&lt;br /&gt;Le lunghe ore passate insieme, i disagi sopportati fanno dei lavoranti stampatori una classe coesa, orgogliosa della sua condizione e del suo status, pronta a creare fratellanze cittadine o d'officina spesso mal viste e ostacolate dai maestri, radice delle future associazioni e sindacati. Spesso deve intervenire lo stato a sedare le rivolte, in modo particolarmente evidente e precoce alla metà del XVI secolo, quando l'innalzamento dei prezzi abbassa il valore reale degli stipendi dei lavoranti che scioperano – assecondati più spesso da tribunali e comuni svizzeri piuttosto che dalla corona francese, sempre piuttosto dura e dalla parte dei maestri.&lt;br /&gt;Le lotte ottengono alcuni miglioramenti della vita dei lavoranti, nel tempo soprattutto rispetto alle condizioni di altri operai del tempo, ma restano misere e poche le possibilità di migliorare la propria posizione.&lt;br /&gt;Maestri: stampatori e librai (pp. 166-198)&lt;br /&gt;Non tutti i librai avevano un'officina, anzi quasi nessuno, ma la maggior parte dei tipografi teneva bottega di libraio e i maggiori reinvestivano gli utili nella pubblicazione di libri.&lt;br /&gt;Il maestro di stamperia si deve fare carico di molto lavoro: devono sorvegliare tutte le fasi della produzione (soprattutto la correzione delle bozze), occuparsi della bottega ed eventualmente cercare lavoro dagli editori per ampliare la propria attività.&lt;br /&gt;D'altra parte il libraio, soprattutto se è anche un editore deve scegliere i testi da pubblicare, mantenere i rapporti con gli autori, procurarsi la carta, fornirsi di stampatori e controllare il loro lavoro, preparare la vendita delle nuove opere e controllare che il negozio sia fornito. Deve anche, ed è suo compito principale, mantenere le relazioni con i corrispondenti esteri e di altre città, sia attraverso decine di lettere che con viaggi, in cui spesso è sostituito da segretari o parenti stretti.&lt;br /&gt;La necessità di riunirsi in corporazioni è spontanea anche nei maestri (editori, stampatori, librai), all'inizio solo per celebrare messe, scambiarsi informazioni, concordare uscite di libri e aiuti per i compagni finiti in miseria, poi, con il diminuire della ricchezza, per difendersi dalle richieste dei lavoranti e operai e dalla concorrenza di altri stati e città; le corporazioni si formano in tutti i paesi eccetto l'Olanda. Gli stati incentivano la nascita di associazioni e corporazioni per meglio controllare le pubblicazioni, e spesso mettono becco nella nomina di sindaci e assessori. In genere i lavoratori del libro costituiscono un piccolo mondo chiuso, all'interno del quale si nasce e si cresce (o si decresce, economicamente), all'interno del quale ci si sposa e da cui difficilmente ci si allontana, per prestigio soprattutto: librai e stampatori sfilano nelle processioni subito dopo i professori universitari, si imparentano con gioiellieri, possono aspirare ad acquistare titoli nobiliari, a diventare grandi imprenditori.&lt;br /&gt;STAMPATORI UMANISTI&lt;br /&gt;È pratica comune che in momenti di particolare fermento ideologico gli scrittori si avvicinino tanto alla pratica dell'edizione del libro per sorvegliarne la resa grafica e il rispetto della lettera del testo, ma in modo particolare questo avvenne durante l'umanesimo, quando molti studiosi e scrittori si avvicinarono agli editori proponendosi come correttori, alcuni addirittura diventando in proprio librai ed editori.&lt;br /&gt;    AMERBACH lavorava a Basilea, con l'ambizione di offrire al pubblico cristiano l'edizione corretta delle opere dei padri della chiesa.&lt;br /&gt;    ALDO MANUZIO dopo aver molto viaggiato si stabilisce a Venezia, dove gli si raduna attorno un circolo di umanisti (Ercole Strozzi, Pico della Mirandola, Poliziano, Erasmo, Emanuele Adramyttenos) da cui escono molte delle editio princeps del quattrocento, compresi molti classici greci grazie ai profughi cretesi e perfino molte edizioni di umanisti del suo tempo. Nel 1502 fonda l'Accademia Aldina, in cui ci si riunisce una volta a settimana per decidere chi stampare e quali manoscritti; anche qui partecipano molti grandi umanisti (Bembo, Alberto Pio, Erasmo).&lt;br /&gt;    JOSSE BADE lavora a Lione con un importante editore e alla sua morte si trasferisce a Parigi, dove diventa anche lui centro di riunioni di grandi umanisti (Budé, Beato Renano, du Bois ecc) che segnalano i manoscritti migliori ecc. In questo modo si formano le grandi edizioni e le grandi case editrici.&lt;br /&gt;Sorvegliare il buon andamento di un'officina tipografica è un lavoro sfibrante, a cui questi stampatori umanisti poterono attendere sacrificando  loro studi particolari.&lt;br /&gt;    SÉBASTIEN GRYPHE anche lui lavora a Lione, anche lui si occupa di classici greci e latini, di pubblicare e diffondere gli scritti degli umanisti (Erasmo, Rabelais, Alciato...) ma è anche un grande imprenditore: fornisce i libri scolastici a mezza Europa.&lt;br /&gt;A volte le pubblicazioni di libri scandalosi o eretici sono spinte dal desiderio di vendere molte copie, ma spesso è anche amore del sapere (es. Setzer pubblica gli scritti di Miguel Serveto), ma si corrono grossi rischi e gli inquisitori sono implacabili. In tempi di sussulti religiosi editori come Plantin sono costretti a conversioni e riconversioni e alcuni finiscono addirittura sul rogo. È il caso di Etienne Dolet che, dopo aver girato mezza Europa per i suoi modi “bruschi” e aver scampato la forca più di una volta, finisce sul rogo a causa dell'edizione di alcuni libri liturgici cattolici in terra protestante.&lt;br /&gt;SECOLO XVII&lt;br /&gt;A partire dall'inizio del 1500 il mercato editoriale attraversa una crisi dovuta sia a motivazioni macro-economiche sia alla saturazione del mercato che inaspriscono le condizioni di maestri e lavoranti, provocano scioperi e difficoltà di vario genere; nascono corporazioni, vengono pubblicate solo le opere di sicuro e ampio smercio. I nuovi editori sono mercanti (poche figure che si stagliano sullo sfondo ignorante: VITRÉ, MARTIN, PALLIOT, BLAEU) asserviti alla politica dei Gesuiti, bottegai pochissimo istruiti con nessun legame con gli autori – i quali, a loro volta, non si riuniscono più attorno all'editore ma in salotti, accademie, biblioteche. Solo gli eruditi conservano rapporti stretti con stampatori e librai per le edizioni particolarmente difficili.&lt;br /&gt;I mestieri del libro sono irretiti da regolamenti sempre più precisi, sorvegliati dalla chiesa e da innumerevoli giurisdizioni laiche, ma le condanne sono in genere miti con gli editori e i librai, terribili con gli autori. Maggiori rischi anche per gli stampatori non protetti dalle consorterie, quelli che vivono alla giornata di pamphlet e contraffazioni.&lt;br /&gt;LIBRAI FILOSOFI&lt;br /&gt;Con il settecento la situazione cambia: divampano di nuovo le lotte religiose e ideologiche, la letteratura polemica, i giornali: nasce la figura dello stampatore giornalista come Pierre Rousseau, editore degli enciclopedisti prima a Liegi, poi a Bouillon, dove, insieme a Weissenbruch, stampa il Journal encyclopédique e in seguito con la Société typographique pubblica Voltaire, La Fontaine, Diderot, Helvétius, Mirabeau, Rousseau ecc.&lt;br /&gt;Questa è quindi la figura del nuovo secolo: un libraio filosofo attento conoscitore delle cose nuove, uomo di gusto che stampa per convizione e anche per interesse. Altro esempio è Le Breton, editore che ebbe una parte essenziale nella formazione dell'Encyclopédie, o i fratelli Cramer, anche loro ricchi ma impegnati nella diffusione delle nuove idee.&lt;br /&gt;In questo momento nascono anche, ad opera di grandi stampatori, innovazioni tecnologiche che migliorino l'estetica del libro: Baskerville incide i suoi sempiterni caratteri e inventa la carta velina, Bodoni a Roma e i Didot a Parigi danno il loro nome a nuovi tipi di caratteri.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8619299536096314257-3809047387375618405?l=lavorettarella.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lavorettarella.blogspot.com/feeds/3809047387375618405/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8619299536096314257&amp;postID=3809047387375618405' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/3809047387375618405'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8619299536096314257/posts/default/3809047387375618405'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lavorettarella.blogspot.com/2008/04/storia-della-stampa-nascita-e-figure.html' title='Storia della stampa: nascita e figure'/><author><name>laurettarella</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11732147349885361371</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8619299536096314257.post-6659787417660717724</id><published>2008-02-29T03:44:00.000-08:00</published><updated>2008-02-29T03:53:21.134-08:00</updated><title type='text'>Istituzioni di storia della filosofia</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Istituzioni di Storia della Filosofia:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;il Concetto di Causa nella filosofia Antica, Medievale e Moderna&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Definizione prima e generale: la causalità è una relazione di causa/effetto fra due termini in cui si suppone che per spiegare il secondo ci sia bisogno di ricorrere al primo e il secondo si spieghi a partire dal primo.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;Antico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Si parte naturalmente da Aristotele (Metafisica, I,1): “la sapienza è conoscenza delle cause”, ma il problema era già stato esposto prima, con la nascita della filosofia.&lt;br /&gt;La filosofia nasce nella cultura greca nel IV sec a.C. nelle colonie dell'Asia minore (Mileto, in particolare) con Talete, Anassimandro e Anassimene che per primi si pongono il problema di quale sia il principio primo dell'universo e quindi la causa delle cose tutte. Naturalmente la filosofia vive anche del confronto con altre culture: araba, ebraica, egiziana, mesopotamica ecc.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;MITOLOGIA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Forme di spiegazione causale si trovano anche nella mitologia (epica, lirica ecc), ma la svolta è data proprio dal cercare di dare delle risposte razionali. Prevale la continuità o la discontinuità? Bernard, ad esempio, è un continuista mentre Belgrado preferisce sottolineare la discontinuità in base ad un criterio formale: la mitologia è un racconto e come tale viene tramandato e considerato, mentre la filosofia fa affermazioni che hanno al loro centro il presupposto della veridicità e sono soggette a discussione: la filosofia pone il problema della veridicità del contenuto. La teologia rivelata, per esempio, non è filosofia perché si pone come narrazione e non come oggetto di discussione.&lt;br /&gt;Cfr     Omero, Iliade, XIV,200 sgg.: Oceano viene rappresentato naturalisticamente come un grande fiume (tutta l'acqua del mondo) e mitologicamente come dio, uno dei padri degli dei, quindi personificato; ne parla Achille: *** e allude a un processo di causa/effetto:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eccoti innanzi un alto fiume, il Xanto;&lt;br /&gt;di' che ti porga, se lo puote, aita.&lt;br /&gt;Ma che puot'egli contra Giove a cui&lt;br /&gt;né il regale Achelòo né la gran possa&lt;br /&gt;del profondo Oceàno si pareggia?&lt;br /&gt;E l'Oceàn che a tutti e fiumi e mari&lt;br /&gt;e fonti e laghi è genitor, pur egli&lt;br /&gt;della folgore trema, e dell'orrendo&lt;br /&gt;fragor che mette del gran Giove il tuono.&lt;br /&gt;    Omero, Iliade, XXI,190 sgg.: Era va ai confini del mondo per vedere e parlare con Oceano, ancora antropizzato:&lt;br /&gt;“E a lui la scaltra: Io vado&lt;br /&gt;dell'alma terra agli ultimi confini&lt;br /&gt;a visitar de' numi il genitore&lt;br /&gt;Oceano e Teti, che ne' loro alberghi&lt;br /&gt;con grande cura m'educâr fanciulla.&lt;br /&gt;Vado a comporne la discordia: ei sono&lt;br /&gt;e di letto e d'amor per ire acerbe&lt;br /&gt;da gran tempo divisi”.&lt;br /&gt;La filosofia distingue fra i rapporti naturalistici e quelli mitologici, anzi le prime filosofie nascono proprio per districarsi dalla narrazione mitica nei contenuti.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;PRIMI FILOSOFI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La vulgata dei libri di filosofia vuole che il problema della causalità nasca propriamente con Aristotele nella riflessione sul mondo attraverso fenomeni fisici concreti, ma già i milesii si pongono il problema della conformazione naturale e tentano di unificare i fenomeni fisici sotto l'unico principio dell'αρχὴ, il principio, appunto, la spiegazione unitaria. È difficile spiegare con precisione cosa sia l'αρχὴ per la distanza storica che separa noi dal loro linguaggio e loro dalla lingua delle prime opere filosofiche sistematiche. Abbiamo delle spiegazioni per esempio in Diogene Laerzio che nelle Vite dei filosofi racconta dettagli, tramanda frammenti e ne spiega in parte il significato.&lt;br /&gt;Αρχὴ     può essere l'inizio temporale, il principio&lt;br /&gt;        può essere l'origine unitaria di fenomeni differenti, il primo sforzo di spiegazione causale diverso dal mito&lt;br /&gt;Kelsen sostiene che le prime spiegazioni causali siano modellate in particolare sugli aspetti giuridici della società umana, per esempio Αιτια ha come suo primo significato l'imputazione di una colpa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella discussione su quale sia l'αρχη, l'origine e la spiegazione/causa dei fenomeni&lt;br /&gt;    Talete sostiene che sia l'acqua (in base all'osservazione: tutto ciò che vive è umido),&lt;br /&gt;    Anassimene l'aria (cfr fenomeni di condensazione e rarefazione),&lt;br /&gt;    Anassimandro l'απειρόν, concetto di difficile traduzione che viene da α privativo + περόν = confine, limite diventa qualcosa di infinito, illimitato). Simplicio tramanda che “[Anassimandro] rispetto a chi dice che il principio è unico, mobile e limitato sostiene che l'αρχη è l'elemento primordiale ed è illimitato, introducendo per primo il termine αρχη. [...] un'altra natura infinita da cui provengono tutti i cieli e i cosmi che sono in essi, qualcos'altro oltre i quattro elementi [...] la generazione avviene per separazione dei contrari in eterno movimento [...] i contrari, in tensione a causa del movimento, sono caldo, freddo, secco e umido [...] secondo necessità [...]”: elementi di origine diversa per spiegare l'inconcepibile.&lt;br /&gt;    Senofane (fine IV a.C.): la rappresentazione degli dei viene fatta in forme umane perché familiari: se i buoi avessero dei li rappresenterebbero in forma di buoi. “Fonte dell'acqua è il grande mare, e dei venti ecc ecc”: spiegazione naturalistica “il genitore”, termine mitico e antropomorfico.&lt;br /&gt;    Eraclito (V sec) (sempre dalle narrazioni di Diogene Laerzio: presentazione articolata) “il fuoco è l'elemento primordiale e le altre cose sono prodotte per rarefazione e condensazione, secondo la legge dei contrari [...] tutto scorre [...]”. I contrari sono Guerra o contesa e Amore, è un tentativo più articolato di spiegare le trasformazioni cicliche in cui domina la guerra; anche in Eraclito il linguaggio si richiama alla struttura sociale umana.&lt;br /&gt;    Ippolito (?) πολεμος di tutte le cose è il padre, di tutte è il re.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;ARISTOTELE&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; (384-322 A.C.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La metafora è sempre esistita in tutte le forme del linguaggio umano, ma generalmente viene usata coscientemente: in Omero è presa sul serio, è un linguaggio antropomorfico che spiega i fatti naturali e i loro processi causali.&lt;br /&gt;Uno dei grandi sforzi di Aristotele nella Metafisica è trovare il modo di fare che il mutamento (da uno stato a un altro, da una condizione all'altra della materia) sia oggetto di una scienza, in cui sia spiegabile in riferimento a qualcosa che non muta.&lt;br /&gt;Anche nel Vocabolario filosofico di Abbagnano, Le Long, nel Dizionario delle idee e nell'Enciclopedy of Philosophy si riconosce l'ambito in cui nasce la causalità è lo spiegare il cambiamento da uno stato all'altro.&lt;br /&gt;Legge: Aristotele, Metafisica, I, 980-1&lt;br /&gt;Parentesi sull'arte: nel Dizionario delle idee per spiegare cosa sia l'arte parte dal concetto di origine romantica (libera creazione) e solo in parentesi spiega che per i greci τεχνη sono tutte le attività originate da coscienza e ripetibili.&lt;br /&gt;            Nel dizionario filosofico a cura di Abbagnano la definizione generale è “ogni insieme di regole adatte a dirigere una qualsiasi attività umana”.&lt;br /&gt;In Aristotele l'arte è il giudizio generale che si forma dall'osservazione di molte esperienze e che permette di ripetere infinitamente e con gli stessi risultati quell'esperienza – è conoscenza degli universali.&lt;br /&gt;È sapiente chi conosce le cause delle cose, chi è in possesso di un sapere teoretico ed è in grado di insegnare, mentre chi fa senza conoscere gli universali che stanno alle spalle delle cose non è in grado di insegnare.&lt;br /&gt;C'è una differenza di grado, dove l'arte è a metà fra esperienza e scienza, poi corretta in opere più mature dove distingue fra ciò che nella produzione cambia in relazione alle diverse circostanze e ciò il cui prodotto a prescindere dalle circostanze rimane sempre uguale a se stesso. Mentre l'esperienza ci dà esempi limitati (la sensazione è un vero imperfetto) l'arte in seguito a diverse e molteplici esperienze dà conclusioni generali. È qualcosa che si applica alla pratica, alla conoscenza utile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conoscere è un conoscere causale quindi razionale nella misura in cui si basa solo sull'esperienza, ma cmq significa sapere perché e come sono le cose.&lt;br /&gt;In età contemporanea la fisica quantistica re-immette il sapere concettuale-causale nel concetto delle sue limitazioni, non sempre alla stessa causa (soprattutto in campo scientifico) segue lo stesso effetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aristotele enumera 4 classi di cause: materiale, formale, efficiente e finale. Queste sono specificazioni della sostanza globalmente intesa, che è dunque il vero principio o la causa dell'essere.     Nei processi naturali causa formale, efficiente e finale sono una cosa sola&lt;br /&gt;        nei processi artificiali le cause sono distinte fra loro.&lt;br /&gt;Le cause quindi sono identiche in tutti i processi non per numero, ma per analogia, ovvero tutte le cause di una certa classe stanno nello stesso rapporto con le cose di cui sono causa (bronzo:statua=legno:sedia ecc).&lt;br /&gt;Aristotele rileva come fossero già state intraviste dai precedenti pensatori: causa materiale ed efficiente dai fisiologi , causa formale dai pitagorici e da Platone, causa finale da Anassagora e da Platone; ma hanno insistito su una sola delle cause lasciandosi sfuggire le altre, non hanno spiegato bene come agiscono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nozione aristotelica di movimento è più ampia della nostra, che ne rappresenta solo una delle accezioni, quella di movimento locale, spostamento nello spazio di un corpo da un punto a un altro ed è una nozione di tipo solo quantitativo, mentre per Aristotele il movimento coincide con mutamento, include e privilegia le trasformazioni da uno stato all'altro e quindi ogni forma di sviluppo organico. Il movimento è il processo per il quale un ente in potenza si attua (ma non significa né essere in atto né essere in potenza). Esistono tre tipi di mutamento: secondo la sostanza, secondo la quantità, secondo la qualità e movimento locale che può essere naturale o violento. Anche il movimento locale è un’attuazione della potenzialità in quanto ogni oggetto in quanto terrestre p.e. ha in potenza la tendenza verso il centro della terra.&lt;br /&gt;Perché si verifichi un mutamento bisogna postulare una causa in atto che lo produca e che ne sia esterna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraverso il concetto di sostrato e il passaggio da privazione a forma Aristotele supera la difficoltà a parlare di non essere e di mutamento, perché dal non-essere che non può venir pensato si relativizza nella privazione di una caratteristica (la forma), passaggio da uno stato a un altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Causa materiale&lt;br /&gt;La causa materiale è la MATERIA, ciò di cui l'oggetto è costituito e che rimane nella cosa (il legno della sedia).&lt;br /&gt;Può essere considerata come un insieme di potenzialità che verranno fuori nel processo, contiene in potenza le caratteristiche della forma con una variabilità possibile; una delle spiegazioni dei mostri è l'indeterminazione della materia che domina sulla forma, non è un mondo perfettamente ordinato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Causa formale&lt;br /&gt;La causa formale o FORMA è il modello, l'essenza necessaria della cosa, l'insieme di caratteristiche morfologiche e funzionali necessarie a fare quell'oggetto con quelle specifiche caratteristiche (più i caratteri accidentali), non esiste materia che ne sia priva; è ciò che veramente compete all'oggetto, ciò che fa che un uomo sia un uomo e non un mostro e così via es. la natura razionale è causa formale dell'uomo.&lt;br /&gt;La materia contiene la potenzialità che verrà tradotta in atto (il seme dell'uomo ha in sé le caratteristiche specifiche dell'uomo: vivo, mobile, razionale – che verranno tradotte in atto al termine dello sviluppo, costituiscono la forma uomo ovvero contengono tutto ciò che fa sì che un uomo sia un uomo). La funzione è legata direttamente alla necessità, è il punto d'arrivo di processi graduali.&lt;br /&gt;Gli enti immutabili e non dotati di materia che formano la necessità assoluta corrispondono alla pura forma (?).&lt;br /&gt;La forma a titoli diversi precede l'inizio del processo: è elemento interno del processo, precede il fine nella mente dell'artefice ma il processo necessita che ci sia una causa efficiente che contenga in atto in quel senso preciso.&lt;br /&gt;La forma allora è sia iniziale (il compiersi delle potenzialità contenute nel seme o nella mente, l'attuazione di una funzione ) che finale (prodotto compiuto, ciò che uscirà), sono le caratteristiche previste e le caratteristiche finali dell'oggetto, è sinonimo di essenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni sostanza fisica è pensabile come SINOLO di materia e forma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Causa efficiente&lt;br /&gt;La causa efficiente è quella che dà inizio al mutamento o alla quiete, ossia ciò che origina qualcosa (il padre è causa efficiente del figlio).&lt;br /&gt;L'espressione “causa efficiente” ci viene dalla scolastica aristotelica, significa chiedersi “da cosa è prodotto l'oggetto in questione”, nel senso della causa motrice. Fra le varie classi di cause è la più vicina al nostro concetto di causa come ciò che precede e determina un effetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Causa finale&lt;br /&gt;La causa finale è lo scopo a cui una cosa tende (divenire adulto è la causa finale del bambino), ciò in vista di cui avviene il mutamento. La causa finale corrisponde all’esplicarsi di un ordine immanente in natura secondo il quale ogni processo si conclude sempre nello stesso modo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proporsi un fine è un termine non casuale, implica un'evoluzione.&lt;br /&gt;L'evoluzione procede da (?) la causa finale + causa motrice + essenza (= modello che presiede lo sviluppo o la produzione dell'oggetto; causa formale del processo).&lt;br /&gt;Tutto agisce in vista di un fine e vi è maggior finalità nella natura che nell'artefatto.&lt;br /&gt;La causa finale è esterna perché SARÀ atto, ma non è già presente nella causa motrice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le parti degli animali, I,1,639a-b: problema metodologico: conviene partire analizzando le cose che gli esseri animati hanno in comune (nascere, crescere, respirare, decadere e morire) oppure le differenze (camminano, strisciano, nuotano, volano)? E quindi risalire dagli effetti alle cause o dalle cause agli effetti?&lt;br /&gt;Successivamente spiegherà che nella conoscenza scientifica bisogna invertire il processo di conoscenza naturale per noi (effetti-cause) e quindi procedere dalle cause agli effetti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potenza e Atto&lt;br /&gt;L'ATTO corrisponde sia all’εντελεχεια (condizione di qualcosa che abbia raggiunto il proprio fine, che abbia attuato tutte le proprie possibilità) che all’ενεργεια (il processo dell’attuarsi, dell’esplicarsi delle funzioni proprie di un ente che abbia attuato la propria εντελεχεια).&lt;br /&gt;L’atto è forma compiuta sia come termine del processo che come inizio di un nuovo processo (perché crea i semi dell'atto a venire). L'atto è diverso dall'azione e piuttosto equivalente all'essenza, elementi stabili che in natura preesistono naturalmente e negli artefatti preesistono nella mente dell'artigiano.&lt;br /&gt;L'atto possiede priorità gnoseologica, cronologica ed ontologica nei confronti della potenza: la conoscenza della potenza presuppone una conoscenza implicita dell'atto di cui essa è potenza; l'atto è temporalmente prima della potenza perché il seme non può derivare che da una pianta già in atto; l'atto è ontologicamente superiore alla potenza perché costituisce la causa, il senso e il fine della potenza.&lt;br /&gt;La POTENZA esprime la possibilità e la potenzialità di qualcosa di trasformarsi in qualcos’altro.&lt;br /&gt;La potenza esprime una necessità, è una possibilità a senso unico (dalle uova di un'aquila nascerà necessariamente un'aquila). La necessità quindi costituisce la modalità fondamentale dell'essere e il suo principale strumento interpretativo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La coppia atto/potenza corrisponde a quella forma/materia, ma mentre quest’ultima dà conto della struttura statica del reale, la prima spiega dinamicamente i processi di trasformazione. I concetti di atto e potenza sono relativi e applicabili a molti ambiti della conoscenza e del sapere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La necessità&lt;br /&gt;In Fisica, II, 196a Aristotele indaga la relazione fra caso e necessità:&lt;br /&gt;Metafisica V,5 è dedicato alla nozione di necessità e come la si può intendere in riferimento agli enti eterni o immobili (motore immobile, non mutevole): si parla di necessità assoluta (cfr). Tommaso d'Aquino annotando questo luogo della Metafisica dà una spiegazione diversa: ciò che è necessario assolutamente differisce dagli altri necessari perché la necessità assoluta si riferisce a una cosa secondo ciò che essa è nell'intimo e nel prossimo, sia che si tratti della forma o della materia o dell'essenza stessa delle cose; es. gli animali sono corruttibili perché la loro materia è composta di contrari, ma negli animali ci sono altri elementi necessari, diciamo anche che un animale è necessariamente sensibile poiché ciò deriva dalla sua forma dunque è altrettanto necessario ciò che si riferisce all'insieme della natura animale: è sostanzialmente animata e sensibile, l'essenza è possedere vita e sensibilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Metafisica V,4: fra le altre cose necessarie c'è anche la dimostrazione (sillogismo) perché non è possibile che le conclusioni siano diverse da quelle che sono, e la causa sono le premesse. Il sillogismo è una necessità interna a noi, al nostro modo di pensare, il nostro procedere per costruire un senso – mentre le altre sono ortologiche(?), esterne a noi.&lt;br /&gt;Il sillogismo si muove da premesse universali e necessarie (tutti gli uomini sono mortali) a premesse particolari e necessarie (Socrate è un uomo) verso la conclusione (Socrate è mortale), che risulta implicita nella premessa. La soluzione riproduce le cose come stanno in realtà, la logica stabilisce i criteri del mio discorso, che è corretto nella misura in cui riproduce i nessi della realtà, secondo Tommaso impliciti nella necessità assoluta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fisica, II, 196a Aristotele indaga la relazione fra caso e necessità: fa rientrare nell'esperienza (a) i fatti che si riproducono sempre allo stesso modo (necessari e costanti) e (b) i fatti che si riproducono frequentemente, per lo più; nell'ambito del caso invece non rientra né la prima né la seconda categoria, sono fatti (c) che si riproducono come eccezioni di a e b in cui non c'è causalità, sono effetti della fortuna (che quindi esiste come possibilità).&lt;br /&gt;Evidenzia in questo modo una concezione statistica della realtà, che viene cioè valutata in base a un parametro quantitativo (non attento alle modalità interne) distinguendo fra ciò che avviene quasi sempre o sempre (necessità) da ciò che non avviene quasi mai (casualità).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;a     sono detti τυται, le cose certe    sono prodotti con intenzionalità     avvengono in vista di qualcosa (c. finale)&lt;br /&gt;b    sono αυτοματον, cioè la spontaneità       &lt;br /&gt;c     la τυχη ovvero il caso    sono prodotti senza intenzionalità&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt; In Fisica, II, 196b inoltre Aristotele tenta di distinguere (e accusa i presocratici [Democrito] di non averlo saputo fare) la finalità (a,b) come ciò che si produce con uno scopo sia per scelta: artefatti: intenzionalità cosciente, necessità condizionale; che senza scelta: natura: inconsapevole, agisce di fatto, necessità condizionata: appartiene, equivale a ciò che è eterno, cioè ciò che non muta e non può essere altrimenti.&lt;br /&gt;I Conimbricensi distinguono fra un fine interno alla natura e un fine esterno, per esempio nelle opere della τηχνή (= i prodotti dell'arte).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nelle Parti degli animali la finalità non viene più trattata come un concetto quantitativo come nella Fisica (ciò che accade sempre o quasi sempre), ma con un concetto meccanicistico, in termini di forma che si esplica nella funzione: es. l'occhio deve essere formato a quel modo per vedere (concezione intensionale in termini di essenza); le caratteristiche dell'uomo si sono formate così come sono perché erano presenti in potenza nella forma non a causa di un evento . La forma è necessaria ma alcune cose non sono finalizzato a niente e vi si oppongono alcuni elementi casuali non necessari e non finalizzati (finalità meccanica) – questo però succede solo nei corpi organici.&lt;br /&gt;Le parti degli animali, 640a: allusione non esplicita ad altre opere in cui avrebbe trattato queste cose.&lt;br /&gt;La necessità condizionale&lt;br /&gt;Per spiegare il prodotto finale sono necessarie diverse condizioni adatte, che da sole non sono sufficienti, è quindi necessaria anche la consequenzialità ( = successione temporale) delle azioni.&lt;br /&gt;640a,5 (dalla traduzione inglese di Ross &amp;amp; Smith): poiché è ciò che ancora deve prodursi, sia che si tratti della salute o dell'uomo, che in base a certi caratteri possono prodursi, perché ci siano degli effetti devono esserci anche gli antecedenti, ma gli antecedenti non rendono necessario che si crei l'effetto; l'esito non è scontato né necessario, sono necessarie le premesse, mentre le conclusioni non sono necessarie al processo.&lt;br /&gt;Necessità meccanica&lt;br /&gt;In Aristotele spontaneo (= αυτοματον) ciò che si dà da sé, non è obbligato/forzato ad essere ,  spontaneità significa assenza di forma, qualcosa che non segue la forma nella sua funzione di causa finale = assenza di intenzionalità, dove il modello di partenza è l'attuazione di una funzione (=finalità). es. in alcuni esseri organici alcuni elementi o caratteri sono finalizzati a qualcosa, altri non hanno funzione biologica, non determinano nessuna funzionalità, quindi sono casuali rispetto a ciò che è funzionale (es. il colore degli occhi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono anche processi che non rispondono a delle necessità, sono non finalizzati ma non si possono dire casuali in senso proprio: si parla di ma necessità meccanica e non finalizzata es. la corruzione: ogni essere organico dotato di corpo nel mondo sublunare subisce uno sviluppo, che risponde all'attuazione della forma e poi il decadimento e la corruzione (Aristotele non lo teorizza chiaramente), che è appunto una necessità meccanica, dal momento che i corpi sono degli aggregati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Necessità assoluta&lt;br /&gt;641b,15 Torna al concetto di finalità quantitativa e ricorre alla nozione di forma per spiegare la conformazione del cielo, ancora più necessaria di quando si parla di esseri viventi perché il cielo è caratterizzato dall'ordine, dalla perfezione del moto circolare e dalla precisione dei movimenti delle sfere rotanti che trascinano nel loro moto i pianeti, le stelle e la luna; inoltre è fatto di etere e quindi non soggetto a corruzione.&lt;br /&gt;Aristotele quindi distingue fra i fenomeni casuali terrestri e quelli ordinati celesti, sempre uguali a se stessi. Qualcosa di dovuto al caso (disordine) è presente nel nostro mondo ma qui c’è una concezione di ordine = necessità legata all’essenza delle cose es. i mostri si creano quando la materia non risponde alla forma e si crea un’eccezione alla norma quantitativa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La necessità assoluta è ciò che non può essere in modo diverso da come è, ed è principale sugli altri tipi storicamente o concettualmente (serve a capire gli altri tipi di necessità).&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;LUCREZIO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Tratta la primarietà dell'organo sulla funzione e l'idea della selezione naturale (già in Empedocle e derivate da Epicuro – sono idee diverse da quelle di Aristotele). L’armonia attuale del creato non viene da Dio ma è frutto della selezione naturale: scompaiono le specie non perfette.&lt;br /&gt;De Rerum Natura, IV, 822-857:&lt;br /&gt;Illud in his rebus vitium vementer avemus /te fugere…    Qui voglio che tu fugga a ogni costo quel vizioso ragionamento, ed eviti con ogni cautela l’errore di credere che il limpido lume degli occhi sia stato creato perché possiamo vedere; e per consentirci di muovere lunghi passi, le estremità delle gambe e delle cosce fondate sui piedi possano piegarsi; o, ancora, che gli avambracci siano congiunti ai bracci robusti, e ci siano date mani come ancelle ai due lati, perché possiamo compiere quanto occorre alla vita. Tutte le altre spiegazioni di tal genere, che gli uomini danno, stravolgono la verità con assurdo ragionamento, perché nessun organo si è formato nel corpo pr consentirci di usarlo, ma ciò che è nato genera poi l’uso. Né la vista fu prima che nascesse il lume degli occhi né l’esprimersi colla parola avanti che fosse creata la lingua precorse di molto il parlare, e le orecchie furono create ben prima che si udissero i suoni e insomma tutte le membra esistettero, io credo, prma che sorgesse il loro uso. Al contrario, azzuffarsi nella mischia della battaglia e lacerare membra e bruttare il corpo di sangue, furono molto prima che volassero i lucidi dardi, e la natura costrinse ad evitare le ferite prima che il braccio sinistro, educato dall’arte, opponesse a difesa lo scudo. E, certo, abbandonare il corpo stanco al riposo è più antico che le morbide coltri del letto, e spegnere la sete nacque prima dei calici. Si può credere dunque che in vista dell’uso siano stati scoperti questi oggetti, ispirati ai bisogni della vita. Ma sono a parte tutte quelle cose che, già prima formate, suggerirono poi la nozione della loro utilità. Tra queste in primo luogo vediamo i sensi e le membra; dunque più che mai sei lontano dal poter credere che per l’utile loro funzione siano stati creati.&lt;br /&gt;Abbiamo gambe per camminare, mani per servirci – tutte le cose sono invertite in base a un ragionamento stravolto: inversione del nesso causale! Nessuna cosa è nata per la sua funzione, è l’organo che crea l’uso; le membra esistevano prima che esistesse l’uso quindi non sono finalizzate all’uso che se ne fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De Rerum Natura, V, 420-82 e sgg.:&lt;br /&gt;Nam certe neque consilio primordia rerum/ ordine se suo quaeque sagaci mente locarunt    Ché certo non secondo un piano i princìpi del cosmo si disposero ciascuno a suo luogo con mente sagace, né davvero pattuirono i moti che ognuno dovesse produrre; ma perché numerosi e in molti modi i primi elementi, da tempo infinito sollecitati dagli urti e trascinati dal loro peso, sogliono muoversi e aggregarsi in ogni maniera, e tutto sperimentare ciò che possono produrre combinandosi fra di loro, quindi avviene che disseminati per età immensa, tentando ogni genere di aggregamenti e di moti, alfine s’uniscono quelli che, spinti insieme ad un tratto, di grandi cose divengono spesso i princìpi, della terra del mare del cielo e delle creature viventi.&lt;br /&gt;Quaggiù non si poteva scorgere allora il disco del sole volare in alto diffondendo la luce, né le stelle del vasto firmamento, né il mare, né il cielo e nemmeno la terra né l’aria, né alcuna cosa simile alle nostre; [segue]&lt;br /&gt;Ipotesi cosmologica: dal caos, ammasso di materia vien fuori il mondo: gli elementi non si distribuirono in base alla finalità, sono soliti vagare o aggregarsi fra loro in ogni modo ma alla fine alcuni elementi improvvisamente si aggregarono formando qualcosa che ha dato origine a grandi cose (mare, cielo…) quindi gli elementi causali sono il peso e il moto degli atomi non la finalizzazione né la necessità della forma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De Rerum Natura, V, 836-856:&lt;br /&gt;Multaque tum tellus etiam portento creare / conatast mira facie membrisque coorta    Anche molti prodigi a quel tempo si sforò di creare la terra, nati con volti e membra mirabili e strane: l’androgino, fra i due sessi né l’uno né l’altro, da entrambi lontano; esseri monchi dei piedi o a loro volta privi delle mani, e anche muti e senza la bocca, senza viso ciechi, e attratti in tutto il corpo per l’aderir delle membra, sicchè non potevano far nulla né muoversi da nessun lato né evitare un pericolo né prendere ciò che era necessario. Ogni sorta di simili mostri e prodigi generava, ma invano, perché la natura tolse loro di crescere, né poterono toccare l’agognato fiore dell’età né trovare cibo, né congiungersi nell’atto di venere. Molte cose, è evidente, devono concorrere negli esseri, perché riproducendosi possano moltiplicare le stirpi; anzitutto bisogna che ci siano alimenti, poi nelle membra passaggi per cui il seme genitale possa fluire dal corpo rilassato; e, perché la femmina possa congiungersi al maschio, devono entrambi avere ciò che ci vuole per scambiarsi mutui diletti.&lt;br /&gt;Molte specie viventi dovettero allora perire né poterono, riproducendosi, formare una discendenza.&lt;br /&gt;I mostri e la selezione naturale: la natura crea mostri, cioè esseri manchevoli di organi fondamentali poi però non ne permette la sopravvivenza o la permanenza sulla terra né l’espletazione di funzioni vitali e riproduttive quindi si estinguono&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;POI… FINALISMO VS SELEZIONE NATURALE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nell’ellenismo prevale il modello aristotelico della prospettiva di funzioni/finalità come elemento esplicativo della realtà.&lt;br /&gt;Galeno (131-201), in Le parti degli animali sviluppa la teoria aristotelica ed è il modello accettato dalla scolastica e dal cristianesimo fino al ‘5-600. In particolare il cristianesimo segue l’idea generale della finalità ad opera di Dio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con Cartesio inizia la rottura con il modello aristotelico: non rifiuta la presenza di cause finali ma introduce un’istanza di ordine epistemologico che riguarda il criterio di ri** nel mondo della fisica: Dio crea fini nel mondo a noi ignoti e dal momento che non li possiamo conoscere la fisica non se ne cura.&lt;br /&gt;    Il fisico deve attenersi a ciò che vede non deve ricercare cause finali (non servono a spiegare i fenomeni), deve attenersi alle cause meccaniche.&lt;br /&gt;    Non c’è finalità, l’unica necessità è di tipo meccanicistico.&lt;br /&gt;    Corrispondenza fra organo e funzione ma chi è manchevole di organi si estingue&lt;br /&gt;    Si creano degli organi e in base a come si sono formati hanno certe funzioni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella filosofia moderna da una parte si sviluppa la fisiologia cartesiana, dall’altra si crea una corrente anti-cartesiana anti-finalistica e anti-materialistica fra cui uno dei primi esponenti fu La Mettrie (1709-51), materialista che insistette sulla concezione epicurea a scapito di quella aristotelica&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pascal, Apologia: dimostrazione dell’esistenza di Dio dall’armonia degli organismi viventi e dalla perfezione dell’organico: da osservazione al miscroscopio / apologetica =  difesa della religione.&lt;br /&gt;1746 Diderot in Pensieri filosofici si esprime inizialmente con tesi deistiche, secondo le quali a partire dalla perfezione degli organismi si dà la prova dell’esistenza degli dei ma subito dopo nella Lettera sui ciechi a uso di coloro che vedono (1749) rovescia la concezione deistica e riporta la tematica della selezione naturale: sparisce chi non è perfetto. Poi ripreso da Lamark (finalistico) Vs Darwin.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Medievale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La nozione di causa efficiente nel cristianesimo&lt;br /&gt;In Aristotele la causalità efficiente è un termine poco elaborato, delle 4 cause è quella meno elaborata ma necessaria: ogni cosa è mossa da qualcos altro.&lt;br /&gt;Ciò che ad Aristotele interessava spiegare sono la forma e la materia nei modi che abbiamo visto. Come sappiamo ciò che muove (c. motrice) è la causa prima, motore immobile. Il processo causale non può risalire all’indietro all’inifino senza trovare un’origine logica, quindi A. pensa ad un motore immobile che spieghi il moto nel mondo: non muove per contatto ma come c. finale: attraendo verso di sé tutto ciò verso cui la realtà tende.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ALBERTO MAGNO&lt;/span&gt; (1206-1280)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Nella Metafisica (1262-70) coglie l’assenza di qualcosa nella teoria aristotelica e suggerisce che Platone abbia concepito qualcosa di diverso, una causa efficiente più simile al concetto cristiano nel Timeo.&lt;br /&gt;Altre soluzioni erano state trovate anche prima da un ebreo ellenizzato poi da Agostino eccetera ma questa prende piede in tutta la cristianità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alberto Magno individua due tipi diversi di causalità: la causa che induce un mutamento in senso proprio (causa motrice) e la causa che ha prodotto ogni cosa (causa efficiente). La causa efficiente, in quanto origine di tutte le cose compreso il motore e il mosso ha priorità cronologica rispetto alla causa motrice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;PLATONE&lt;/span&gt; (427-347 A.C.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il Timeo è l’ultimo tentativo di spiegare la relazione fra i modelli eterni e immutabili della realtà in base a cui la realtà si è formata.&lt;br /&gt;In altri momenti aveva spiegato come alla nostra realtà preesistessero degli archetipi, ma nel Timeo tralascia le spiegazioni precedenti e chiama in causa un argomento di tipo mitologico con una divinità (il Demiurgo) che foggia l’insieme di questo mondo sul modello delle idee: intende dire che (come Anassagora) non sono state leggi meccaniche ma un’intelligenza ordinatrice, inoltre sostituisce ad altre spiegazioni (Esiodo, i naturalisti) una prospettiva cosmologica di passaggio dal caos informe al cosmo. La materia delle origini è indicata come un ricettacolo (χωρα) da cui il demiurgo trae lentamente il mondo dei corpi usando le forme geometriche, nel donare la loro immagine per la creazione del mondo le idee non perdono nulla della loro trascendenza.&lt;br /&gt;p. 177    § 28 contrappone il mondo delle idee al mondo in divenire&lt;br /&gt;        § 28 b il demiurgo interviene sul mondo in divenire secondo il modello delle idee e vi organizza la realtà, per questo crea un mondo bello.&lt;br /&gt;La finalità positiva è data dal fatto che i valori bello/buono sono contenuti negli archetipi. Anche nella finalità aristotelica ci si riferisce a qualcosa che non muta ma con differenze evidenti: il modello in Aristotele è un modello organico, mentre nel Timeo ci si riferisce ad un artefice umano, idee e archetipi sono esterni rispetto al demiurgo, a sua volta superiore rispetto alle forme create per la capacità di vedere le idee. Il demiurgo è simbolo dell’intelligenza o del finalismo che c’è nell’universo, mentre la materia esprime la resistenza, la casualità che la ragione incontra nel tentativo di spiegare razionalmente il mondo (l’intelligenza del demiurgo persuade la necessità della materia – dove necessità in questo caso indica l’inesplicabile  resistenza all’ordine della casualità delle cose).&lt;br /&gt;p. 185     § 30 ipotesi dell’anima del mondo: la creazione è migliore se dotata di pensiero, e il pensiero sta solo in corpi dotati di anima, quindi il mondo ha un’anima.&lt;br /&gt;Al contrario secondo Aristotele l’anima è propria solo dei corpi organici (di fronte al modello mitico Ar. Cerca sempre di riportarlo a termini non mitici).&lt;br /&gt;Seguono paragrafi sulla composizione del mondo e su come il demiurgo lavorando su materia preesistente in disordine e vi sostituisce l’ordine.&lt;br /&gt;p. 193     § 33 per evitare la morte il demiurgo porta il mondo alla forma sferica ritenuta la più perfetta perché senza inizio né fine, dal centro equidistante da tutti i suoi punti e la più simile a se stessa, inoltre l’insieme non si muove (se non per una rotazione costante su se stesso), mentre le sue parti sono in continuo divenire di nascere e morire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui Alberto Magno vede qualcosa di più simile a quello che lui cerca, un modello di intervento compatibile con il Dio cristiano per la presenza del demiurgo, per l’idea di formazione consapevole, volontaria di tutto che ha come scopo l’oggetto migliore fatto divenire. Il motore immobile attirava a sé in quanto causa finale, non come causa efficiente.&lt;br /&gt;    È un modello che non si impone subito nel cristianesimo.&lt;br /&gt;    Introduce l’idea della discontinuità fra caos e cosmo (in divenire ma stabile e perfetto quanto più possibile).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel Timeo Platone distingue due nozioni di eternità che nel seguito (37d e sgg) esplica: eternità come fuori del tempo e eternità come tempo eterno. Il mondo creato dal demiurgo è eterno perché da quel momento non verrà meno, l’insieme resterà unito; il mondo diviene secondo la legge dei numeri;&lt;br /&gt;In generale il movimento è segno di mutabilità e corruttibilità, mentre il tempo segnato dal movimento degli astri è l’immagine sensibile più adeguata a esprimere la perfezione e l’eternità delle idee, ma rappresenta anche la misura ideale del movimento imperfetto del mondo corporeo.&lt;br /&gt;(…)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tempo è contrapposto all’atemporalità, l’assenza di tempo, l’essere sempre identici a se stessi in un eterno presente: l’espressione “è” si applica solo alla sostanza eterna, per contro “sarà” e “era” sono termini per ciò che nasce e progredisce nel tempo, per ciò che diviene, diverso da ciò che è fuori del tempo.&lt;br /&gt;È importante per l’applicazione al dio cristiano l’atemporalità, l’essere fuor del tempo, non mutato: per Aristotele l’eternità del tempo aveva senso in riferimento a movimento e mutamento (Fis 221b: il tempo è la misura del mutamento), gli esseri eterni in quanto eterni non sono nel tempo poiché il tempo non li avvolge e non ha su di loro nessun effetto. Il mondo è eterno (nel senso di durata indefinita, non atemporale): i processi che vediamo ci sono sempre stati e sempre saranno, non hanno avuto inizio. Viene abbandonato il mito dell’opposizione fra caos e cosmo. Il tempo produce una certa passione (πάσχειν = subire, essere passivi), il tempo consuma, è causa di distruzione poiché è la misura del movimento e il movimento disfa ciò che è (ma non è l’unico modo di considerarlo). La realtà è fatta solo di individui per quanto caratteristiche essenziali individuali.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;IL CONCETTO DI CREAZIONE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La creazione dal nulla come concetto non esiste nell’antichità classica e nemmeno nella cultura ebraica della Genesi.&lt;br /&gt;Dio creatore dal nulla (causalità efficiente eterna):&lt;br /&gt;⓵    per Platone c’è stato un passaggio dal caos al cosmo,&lt;br /&gt;⓶    per Aristotele il mondo è da sempre e durerà per sempre&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;⓵ Somiglianza fra la genesi e Platone: l’idea neoplatonica dell’emanazione (nel senso di somiglianza delle cose al modello delle idee) è ripresa da alcuni pensatori cristiani (già menzionata in Salomone e negli apocrifi) e vi si schiera contro Tommaso mentre è fondante nella teoria Plotiniana: l’Uno, eterno e fuori del tempo si esprime per emanazione necessaria creando una molteplicità via via digradante per valore  da spirituale a materiale (semidivinità, cieli…). La novità sta nel fatto che all’uno non preesiste niente, non presuppone niente dietro di sé e che l’uno produce necessariamente e non per libera scelta&lt;br /&gt;Sia in Platone che in Aristotele esiste qualcosa che sempre è stato, identico a se stesso&lt;br /&gt;⓶    Aristotele concepisce solo un non essere relativo per cui nel divenire le cose mutano le loro qualità ma non vengono generate da un assoluto non essere per precipitare poi in un assoluto nulla: Ar. concepisce caos e materia come mere funzioni logiche e non come realtà di fatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cristianesimo adotta un concetto di causalità efficiente opposto a tutti questi, con caratteristiche del tutto diverse dagli altri modelli, in sostanza un diverso concetto della causalità efficiente; cerca però di adattare il modello platonico.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;TOMMASO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Tommaso è il principale diffusore di Aristotele ma si oppone sia a quel modello che a quello di Platone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questioni  45, Art. 1 cosa si debba intendere per creazione:&lt;br /&gt;        per Aristotele la creazione è mutatio (cambiamento: ogni tipo di divenire è un mutamento), infatti per mutatio ci si riferisce a un soggetto che in sé resta lo stesso ma che prima e dopo è soggetto a mutamento. La creazione non è questo.&lt;br /&gt;        Tommaso si richiama per contrapposizione alla continuità della generazione in Aristotele e ne sottolinea al contrario la discontinuità: nel passaggio che crea qualcosa ciò che viene creato non preesiste alla creazione, quindi quando viene creato il tutto prima non esisteva nessun ente, cioè nulla, quindi la creazione crea dal nulla. Nella concezione degli antichi si ha un pertransire mentre nel mutamento fra ente e nulla c’è una distanza infinita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Creare (= produrre la sostanza stessa della cosa. Prima nozione di causa efficiente per causa divina) è creare dal nulla l’intera sostanza della cosa mentre, es. un artista crea da qualcosa che c’è già (la materia).&lt;br /&gt;Ciò che avviene o che si fa per moto e mutazione si fa a partire da qualcosa che preesiste nella produzione particolare di determinati enti (natura) ma questo non nella produzione del totius esse dalla causa universale di tutti gli enti che è dio.&lt;br /&gt;In conclusione quando gli antichi parlano del divenire parlano sempre di qualcosa che viene da qualcos’altro (artefice fa la scure, sedia ecc), non causate da azioni dell’artefice ma dalla natura – e la natura attraverso la causalità naturale produce la forma ma presuppone la materia diversa da dio come totius esse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questioni 45, Art 5 contro l’emanazione:&lt;br /&gt;In qualche misura di creazione si tratta perché non presuppone ciò che viene fuori ma l’uno viene tratto da sé.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tommaso si oppone al modello di Avicenna, il quale sostenne che un’unità prima e infinita (l’Uno, Dio) cede per emanazione parte del suo potere e tira fuori da sé una sostanza separata, la quale a sua volta ne crea un’altra inferiore e ne fa la sostanza dell’orbe e le crea un’anima, che sarà materia di orbe inferiori; ogni forma inferiore ne crea una ancora inferiore ecc. Il potere di creare non è esclusivo di Dio, ciascun ente che esce dall’uno crea una forma inferiore; inoltre c’è relazione fra la potenza divina (massima) e la potenza delle altre sostanze (inferiori).&lt;br /&gt;Dio comunica alla creatura la potenza di creare attraverso un ministerio (termine ecclesiastico cattolico), cioè concede loro il potere finito e inferiore di creare altre cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tommaso non è d’accordo: Dio crea per autorità e non per emanazione. Cedere potere è contrario all’idea dell’infinita potenza divina che crea tutto dal nulla: potenza divina e creatura creata sono separate da una distanza infinita, togliere potere per gradi sottrae potere a Dio.&lt;br /&gt;Se infatti un potere maggiore si richiede nella gente per quanto sia remota dall’atto la virtus (potere) della gente deve essere finita? Fra la potenza divina e la creatura creata c’è uno spazio infinito, nuovamente irraggiungibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per Tommaso creare = causare, produrre l’essere delle cose e questo presuppone in chi crea scienza e volontà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;45, art. 6 chi è il soggetto dell’azione causale?&lt;br /&gt;Creare è causare o produrre l’essere delle cose e questo presuppone scienza e volontà in chi li crea.&lt;br /&gt;In Aristotele ogni attributo è attinente a una specifica sostanza  (quindi ciò che produce l’uomo è diverso da ciò che produce la pianta). Una determinata causa specifica, attinente a una determinata sostanza specifica è capace di produrre quei determinati effetti specifici. Se concepiamo la causalità come un modo per poter creare il modo dal nulla presupponiamo l’esistenza di una determinata sostanza specifica (Dio) diversa dalle altre sostanze.&lt;br /&gt;Le proprietà per essere causa efficiente del mondo presuppongono in Dio la presenza di attributi che lo contrappongano alle creature (sostanze finite): deve essere di sostanza infinita e tutti i suoi attributi saranno di qualità infinita:&lt;br /&gt;    spiritualità = a-spazialità (mentre alcuni attribuiscono a Dio una collocazione spaziale e quindi una corporeità),&lt;br /&gt;    eternità = a-temporalità, fuori dal tempo, no mutamento (su questo sono tutti d’accordo)&lt;br /&gt;    onnipotenza = attributo necessario per giustificare la possibilità di creare dal nulla&lt;br /&gt;    libertà (la creazione è un atto onnipotente e libero)&lt;br /&gt;Inoltre siccome l’atto del creare appartiene all’essere di Dio non è proprio di una sola persona ma dell’intera trinità: Dio padre crea secondo un’idea o verbo (il figlio) per mezzo del suo desiderio o del suo amore (lo spirito santo) quindi ogni persona di Dio crea secondo i suoi attributi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre nell’idea classica del divino Dio è causa finale, non agisce (Aristotele) oppure agisce ma a partire da una materia e da modelli preesistenti con finalità di far assomigliare le creature ai modelli (Platone) non c’è libertà né intenzionalità, inoltre la materia non si piega del tutto ad essere plasmata; inoltre l’emanazione è un processo necessario, non segue la libertà di Dio.&lt;br /&gt;Al contrario nella concezione cristiana Dio è onnipotente e libero, caratterizzato da intelletto e volontà di creare il mondo, ma non sono finiti e separati come nell’uomo. Quindi il cristianesimo attribuisce a Dio (=causa efficiente, causa in senso assoluto) degli attributi simili a quelli delle creature ma distanti e differenti.&lt;br /&gt;Problema: qual è la relazione fra gli attributi divini e gli attributi umani?&lt;br /&gt;1.    C’è univocità fra i due: qualitativamente un attributo (“buono”) è uguale sia che sia riferito a Dio che all’uomo, ha lo stesso significato ma cambia in finitezza o infinitezza&lt;br /&gt;2.    C’è equivocità fra i due: è uguale il nome ma il significato è totalmente diverso, quindi non si può dire nulla su Dio&lt;br /&gt;3.    C’è analogia fra i due: non hanno lo stesso significato ma significato analogico: c’è distanza, ma anche qualcosa in comune, posso arrivare a intuire approssimativamente il significato e quindi a parlare, seppure approssimativamente di Dio (Tommaso)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come viene concepita la libertà divina senza che essa ne intacchi l’onnipotenza?&lt;br /&gt;La causalità divina è causalità prima, mentre quella umana è secondaria.&lt;br /&gt;C’è una distanza fondamentale fra dio e le creature, che è quella della finitezza: Dio è infinito in ogni suo attributo e privo di estensione spaziale; non è limitato in alcun modo nel suo agire da ciò che è esterno a lui (es. materia informe di Platone), quindi il rapporto intelletto-volontà è così risolto: Dio ha costruito il mondo seguendo i modelli interni al suo intelletto ma con piena libertà nella scala dei modelli da seguire (libertà e potenza sono salvaguardate), volontà e intelletto sono un’unica facoltà perché Dio sceglie in base alla sua volontà da ciò che l’intelletto propone (Dio sceglie il meglio) e questo non presuppone limitazioni alla libertà divina. Dio non crea contraddizioni perché non seguirebbe il proprio intelletto, in cui ci sono tutte le verità eterne (= logiche), quindi non può creare il male (le contraddizioni della logica sono violazioni alle verità eterne).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al contrario secondo Cartesio le verità eterne sono tali perché Dio ha deciso così, è creatore libero anche delle verità eterne (arbitrarietà e volontarismo assoluti, totale priorità della volontà divina).&lt;br /&gt;Nasce un dibattito fra il platonismo (secondo cui il buono in sé preesiste alle scelte di Dio che lo assume appunto perché buono quindi se dio non esistesse il buono resterebbe tale) e l’arbitrarismo (Dio ha liberamente stabilito ciò che è buono).&lt;br /&gt;Comunque Dio è diverso dalla libertà in senso assoluto = indifferenza, Lui sceglie il meglio!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tommaso: nella divina sapienza ci sono i modelli di tutte le cose, le idee (≠ idee platoniche, preesistenti, eterne) che sono forme esemplari, archetipi esistenti internamente a Dio, nella sua mente&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque tutte queste ipotesi confermano l’estrema distanza fra Dio e l’uomo; la volontà umana (= impulsi, passione) segue ciò che le appare bene.&lt;br /&gt;Causalità efficiente&lt;br /&gt;Della causalità efficiente si inizia a parlare con la tradizione cristiana: dal momento che Dio segue il meglio = causalità finale + causalità efficiente. Finalità divina: Dio opera per affermare la sua natura (manifestare la sua gloria) e manifestare al meglio i suoi attributi quindi la finalità interviene anche nell’organizzazione del mondo: Dio agisce per dei fini presenti nel creato (iperfinalismo: tutto nel mondo è finalizzato a qualcosa).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Aristotele si assiste all’estensione assoluta del finalismo: tutto ciò che avviene in natura avviene per un fine, per la causalità efficiente divina, ma fa una differenza fra mondo organico (finalizzato e cosciente) e mondo inorganico (non finalizzato e segnato da movimenti locali meccanici) oppure da mutamenti intrinseci alla natura (seme dà pianta).&lt;br /&gt;Summa contra Gentiles, libro III,II,1: tutto ciò che agisce, agisce per un fine, fra gli essere che manifestamente agiscono per un fine, esso è la cosa verso cui tende l’impulso, ma anche per l’agente che non conosce il suo fine è evidente che vi tenda anche se, eventualmente, non lo raggiunge (es. arciere, freccia). La finalità assoluta è la finalità cosciente dell’arciere, mentre quella della freccia è una finalità secondaria, incosciente e determinata da una finalità cosciente esterna&lt;br /&gt;Tutto ciò che agisce è finalizzato da una causa efficiente cosciente perché Dio ha costruito il mondo dando finalità a ogni elemento → panfinalismo, ogni ente ha la sua finalità indotta dalla causa prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre Aristotele affidava la primarietà al modello della natura organica (finalità intrinseca nella forma) il cristianesimo la affida al modello dell’arte: il mondo è l’artefatto di Dio&lt;br /&gt;Summa contra Gentiles, libro III,II,2: a ogni passaggio dalla potenza all’atto segue un punto d’arrivo che è anche punto di partenza per il processo che seguirà, ma questo processo non dura all’infinito, deve esserci un punto di arrivo – perché non è possibile muoversi verso l’infinito, meta irraggiungibile.&lt;br /&gt;Summa contra Gentiles, libro III,II,5: esiste una stabilità (forma/idea): come nell’intelletto cosciente c’è un’immagine del fine a cui tende, così nelle cose c’è una forma del suo fine perché è pertinente alla sua natura.&lt;br /&gt;La realtà è organizzata in finalità relative a ciascun ente e gli errori avvengono quando qualcosa si sottrae alla finalità, quando il fine ottenuto è diverso dall’intenzione cosciente o non cosciente dell’ente.&lt;br /&gt;C’è un denominatore comune a tutte le finalità, ed è il bene, ciò che conviene a tutti, definito in relazione alla specie a cui appartiene l’ente.&lt;br /&gt;Summa contra Gentiles, libro III,IV,8: tutte le cose che agiscono naturalmente di solito agiscono verso il bene. Si possono ritenere eventi fortuiti quelli che avvengono raramente. Le eccezioni alla finalità (che tende al fine del bene) vengono considerate anche da Tommaso in modo statistico/quantitativo: nel mondo naturale c’è regolarità e quindi intenzionalità del fine verso il bene.&lt;br /&gt;La regolarità è una necessità intesa in senso finalistico (es: è necessario che le foglie siano poste in modo da proteggere i semi perché è necessario tendere al meglio). Casualità è dove non c’è finalità o in presenza di eccezioni, errori di un agire non cosciente mentre i casi in cui Dio interrompe la regolarità della natura sono finalizzati (miracoli);&lt;br /&gt;Quindi nell’ambito della natura la regolarità è qualcosa di finalizzato e necessario mentre l’irregolarità è qualcosa di casuale, privo di cause (eccetto i miracoli).&lt;br /&gt;Questo criterio quantitativo resta molto diffuso nella scolastica (fino al ‘500), bisogna aspettare molto per avere una riflessione non pia su questo, per esempio Thomas Barnett (?) si pone il problema di come possa essere spiegabile la finalità della terra rispetto all’uomo (o rispetto alle specie animali) se la maggior parte del globo non è abitabile a causa di oceani, deserti ecc. Moltissimi filosofi e teologi hanno provato a rispondere     1. Negando il fatto attraverso l’utilizzo di criteri non solo statistici,                 2. Sostenendo che la semplicità dell’intervento sulla terra è più consona alla saggezza di Dio (← da qui in poi cadono i presupposti antropocentrici, si esce dalla provvidenza cristiana)&lt;br /&gt;                3. (Voltaire) il rapporto fra Dio e il mondo è sul modello del grande architetto (Newton) quindi complessivamente armonico ma Dio non interviene sulla sorte degli individui, che sono solo dettagli nel progetto divino.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Dopo la Rivoluzione Scientifica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Abbandono del finalismo&lt;br /&gt;Meditazioni filosofiche, Parte II, 28: La scienza non può tenere conto della finalità delle cose per spiegarle, Dio non ci ha messo a parte dei suoi progetti, quindi Cartesio prescinde dalla ricerca delle cause tranne la causa efficiente che non è necessariamente pacifica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonostante Cartesio sostenga queste cose la ricerca delle cause finali non scompare per nulla, cfr le Obiezioni alla IV Meditazione (in cui aveva accennato qualcosa ) in cui Gassendi si oppone dicendo che&lt;br /&gt;        (a) la più efficace prova dell’esistenza di Dio è l’armonia della natura e i fini per cui è stata creata (prova teleologica), quindi la ricerca dei fini è fondamentale;&lt;br /&gt;        inoltre (b) non capiremmo com’è fatta la natura se non tenessimo conto dei fini es. nel corpo umano se non sapessimo a cosa servono le valvole e i flussi non potremmo capire il funzionamento del corpo umano .&lt;br /&gt;Un evento è ciò a cui si riferisce la questione della causalità (?): per Ar. è causa prima di tutto il divenire e il mutamento, quindi anche ciò che non muta (corpi celesti), ciò che è a-temporale (materia immobile) ma in modo finale non efficiente. Ogni ente ha causalità diverse che fanno parte della sostanza dell’ente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come si arriva alla domanda del come? Galileo nel Dialogo sui massimi sistemi del mondo parte dal problema di giustificare Copernico rispetto ad esperienze contrarie che erano state fatte es. Simplicio di Arezzo che a Pisa fa degli esperimenti lanciando dei sassi dalla torre  (l’è nova!): se la terra si muovesse la torre in quanto parte della terra si muoverebbe in senso opposto al moto del sole e nel momento in cui il grave giunge a terra la torre si sarebbe dovuta spostare molto più a occidente rispetto alla terra. Formulando ipotesi che spieghino questa cosa compatibilmente col moto terrestre Galileo capisce che terra torre e grave formano un complesso unico all’interno del quale la natura del grave non ha alcuna importanza (quindi decade l’importanza della notazione di sostanza).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rivoluzione scientifica si occupa del come non del perché: Copernico (1543) comincia ma ci vuole più di un secolo perché le sue idee si affermino e Keplero, Galileo arrivino a scoperte o conclusioni che abbattono i concetti di carattere qualitativo (sono le qualità sensibili dei corpi a definirne le qualità) di origine aristotelica – che pure manterranno ancora a lungo la loro influenza, in particolare il dualismo fra l’universo terrestre e quello astronomico, la supposta perfezione del moto circolare e la difformità nella materia dei corpi .&lt;br /&gt;Innovazioni astronomiche&lt;br /&gt;Il concetto di moto circolare degli astri come espressione della perfezione di quel moto viene infranto da Keplero, che distrugge la presunta perfezione materiale degli astri e la naturalità del moto circolare perché dalle sue  osservazioni sulla variazione di velocità dei pianeti a seconda della vicinanza col sole e sulle diverse densità delle stelle in luoghi diversi del cielo si rende conto che i pianeti si muovono su orbite ellittiche , quindi il cosmo è irregolare.&lt;br /&gt;Galileo scopre delle irregolarità della luna, che si scopre essere di qualità simile alla natura della terra, e pure nel Sidereus nuncius imputa le macchie solari a fenomeni di corruzione della materia solare → cade la perfezione dei pianeti. Inoltre attraverso il cannocchiale scopre che Giove ha dei satelliti, quindi non può avere un’atmosfera cristallina.&lt;br /&gt;Le qualità della materia&lt;br /&gt;Nella fisica qualitativa di Aristotele tutti i corpi sublunari erano composti di elementi con caratteristiche che ne spiegavano i comportamenti: la prevalenza di un elemento spiegava il comportamento del corpo con le sue proprietà (caldo/freddo/secco/umido); con la rivoluzione scientifica si comincia a pensare che la materia sia qualitativamente omogenea e non differenziata: è divisibile (all’infinito secondo Cartesio, in atomi secondo Boyle), occupa un certo spazio, può avere o non avere la capacità di muoversi. Ciò che appartiene alla realtà fisica è ciò che si può misurare in modo quantitativo (decade la distinzione qualitativa) secondo proprietà primarie e proprietà secondarie soggettive (cfr p.22).&lt;br /&gt;Questi cambiamenti non sono né decisi né repentini: ancora in Galileo troviamo il concetto di perfezione del moto circolare e in generale sono idee che dureranno fatica a entrare nel concetto comune.&lt;br /&gt;Il moto&lt;br /&gt;Cambia il modo di affrontare il tema del movimento, segue gli sviluppi dell’elaborazione filosofica della teoria della causalità.&lt;br /&gt;Nell’universo mentale aristotelico c’erano due modelli di movimento (divenire): il movimento spontaneo intrinseco ai corpi organici interni e le trasformazioni degli artefatti che non viene dall’interno ma da fuori (quindi anche la finalità) quindi modello che diventa decisivo nella scolastica in riferimento a un Dio causale e provvidente che dà il suo indirizzo al mondo; il tipo di causalità finale che interviene a determinare il movimento dipende dal tipo di sostanza da cui parte. Tendenziale estensione dell’interpretazione dei moti naturali come forniti all’interno da capacità di movimento (moto naturale: qualsiasi corpo si muove seguendo il suo moto interno, o i caratteri che la sua specie prevede, mentre il moto violento avviene p.e. quando un corpo pesante viene lanciato verso l’alto).&lt;br /&gt;Moto o mutamento: Fino alla rivoluzione scientifica viene ritenuto fondamentale per esplicare la ragione del moto di un corpo il suo punto d’arrivo (o il fine). Prescindere dal problema del punto d’arrivo segna un cambiamento. Benedetti per primo (? 1585: siamo ancora in piena scolastica) capisce che non ha senso cercare un punto d’arrivo quindi quello di partenza e polemizza con Aristotele perché non avrebbe dovuto affermare che il corpo è più veloce tanto più quanto più vicino alla meta ma che è tanto più veloce quanto più lontano dal punto di partenza: se mi pongo il problema dell’accelerazione è più importante la partenza dell’arrivo. Questi discorsi non sono coerenti, è difficile studiare questo genere di cose e sovvertire un paradigma secolare senza fare esperimenti. Nei moti rettilinei l’impressione (=impatto) ricevuto cresce senza posa perché ha in se stesso la tendenza a portarsi nel luogo che gli è stato assegnato, la causa motrice (= raggiungere il suo luogo naturale da cui era stato estromesso con violenza). Le nuove leggi fisiche invece non si spiegano perché ma come, con quali costanti si muovono traiettorie e accelerazioni, Solo considerando le relazioni fra i corpi si rende utile la domanda “verso cosa muove”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Successivamente Keplero intuisce un mondo disordinato, Galileo sostenendo che non esiste un centro dell’universo va oltre ma non formula chiaramente l’idea (fondamentale) dell’infinità dell’universo (ma nei suoi studi si comporta come se lo pensasse) a cui arriva solo Cartesio che peraltro lo dice solo indefinito, cioè infinito nella piccolezza come nella grandezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se si spiega a partire dalla natura di un corpo il suo moto circolare come si spiega il moto violento? E la permanenza nel moto (niente infatti si muove da solo)? Galileo dopo un po’ si rende conto che è la domanda ad essere sbagliata e arriva al principio d’inerzia, poi formulato da Cartesio come prima legge. A partire da qui si arriva a definire che le cause finali non servono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meditazioni filosofiche, Parte II, 37: 1° legge: Se può tutto resta com’è, cambia solo per intervento esterno ovvero tende a mantenere il suo stato di moto rettilineo uniforme o di quiete se non incontra un altro corpo. (polemiche perché non quantifica l’inerzia, per cui bisogna aspettare Newton).&lt;br /&gt;Il moto appartiene al corpo quanto la quiete (= grado 0 del moto, in quanto punto di partenza della scala numerica, non nulla), non c’è differenza di statuto o gerarchia o di natura, ma si tratta comunque di uno stato o condizione, no ci dice nulla sulla sostanza o sulla natura dell’oggetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo col principio d’inerzia è risolto il problema di come un corpo in moto violento possa conservare il suo movimento: secondo Aristotele dipendeva da caratteristiche dello spazio, mentre la scolastica elabora la teoria dell’impulso: ogni corpo possiede l’impulso a muoversi e noi gliene diamo la possibilità.&lt;br /&gt;Galileo imposta la domanda in maniera opposta: perché co
